Una lettura psicoanalitica di alcuni aspetti dell’esperienza psichiatrica di Trieste Previous item Sul versante psicologico... Next item Un istituto di training...

Società Psicoanalitica Italiana | Convegno della sulla legge 180

Nel 1978 è stata approvata dal Parlamento Italiano la legge che decretava la chiusura degli Ospedali Psichiatrici (OP). Ciò è stato reso possibile dai risultati ottenuti in un esperimento iniziato negli anni precedenti a Trieste e in diversa misura anche in altre città italiane.

Nella città di Trieste, che aveva 230.000 abitanti, c’era nel 1971 un OP con oltre 1100 pazienti. La maggior parte di loro vi stava rinchiusa da molti anni o decenni. In quell’anno ne fu nominato Direttore il Prof. Franco Basaglia che diede inizio a un radicale tentativo di umanizzazione dell’OP. I due psicoanalisti che ci lavoravamo sentimmo il progetto Basaglia come una grande e attraente sfida. 

In quella situazione erano comunque prioritarie alcune azioni, quali umanizzare l’OP, struttura delegata allora più alla reclusione che alla cura, e riabilitare i ricoverati ridando alla loro vita dignità e sembianze umane. Si trattava in pratica di cominciare con il »nutrire gli affamati e vestire gli ignudi«, aprire le porte e farli gradualmente rientrare nel mondo dal quale erano stati espulsi.

Bisognava mettere in dicussione i pregiudizi, gli stereotipi e i meccanismi sociali che opprimevano ed emarginavano gli ammalati nell’ambiente in cui vivevano o nel quale era loro impedito di rientrare. La società aveva dei malati mentali una rigida immagine schizo-paranoide: tutta la “pazzia” era dai “sani” proiettata identificatoriamente nei malati, che dovevano essere rinchiusi negli OP. Ciò dava implicitamente un certificato di sanità a tutti coloro che stavano fuori. 

Solo dopo aver tolto almeno una parte di queste incrostazioni, ben reali e concrete, acccumulate nella società nel corso dei secoli e negli ammalati nell’arco di decenni, si sarebbe potuto pensare a una cura più approfondita della malattia a livello individuale.

È stato fondamentale abbattere il mito della pericolosità connessa alla malattia mentale, evidenziando nei fatti come il livello dell’aggressività agita, prima attribuito esclusivamente alla malattia, finiva quasi con il dissolversi con il venir meno dell’OP e all’esterno con un atteggiamento dell’ambiente sociale progressivamente meno stigmatizzante e più contenente.

Già in OP si incominciò a intravedere il formidabile effetto della continuità delle cure dopoche l’Ospedale fu diviso in cinque aree, ad ognuna delle quali afferiva una determinata parte della città, in modo che i pazienti ad ogni successivo ricovero fossero curati dagli stessi medici ed infermieri, i quali poterono poi iniziare le visite domiciliari. Nella mente degli operatori psichiatrici i malati cominciarono ad essere rappresentati – e rispecchiati – non solo così come si presentavano durante i ricoveri, alterati da una sintomatologia florida, ma anche come apparivano nella loro vita normale nel loro ambiente. Diventava evidente la necessità di spostare sempre di più la cura dalle aree ospedaliere di zona sul territorio, dove era necessario istituire dei presidi esterni.

Nel 1975, a metà di questo percorso, mi trovai così a dirigere il primo Centro di Salute Mentale (CSM) istituito sperimentalmente per un piccolo territorio di 26.000 abitanti. Aveva un’attività ambulatoriale, ma subito anche dei letti. Una decina occupati da pazienti che avevano passato decenni in ospedale ed originari della zona, ma che non avevano famiglie in cui poter rientrare. Altri 8 letti furono adibiti al temporaneo soggiorno di pazienti acuti della zona che per qualche giorno o settimana avevano la necessità di essere seguiti più da vicino. Fu questa una conquista, che si rivelò avere un enorme potenziale terapeutico: la possibilità di offrire a ciascun paziente l’assistenza su misura: l’ambulatorio, la visita domiciliare, il day hospital o il night hospital o il full board, e il tutto valutato di giorno in giorno. E ciò nelle vicinanza di casa, senza interrompere il contatto con i familiari e la comunità. Questo ha portato, tra l’altro, a un sorprendente sostanziale accorciamento dei tempi di superamento delle crisi psicotiche acute.  

Il trattamento più rispettoso della persona del paziente, senza aspecifici ammassamenti nei reparti ospedalieri, accanto al parallelo cambiamento degli stereotipi negativi nella società – e pertanto nell’immagine di sè che i pazienti vi sentivano rispecchiata – ha permesso loro di vivere la propria malattia in modo meno drammatico, di alleviare la sensazione di incomprensione generale, di solitudine ed esclusione. Senza il terrore di una ospedalizzazione violenta e depersonalizzante, al comparire dei primi sintomi, i pazienti potevano ora rivolgersi spontaneamente al CSM, prima di assere presi completamente nel vortice della malattia riacutizzata. Spesso erano i familiari o i vicini di casa, che ci informavano rendendo possibile una tempestiva visita domiciliare e una terapia che in molti casi consentiva di prevenire o contenere la crisi psicotica a domicilio. Si poteva così sostituire il constatato effetto negativo dell’OP con un’assistenza capillare e individuale su misura per ciascun paziente, nel rispetto della sua dignità e nella comprensione della sua sofferenza.

Questi ed altri fattori hanno permesso di invertire il circolo vizioso dell’interazione malattia-ambiente, che prima provocava un progressivo aggravarsi degli effetti negativi. Nella zona di questo primo CSM si è così riscontrato già nei primi 5 anni un calo dei ricoveri coatti da 100 a 10 all’anno, per poi pressochè sparire negli anni successivi. 

Dopo alcuni anni di lavoro di »umanizzazione« dell’OP si rese evidente che una vera riforma, che rispondesse alle esigenze dei malati, così come in fin dei conti anche della popolazione tutta, non poteva che implicare la totale abolizione dell’OP, che andava sostituito con una capillare assistenza territoriale. E fu proseguendo su questa strada che si arrivò nel 1978 all’approvazione della legge 180 in Parlamento e un paio di anni dopo alla dimissione degli ultimi ricoverati dall’OP di Trieste. 

C’è stata indubbiamente una congiuntura di fattori che hanno consentito la realizzazione dell’esperimento Basaglia. 

L’ondata rivoluzionaria degli anni seguenti al 1968, con la sua travolgente energia, ha finito con il cambiare profondamente la società italiana mettendo in maggiore evidenza il valore e i diritti delle persone, fino ad allora pesantemente conculcati dall’autoritarismo e dalle istituzioni più o meno totali. L’atmosfera conflittuale di quegli anni ha consentito un vasto confronto sociale e un profondo cambiamento della concezione dell’individuo e dei suoi diritti. Su questa scia la riforma dell’assistenza psichiatrica è stata accompagnata e sostenuta anche da un’ampia informazione e dal coinvolgimento della popolazione (riunioni di quartiere, colloqui con le famiglie, i vicini e i colleghi di lavoro, pubblicazioni nei mass media, sensibilizzazione della cultura, delle forze politiche e dei sindacati). Questi cambiamenti culturali hanno portato anche alla chiusura delle classi differenziali e di istituzioni segreganti, quali gli istituti per l’infanzia abbandonata o handicappata, quelli per i ciechi e gli epilettici ecc. 

Moltissime difficoltà, che al momento a Trieste sembravano insuperabili, sono state risolte grazie a una concomitanza di molti fattori. Uno è stata la grande sensibilità sociale e la travolgente spinta innovativa di molti giovani psichiatri, psicologi e studenti, che vi sono confluiti da tutta l’Italia e dall’estero, così come la grande capacità di Basaglia di gestire questa variopinta moltitudine, valorizzandone gli elementi più generosi e costruttivi e neutralizzandone gli aspetti più caotici e potenzialmente distruttivi. Si sarebbe potuto parlare di un »caos controllato«. 

E’ stato naturalmente basilare che in quegli anni si fosse già ben consolidato e perfezionato l’uso degli psicofarmaci, senza i quali il tutto non sarebbe stato possibile. Fondamentali sono stati anche la concordanza e la sinergia tra operatori sanitari e amministratori politici. Ha naturalmente giocato a favore il fatto che la nuova forma di assistenza, oltre che più adeguata, si è rivelata anche meno costosa.

Oggi – Trieste è da 40 anni priva di un OP e nessuno lo rimpiange. La destra politica, che all’inizio, assieme alla magistratura e alla stampa locale, era ferocemente contraria, e che adesso è al potere, considera ora »l’esperimento Basaglia« un fiore all’occhiello per la città. I grossi timori, che allora avevano allarmato la città, sono acqua del tutto passata. Nella cultura sociale il binomio malattia-pericolosità è stato definitivamente reciso e separato. 

I CSM sono ora il perno dell’assistenza, coadiuvati da un Servizio Psichiatrico con 6 letti nell’Ospedale generale per i ricoveri acuti durante la notte o i giorni festivi. Un sistema di appartamenti con diversi gradi di assistenza infermieristica ospita coloro che non hanno una famiglia in cui rientrare. Una Cooperativa offre delle possibilità di lavoro adeguate alle possibilità degli assistiti. E’ da sottolineare che pazienti scomodi non sono stati »esportati« o »nascosti« fuori dai confini della provincia nè in altre istituzioni, ma che anzi sono stati fatti rientrare pressochè tutti i pazienti cronici che erano stati inviati in altre province prima del 1971, così come quelli che erano negli OP Giudiziari. 

Possiamo comunque dire che l’esperimento realizzato negli anni Settanta a Trieste è pienamente riuscito e continua a testimoniare la possibiltà e la necessità di una assistenza psichiatrica non basata sull’ospedalizzzazione. Personalmente ritengo ciò il fatto più rilevante nella storia della psichiatria del Novecento. 

Alcune riflessione ai margini

  1. La forza dell’immagine di sè riflessa dall’ambiente

Nella cultura di gruppo c’è un incessante scambio di messaggi che vanno a depositarsi nel nostro mondo interno, costituendone gli sfondi culturali o coagulandosi in rappresentazioni, quali, per esempio, anche quella della normalità psichica e quella della malattia mentale. Queste immagini stereotipate, una specie di oggetti interni della cultura del gruppo, hanno una notevole penetranza nel mondo interno degli individui. 

Prima del 1968 in particolare questi stereotipi sociali avevano intense caratteristiche schizo-paranoidi, con abbondanza di scissioni, proiezioni, demonizzazioni ecc. Vigendo in questa posizione la legge del “tutto o nulla”, si poteva essere solo sani o pazzi.

Lo stereotipo del pazzo pericoloso a sè a agli altri, incapace di intendere e di volere, ragionare e sentire, aggressivo, tarato geneticamente, in sostanza: disumanizzato, veniva forzosamente introdotto nei malati, sia dalla cultura sociale che dall’istituzione psichiatrica in particolare. 

Il Sé dei malati, già fragile a causa della loro patologia originaria, non riusciva ad opporsi a queste violente identificazioni proiettive e finiva con l’identificarsi con l’immagine inseritavi dall’ambiente. Semplificando: tutto sembrava organizzato per rafforzare le parti malate e reprimere quelle sane che il più delle volte finivano per soccombere definitivamente. Così veniva compiaciuto e confermato ciò che l’ambiente si aspettava. C’era poco spazio allora nella cultura sociale per l’immagine (D) di qualcuno che potesse essere »un po’ sano e un po’ malato«.

L’istituzione manicomiale svolgeva tale compito tramite infiniti dettagli quali il sostituire i vestiti normali con i pigiami, uniformare i tagli dei capelli, far mangiare solo con i cucchiai, escludere i malati dalla frequentazione di luoghi normali quali cinema, teatri, eventi sportivi, uscite in città, ambienti di lavoro e facendoli invece passare decenni rinchiusi nella stesso reparto, seduti gomito a gomito nelle sale di soggiorno chiuse a chiave. Il malato diventava così il pazzo, che aveva ben poco di umano, troppo dis-simile perché si potesse empatizzare con lui, per cui si poteva accettare serenamente che fosse privato dei suoi diritti e della sua dignità, lobotomizzato, emarginato, escluso, rinchiuso a vita, senza che nessuno provasse sentimenti di colpa. Levi Strauss (1967) ci ricordava: “l’umanità cessa alle frontiere della tribù”. Potremmo aggiungere: anche ai cancelli del manicomio. Per distanziarsene emotivamente i nazisti parlavano delle loro vittime come di “pezzi”, qui si parlava invece di “pazzi”.

Nella situazione di regressione, debolezza e dipendenza dovuta sia alla malattia che ai traumatici rapporti istituzionali, il malato è paragonabile a un bambino che introietta l’immagine di sè che l’ambiente gli rimanda. Negli occhi della madre-istituzione, che ha il totale potere di accudimento, si vede pazzo. Tale deve essere per compiacerla e si può sentire in colpa se non lo è. 

Si può menzionare qui anche il potere che ha nella strutturazione del bambino la »percezione organizzante« dei care-giver, cioè come il bambino percepisce ciò che gli adulti si aspettano da lui e come questo si innesta sulla sua naturale spinta alla crescita e allo sviluppo. 

La parte sana viene così inevitabilmente indebolita a scapito di quella malata, in quanto l’ambiente compattamente gli rispecchia solo quest’ultima grottescamente deformata da consolidati pregiudizi e il malato, suo malgrado, sente incombere dentro di sé introiettate anche le immagini stereotipate più negativi della propria identità.

Fornari (1966, p.128) menziona una terribile verità: “Ciò che è condiviso da un gruppo di uomini ha in sé, in modo autonomo, la fonte della validità, indipendentemente dalle verificazioni nel mondo della realtà.”

Ciò inculca alle persone sofferenti evidenti forzature a parti del proprio sé e della propria storia, impedendo di poter vivere ed esprimere liberamente le diverse componenti della propria identità: le parti malate così come le parti sane, come si addice a una posizione depressiva, la quale comprende una visione più integrata, più realistica di sé e degli altri. 

  1. Un parallelo inquietante

Durante e dopo la prima guerra mondiale gli analisti hanno avuto il merito di avere attirato l’attenzione sul fatto che le nevrosi di guerra non erano »vigliaccheria« o »simulazioni« da punire, ma vere patologie da curare. Contro la mentalità allora prevalente, hanno contribuito a dare dignità alle persone malate. 

Gli analisti non siamo stati altrettanto pronti a cogliere le incrostazioni derivanti dai pregiudizi sociali e dalle pratiche istituzionali, che soffocavano i malati mentali nei regimi manicomiali. Siamo rimasti troppo chiusi nell’intra-psichico, per solo più tardi aprirci all’inter-psichico e ancor più timidamente poi al trans-psichico.

Mi ha molto colpito un particolarissimo lavoro di Silvia Amati Sas (2004) sull’analisi di una donna che negli anni Settanta, durante la dittatura fascista in Argentina, aveva trascorso un lungo periodo in un campo di prigionia. Sono delle considerazioni molto precise sulle istituzioni totali violente, che in una certa misura si possono applicare anche alla realtà manicomiale. 

Le persone che passano una parte consistente della loro vita nei manicomi sono eposte perennemente a delle situazioni traumatiche molto pesanti, non molto dissimili da quelle dei campi di concentramento. La privazione della libertà, la condizione di dipendenza assoluta, l’impotenza, l’inappellabilità, l’impossibilità di farsi capire, ecc. Citerò alcuni passi emblematici del lavoro (che, tra l’altro, attinge anche a »La confusione delle lingue« di Ferenczi, 1932).

  • “È mia intenzione discutere delle forme psichiche che mostrano una tacita accettazione di qualsiasi contesto o realtà, anche il più ingiusto o illegittimo, conferendogli ovvietà, familiarità, banalità.”
  • “La violenza traumatica provoca una regressione in uno stato malleabile e penetrabile di ambiguità, che permette al torturatore di imporre e occupare, nel mondo interno, il posto degli oggetti interni privilegiati, usurpando e sabotando il ‘progetto identificatorio’, il funzionamento morale ideale del soggetto. Nello stato di immobilizzazione e dipendenza prodotto nel prigioniero c’è un ‘imprinting’ del mondo esterno presente, un ‘rimodellamento’ adattivo che è ignorato dal soggetto e che lo fa rimanere simbioticamente dipendente dal contesto e occupato nel suo mondo interno da una mentalità che non è la sua. Usando le parole di Ferenczi, il soggetto vittimizzato introietta il mondo concentrazionario (o ne è introiettato) è contemporaneamente offre il suo mondo interno all’imposizione dell’aggressore.” 
  • »Intendo comparare il concetto di Ferenczi di ‘identificazione con l’aggressore’ con quelle idee che il mio lavoro con persone sopravvissute a situazioni estreme (tortura, campo di concentramento, sparizioni) mi hanno permesso di definire: un ‘adattamento a qualsiasi cosa’ e un ‘oggetto da salvare’. Sono due modalità simultanee di sopravvivenza psichica: da un lato l’adattamento al contesto reale così com’è, e al contempo una relazione intra-soggettiva con un oggetto segreto di cui preoccuparsi.” 
  • “Quando le condizioni esterne sono estremamente traumatiche, l’io interpone l’ambiguità come una cortina per proteggere la propria struttura … il resto della personalità rimane incapsulato e sospeso.” 
  • “Sia il prigioniero abusato che il bambino abusato sono fraintesi dagli altri, non sentiti o non creduti. Per sopravvivere il trauma, devono scindersi: in una parte ‘adattata a qualsiasi cosa’ e in un intimo segreto intrapsichico ‘oggetto da salvare’.” 

      Viene qui da chiedersi quanto questa “ambiguità come una cortina per proteggere la propria struttura” possa esser costituita anche da una parte della stessa sintomatologia, che l’ammalato negozia e concorda con l’istituzione manicomiale. Oppure anche quanto certi nuclei deliranti, incomprensibili e inaccessibili agli altri, possano svolgere la funzione di “oggetto da salvare”, il quale garantirebbe una certa peculiare privata identità al malato di fronte al pericolo di una perdita della sua identità nell’identificazione totale con l’aggressore-istituzione? 

Ma l’Amati si chiede anche se: 

– “Paradossalmente, un certo modo di pensare nella teoria psicoanalitica può occludere la comprensione (come Ferenczi già denunciava a suo tempo) perché […] è facile cadere in una sorta di stereotipia teorica, che porta tutto ad essere ridotto a ciò che è istituzionalmente più accettabile. Per questa ragione la violenza sociale traumatica esperita dal paziente può essere interpretata nella chiave di un inconscio desiderio di ripetizione delle esperienze passate, limitando quindi al mondo intrapsichico l’interpretazione del trauma psichico di origine sociale.” 

Correremmo un grosso rischio, se non “considereremo l’identificazione con l’aggressore, così come descritta da Ferenczi ( [come anche] l’introiezione da parte del bambino abusato della colpa dell’aggressore).” 

– “Il soggetto vittimizzato cerca ‘il piacere della tranquillità’, un nuovo legame simbiotico di sicurezza, che offre ogni tipo di sicurezza, e perciò un adattamento a qualsiasi forma di realtà.”  (E qui siamo forse alla cronicità psichiatrica ‘spenta’.)

Ho citato queste righe di Silvia Amati anche come un esempio di un possibile percorso di ricerca comune, con gli psichiatri, che però non si è potuto realizzare.

  1. Il ruolo della psicoanalisi

Il lavoro nell’OP triestino è stato tutt’altro che sereno e lineare. Il cambiamento è stato accompagnato anche da una quantità di riflessioni, che generavano confusione. Slogan sessantotteschi quali: il lavoro opprime, la famiglia uccide, la negazione dei ruoli, la malattia mentale non esiste, gli psicofarmaci sono solo strumenti repressivi, le tecniche disumanizzano e vanno rifiutate (diagnosi, farmaci, psicoanalisi), il rapporto personale a due è borghese e aliena dalla coscienza e dall’azione sociale, gli espropri proletari e così via, riempivano le quotidiane interminabili ore di assemblee con elaboratissimi discorsi, fumosi come il fumo delle innumerevoli sigarette che vi si consumavano! Eppure, senza tutto questo, neanche cose preziose ed importanti avrebbero potute essere concettualizzate e poi concretamente realizzate. La “confusione dello statu nascendi” era però pesante e dolorosa come un parto! Comunque però, il bambino non andava buttato con l’acqua sporca! Il ’68 ha portato insperate libertà, diritti e dignità a livello individuale e profondi mutamenti sociali che vengono spesso sottovalutati da chi dimentica com’era il »prima«. Basterebbe confrontare le culture sociali delle nazioni in cui il ’68 c’è stato con quelle, come l’Europa Orientale, dove questa ondata non è passata, per rendersi conto della sua importanza e per preoccuparsi oggi che alcuni sui assunti positivi possano sbiadire anche da noi.

Gran parte di questo fumo ideologico si è disperso già nel riflusso degli anni Ottanta. Ma il paragone tra la società pre-68 e quella post-68 ci fa rilevare un enorme cambiamento, che in altre epoche e circostanze, sarebbe stato accompagnato da (o avrebbe richiesto) cruente rivoluzioni. In quegli anni la libertà, i diritti e la dignità individuale, hanno fatto in Italia e in Europa occidentale dei progressi impensabili.

Tutta l’Italia dal ’68 è stata permeata dal movimento con una feroce critica e rifiuto della psicoanalisi come approccio »borghese« o »intimistico« che alienerebbe le persone dalle problematiche sociali, cioè dalle »vere origini« del loro malessere. Sembra che addirittura Musatti, allora presidente della SPI, nel pieno dell’ondata rivoluzionaria, avesse detto che i profondi mutamenti sociali avrebbero portato a una società socialista e che la professione dell’analista sarebbe pertanto sparita. 

Il paradosso è che in realtà è sparito, in poco più di una quindicina di anni, buona parte del confuso polverone ideologico che l’ondata rivoluzionaria aveva sollevato e che ne aveva intorbidito le acque. 

A Trieste un certo ruolo della psicoanalisi nel contesto dei servizi psichiatrici si sarebbe potuto dispiegare, soprattutto dopo che le fondamentali condizioni di vita degli ammalati erano state normalizzate e l’ospedale sostituito con l’assistenza territoriale. Ma una pervicace atmosfera di onnipotenza e onniscienza, che si oppone irrazionalmente ai »saperi e alle tecniche« in generale e alla psicoanalisi in particolare, ha impedito qualsiasi collaborazione che avrebbe potuto arricchire il pur ottimo lavoro che è stato svolto e che tuttora vi si svolge. I due analisti che ci lavoravamo, abbiamo così lasciato i Servizi Psichiatrici, a varia distanza di tempo dopo la chiusura dell’Ospedale.

La psichiatria a Trieste sembra essere rimasta immobilizzata in un monumento marmoreo che celebra gli straordinari successi del passato. Monumento meritato e ancora necessario, poichè sono molti – troppi – i manicomi ancora aperti in giro per il mondo. Peccato però che ciò lasci fuori dall’ambito dei servizi pubblici una quota rilevante di sofferenza psichica, quella che afferisce alla psicoterapia e che è costretta a rivolgersi esclusivamente al privato. Anche se è ovvio e giusto che le risorse pubbliche vengano usate in prima istanza per i casi di »grande« psichiatria e di emarginazione delle classi più diseredate, sarebbe molto più utile se il resto non venisse semplicemente negato o squalificato.

Il paradosso più evidente è che a livello nazionale e internazionale è stato invece proprio il ’68 a fertilizzare il terreno sociale per una vertiginosa crescita delle richieste di analisi e di psicoterapia. Ciò ha portato ad un sorprendente sviluppo non solo della SPI (basti paragonare il numero di analisti prima e dopo il 1968), ma anche di altri gruppi psicoanalitici o psicoterapeutici. 

Su questo si potrebbe discutere a lungo, ma mi limito solo a considerare la progressiva liberazione dell’individualità da costrizioni e soggezioni ad autorità ed istituzioni. Non solo ci è stato strappato di dosso il camice dietro al quale ci riparavamo, ma come tutti gli individui siamo stati scodellati dalle nicchie istituzionali e dai ruoli in cui eravamo più o meno immobilizzati, ma anche sostenuti. Ci siamo dovuti così caricare sulle spalle sempre maggiori responsabilità e decisioni che non deleghiamo più nè alla Chiesa nè al Partito, ma neppure alla Scienza, nè ad alcuna altra Autorità. Questi pesi fanno vacillare molti e ciò finisce con il contribuire al sostenere una sempre più diffusa, ancorchè sempre più confusa, domanda di aiuto sul piano psicologico, sul piano della cura con la parola.

Basti pensare come fino al 1968 a Trieste non ci fosse neppure uno psicoterapeuta, nè uno psicologo clinico. Anche i neuro-psichiatri erano principalmente neurologi. Sembrava che la città non sentisse alcun bisogno di professionisti »psi«. 

50 anni dopo ci sono, non solo decine di psichiatri pubblici e privati, ma una ventina di psicoanalisti, qualche decina di psicoterapeuti psicoanaliticamente orientati, altre decine di psicoterapeuti di altri indirizzi, oltre a un sottobosco di selvaggi indefiniti che attingono ai bisogni »psi« della popolazione. Qualche migliaio di abitanti ha fatto in questi 50 anni un percorso di tipo più o meno analitico. E tutto ciò nonostante un persistente atteggiamento non favorevole alla psicoterapia da parte delle istituzioni psichiatriche ed universitarie. E’ difficile non collegare questo sorprendente incremento di richieste di aiuto psicoterapeutico con i cambiamenti portati dal ’68, proprio quel ’68 che – per tutt’altre vie – ha anche permesso il travolgente successo della riforma dell’assistenza psichiatrica.

Milano 29.9.2018