LA “SINDROME DI AGGRAPPAMENTO” Previous item THE MIND AT WAR Next item Ancora sul setting… e le...

RIASSUNTO

            Nel mondo interno dei pazienti che considero in questo scritto, mi sembra di aver riscontrato una particolare modalità di relazione tra alcuni oggetti interni. In particolare ho rilevato un’esasperazione del legame di attaccamento tra il sé bambino interno e l’oggetto primario materno. Chiamerò aggrappamento tale modalità di rapporto e ne descriverò le varie implicazioni. Ipotizzo che tale aggrappamento sia la conseguenza di precoci esperienze traumatiche, avvenute nella delicata fase di svezzamento psicologico, quando il bambino dall’unione onnipotente con la madre si affaccia più decisamente al mondo degli oggetti separati. Se queste prime esperienze sono traumatiche, il bambino non sufficientemente protetto né contenuto può sperimentare insopportabili paure di annichilimento legate alla perdita dell’oggetto-madre, al quale di conseguenza si aggrappa disperatamente. Questa modalità di rapporto di esasperato aggrappamento può essere interiorizzata e viene poi inevitabilmente ad interferire nella vita relazionale con gli oggetti esterni nelle fasi successive della vita. Nel transfert analitico viene a costituire un rigido e tenace sistema di difese-resistenze, che assume particolare evidenza nelle fasi di maggiore regressione del trattamento.

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            Descriverò un particolare primitivo sistema difensivo, che si delinea più chiaramente durante le fasi più avanzate di alcune analisi e che chiamerò “sindrome di aggrappamento”.

            Mi limito solo a menzionare alcuni Autori di scritti in qualche modo attinenti all’argomento.

            Già Freud aveva accennato a una Bemachtigunstrieb, che però non aveva né ben precisato né sviluppato. Tra il 1933 e il 1943 Imre Hermann aveva poi trattato un istinto parziale primario ad aggrapparsi. Contemporaneamente Alice e Michael Balint (1937,1939) avevano considerato una tendenza primaria ad aggrapparsi all’oggetto, considerandola una componente dell’amore oggettuale primario. E’ ben nota poi la posizione innovativa di Fairbairn (tra il 1941 e il 1952) su una tendenza primaria a stabilire un rapporto con l’oggetto. John Bowlby (1969) ha poi studiato ampiamente l’attaccamento primario all’oggetto, partendo da un’ottica etologico comportamentale. Questo autore riporta cinque basilari modalità di attaccamento dei cuccioli dei primati alla madre: il succhiare, il sorridere, l’aggrapparsi, il piangere, il seguire.

            Ho elencato qui Autori che hanno accennato o trattato di una qualche spinta primaria verso l’oggetto.

Più recentemente Marta Badoni (1985) ha ripreso in un articolo il pensiero di Hermann e parla esplicitamente di una sindrome di aggrappamento, sviluppando poi il tema principalmente in un’ottica mahleriana di separazione-individuazione. Si rifà a Hermann in un passo, che riporto essendo pertinente al tema che tratto: “…ogni situazione che propone la mancata soddisfazione di un qualsiasi istinto comporta, per l’individuo umano, l’eventualità di una regressione la cui caratteristica è il risveglio dell’istinto di aggrapparsi o ritorno del bambino aggrappato, parte di una unità a due col corpo della madre.”

            Paul Denis (1992) rifacendosi a Freud, ha dedicato un ampio ed attento lavoro alla pulsion d’emprise, considerandola soprattutto dal punto di vista dell’economia pulsionale.Citerei qui solo un breve passo del suo lavoro, dove dice: “Cosa succede al sistema (di presa) quando l’oggetto cessa di rispondere, di giocare il suo ruolo nella costruzione della soddisfazione? Al momento del ‘rifiuto’ da parte dell’oggetto, come dice Laplanche? I comportamenti di presa diventano più evidenti o si esasperano, tendendo allora a stabilire delle relazioni di presa, nel senso di R.Dorey, come nelle perversioni e nelle nevrosi ossessive (Dorey R.,1981), o nell’organizzazione depressiva, passionale o erotomane.”  

            Donald Meltzer (1992) nel suo libro “Claustrum. Uno studio dei fenomeni claustrofobici” descrive molti aspetti che ritrovo nei pazienti di cui tratto. Meltzer parla esclusivamente di un’identificazione proiettiva in un oggetto interno, cioè l’identificazione proiettiva del sè-bambino nell’oggetto interno-madre. Nei casi ai quali mi riferisco mi sembra però riduttivo pensare soltanto a un’identificazione proiettiva nell’oggetto, poiché mi sembra più utile considerare una gamma di modalità di rapporto che vanno dall’identificazione proiettiva a quella adesiva fino a una modalità di rapporto, che chiamo genericamente aggrappamento, e che a mio avviso implica l’esistenza di una maggiore quantità di separatezza rispetto a quella implicita nell’identificazione proiettiva.

            E’ utile comunque tener presente in questo contesto anche il concetto di identificazione adesiva di Esther Bick (1968).        

            Gli Autori citati partono da premesse teoriche tra loro molto diverse. Non mi riconosco del tutto in alcuna di queste, perciò mi sono limitato a segnalare soltanto una più o meno lontana assonanza – con alcuni più letterale, con altri più concettuale – con quanto mi appresto a descrivere. Il mio approccio è preminentemente clinico e da questo punto di vista non mi sembra necessario schierarmi su una precisa linea di pensiero, cioè in sostanza scegliere da dove origini la forza implicata nella spinta ad aggrapparsi all’oggetto. Mi è sufficiente prendere atto che esiste un’abbastanza ampia serie di Autori che hanno supposto l’esistenza, pur con diverse sfaccettature, di una qualche spinta primaria verso l’oggetto, che può essere implicata nel meccanismo di aggrappamento secondario, di cui qui mi occupo. Usando il termine aggrappamento mi riferirò comunque soprattutto alle vicende dei rapporti oggettuali nel mondo interno.

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            Partendo dal holding Winnicottiano e dal percorso dall’illusione di unione onnipotente alla disillusione nello svezzamento psicologico si arriva al formarsi dello spazio potenziale. Considererò i possibili effetti dei traumi che presumo esser avvenuti soprattutto in questa delicata fase dello sviluppo umano.

            Riporterò dalla letteratura un frammento di osservazione di un bambino. Delineerò poi il quadro clinico comune ad alcuni pazienti che ho avuto in analisi e che hanno presentato nel loro mondo interno una situazione di aggrappamento del loro sé infantile all’oggetto primario. Considererò anche la presenza di elementi di incorporazione, per poi concludere con delle note tecniche sul trattamento di tali pazienti, accennando infine all’obbiettivo del “recupero del tesoro nascosto”.

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            L’holding comprende oltre alla preoccupazione dei genitori di proteggere il bambino dagli aspetti traumatici della realtà fisica anche la cura di evitargli sul piano mentale un precoce contatto con eccessivi vissuti di impotenza, che potrebbero suscitargli angosce di annichilimento.

            Se i bisogni che sorgono continuamente nel bambino restano frustrati, determinano un crescente disagio interno che diventa sofferenza, di fronte alla quale il bambino da solo è totalmente incapace a risolverla (la “Hilflosichkeit” di Freud). Più il bambino è piccolo, più la madre è perciò attenta a cogliere sul nascere tali bisogni e a fornire prontamente l’appagamento. Percepisce – noi diremmo controtransferalmente – le minacciose sensazioni di sofferenza che incombono sul bambino insoddisfatto e si adopera per evitargliele.             Il fatto che il sorgere del bisogno (la fame) nel bambino venga in genere a coincidere con la risposta (il seno) della madre, fa vivere il bambino in una dimensione in cui prevalgono (probabilmente però mai in senso totale) i vissuti fusionali di indistinzione dalla figura materna. Il bambino vive così avvolto in uno spesso e protettivo mantello di illusione di unione onnipotente con la madre, al riparo da una prematura eccessiva consapevolezza di una madre-oggetto separata da lui stesso-soggetto separato (e pertanto dipendente ed impotente). L’illusione di onnipotenza è accuratamente preservata dalla madre, che sente di dover evitare al bambino bruschi e violenti confronti con la realtà, che gli susciterebbero annichilenti paure con effetti disgreganti sui primi abbozzi del suo senso di sé.

DISILLUSIONE E SPAZIO POTENZIALE

            Sappiamo che se il bisogno viene a coincidere istantaneamente con la risposta, non c’è spazio per il pensiero, ma si ha soltanto un vissuto sensoriale di appagamento nell’ambito di un’esperienza fusionale di onnipotenza. Perciò, come dice Winnicott, ad un certo punto comincia ad essere compito della madre di disilludere il bambino.

            Le piccole frustrazioni, che vengono a costituire le frustrazioni ottimali, fanno sì che si abbiano – fin dall’inizio – delle non coincidenze tra il bambino e la madre: fonte dei primi abbozzi di esperienze di separatezza. L’oggetto-madre che soddisfa viene così ad emergere progressivamente dalla madre ambiente e a trovarsi a una certa distanza, non eccessiva, dal soggetto-bambino.

            In un’atmosfera di affidabilità, di cui la madre abbia già dato sufficiente prova, il bambino può utilizzare le tracce mnestiche di precedenti soddisfacenti esperienze da lei procurategli e riempire temporaneamente con queste rappresentazioni il breve spazio che lo separa dalla madre assente, che prima o poi tornerà per soddisfarlo. Si costituisce così lo spazio potenziale. In questo si può formare la rappresentazione dell’oggetto-madre, cioè un simbolo, che per un certo tempo può sostituire la madre reale, in quanto costituisce un ponte di rappresentazioni che lega il bambino a lei. Ciò rende tollerabile la distanza e la dilazione della soddisfazione.

            Tutto ciò evita che durante l’assenza della madre il bambino perda ogni collegamento con l’oggetto-madre e precipiti nell’abisso dell’annichilimento. La possibilità per il bambino di ricreare a volontà in questo spazio l’immagine del’oggetto-seno-madre rafforza la sua illusione di onnipotenza, diminuisce il senso di dolorosa impotenza e rende tollerabile la separatezza. Si crea così l’immagine di un oggetto, sostanzialmente buono, la cui persistenza-costanza nel mondo interno del bambino diventerà fondamentale per tollerare le esperienze della propria esistenza come essere separato. Assistiamo così alla creazione del primo oggetto interno mediante introiezione.

            Lo spazio potenziale è creato collusivamente dal bambino e dalla madre, la quale istintivamente si preoccupa di salvaguardarlo e di incrementarlo. La capacità di riempire tale spazio con simboli-illusioni progressivamente sempre più complessi (supportati anche dagli oggetti transizionali) consente all’essere umano di sopportare sempre maggiori distanze dagli oggetti appaganti.

            Per funzionare lo spazio potenziale necessita di due condizioni basilari: che si sia creata una sufficiente affidabilità dell’oggetto e che ci sia un grado ottimale di frustrazione, che pertanto non deve essere né eccessiva, né deve mancare del tutto. (Per sopportare la separazione il bambino deve poter riempire lo spazio potenziale tra sé e l’oggetto con rappresentazioni, simboli, illusioni, fantasie e con il gioco come lo intende Winnicott.)

            Permane sempre forte la tentazione di sostituire lo spazio potenziale, e i rapporti simbolici con le rappresentazioni degli oggetti che vi si rappresentano, con il rapporto diretto e concreto con l’oggetto, annullandone la distanza sia nella dimensione del tempo che nello spazio. Da questo punto di vista si renderanno perciò necessari successivamente i basilari divieti: quello di toccare (Anzieu, 1985) e quello edipico, per sostenere lo sviluppo del pensiero ed evitare che lo spazio potenziale collabisca. (Ovviamente tali divieti valgono anche per gli adulti nei confronti del bambino, poiché sappiamo come collabisce lo spazio potenziale nei casi di incesto o di abuso sessuale).

IL TRAUMATICO AFFACCIARSI NEL MONDO DEGLI OGGETTI

            La disillusione – lo svezzamento psicologico – determina il progressivo passaggio da una dimensione prevalentemente fusionale-onnipotente a un mondo di oggetti separati, in cui emerge l’estrema impotenza dell’infante, che non è in grado di controllare gli oggetti da cui dipende la sua sopravvivenza.

            L’impatto con questa cruda e dura realtà, in determinate condizioni, può non avvenire mediante le fisiologiche frustrazioni ottimali, ma bensì con modalità traumatiche. Come sappiamo, non è necessario pensare soltanto a situazioni di gravi perdite, quali allontanamenti definitivi, a morti di genitori, a grave depressione della madre ecc. A volte – per esempio – può anche bastare che una madre passi bruscamente da una situazione di dedizione completa al bambino durante il congedo per maternità a una situazione lavorativa, che l’allontana da casa per nove ore al giorno e magari la deprime, rendendola emotivamente meno disponibile a interagire col suo bambino, il quale può al contempo venirsi a trovare improvvisamente per buona parte del suo periodo di veglia tra persone del tutto estranee in un asilo nido. Oppure può accadere che il bambino sia sottoposto a troppo brusche oscillazioni tra seduttivi rapporti ricchi di eccitante sensorialità e improvvisi freddi distacchi, che rendono traumatico l’impatto della grande apertura e dell’intensa aspettativa del bambino con l’inaspettato trasformarsi della madre in un oggetto distante freddo e separato, estraneo alla precedente unione ricca di fusionalità.

            Possiamo immaginare che vissuti di separatezza troppo prolungati o troppo inaspettati ed intensi, possano essere sentiti dal bambino come un buco – un vuoto, che si crea in quella unità onnipotente, vissuta fino ad allora come in grado di autoappagare qualsiasi bisogno. Il bambino subisce la brusca estrazione da tale unità di ciò che fino a quel momento era parte indistinta di sé e che gli si presenta improvvisamente come oggetto troppo separato, troppo al di fuori del suo controllo onnipotente (inevitabilmente vissuto poi come persecutorio). Inaspettatamente si sente privato dell’apparato per pensare i pensieri della madre – così essenziale nel contenimento – che consente la decodificazione e la mentalizzazione delle sue sensazioni “grezze”, nonché la gestione delle angosce che incessantemente in lui si creano. Sembrano affondare le proprie radici in vissuti di questo tipo le sensazioni di “buco nero“, di “vuoto“, che i pazienti ai quali qui mi riferisco così spesso riportano.

            Può, in fin dei conti, essere poco rilevante se la sensazione di buco derivi da un vuoto lasciato da un oggetto venuto a mancare o da un vuoto di funzione, cioè da un’area relazionale inceppata, occupata da una relazione con un oggetto inerte o comunque non funzionante.

            A questo punto tutto ciò viene a costituire per il bambino una frustrazione eccessiva, un trauma, che lui non può reggere, perché è portatrice di intollerabile dolore e di angosce persecutorie, un carico di sofferenza che non può essere rappresentato nel suo fragile spazio mentale. Il bambino se ne può difendere o attaccando la capacità di pensare come tale (e allora si può andare verso sviluppi autistico-psicotici) o – come nei casi ai quali qui mi riferisco – con una reazione di intenso aggrappamento tendente ad annullare la distanza con l’oggetto, annullando con ciò anche lo stesso spazio potenziale. Viene così a mancare lo spazio mentale in cui poter pensare e pertanto anche rappresentare l’oggetto. Si crea un vissuto più o meno ampiamente non mentalizzato (un fantasma) di un sé aggrappato all’oggetto, che potrà installarsi nel mondo interno del bambino e permanervi poi con effetti disturbanti.            Mi sembra utile ricordare qui la definizione che del trauma danno  Giaconia e Racalbuto (1995): “…sono traumatiche tutte le vicende non elaborabili psichicamente; accadimenti esterni o interni che non possono essere compresi, perché non esistono parole né categorie di pensiero che esprimano adeguatamente ‘rappresentazioni’ significative di tali ‘dati’ dell’esperienza.” Più oltre, nello stesso lavoro, viene descritto come “il danno può riguardare sia il contenitore che il contenuto.

Il contenitore può perdere la dinamica e la plasticità, divenendo espulsivo.” Più oltre ancora si dice: “Vengono così scotomizzate parti del sé e dell’oggetto che hanno fra di loro una relazione traumatica, ciò comporta una perdita inevitabile di ‘realtà psichica’.”

            Potremmo in altre parole dire che il trauma rende necessario il collasso dello spazio tra contenitore e contenuto (tra soggetto ed oggetto), il che provoca inevitabilmente, in quella particolare area esperienziale del sé, anche una regressione del funzionamento mentale dalla modalità depressiva a quella schizoparanoide. Qui ci interessa in particolare il conseguente reinstaurarsi del primato del pensiero concreto su quello simbolico, della diadicità sulla triadicità, del dissolversi del “interpreting subject” (Ogden, 1985), dell’appannarsi (pur senza il dissolversi) dei confini tra il sé e l’oggetto, che crea le premesse per un funzionamento ipertrofico delle identificazioni proiettive.

            Mi si potrebbe chiedere se io non stia allora parlando semplicemente di pazienti traumatizzati. La specificità dei pazienti ai quali qui mi riferisco non è data tanto dai singoli o specifici traumi che hanno subito, quanto dal fatto che situazioni traumatiche sembrano aver coinvolto abbastanza ampie aree del loro sé in particolari momenti dello sviluppo, il che avrebbe dato origine a un particolare sistema difensivo.

            In realtà tutto ciò avviene in un contesto relazionale, in cui ambedue i soggetti si condizionano a vicenda. Ognuno induce nell’altro affetti e comportamenti che ne modificano il sentire e l’agire in uno sviluppo spiraliforme. Per schematizzare ho però trascurato qui questo aspetto. (Un bambino aggrappato ovviamente altera il sentire e l’agire della madre.)

            Il fenomeno dell’aggrappamento, cui mi riferisco, è sostanzialmente un fenomeno del mondo interno. Il soggetto vive il sè-bambino tenacemente aggrappato (o incorporato) alla figura della madre interna.

            Ciò non comporta necessariamente l’esistenza sul piano della realtà esterna di manifesti comportamenti di dipendenza, più o meno simbiotica, vissuti ed agiti. Nei casi in cui ciò avviene, sembrerebbe esserci stato un ancora più antico difetto di introiezione dell’oggetto primario, il che non è molto evidente nei pazienti di cui qui parlo.

OSSERVAZIONE DI UN BAMBINO

            Cito un frammento di osservazione di un bambino, riportato in un articolo di Thomas Ogden (1985), che rende molto plasticamente l’idea di come lo spazio potenziale possa collabire di fronte a una situazione di – pur transitoria – insufficiente affidabilità e come si manifesti la spinta all’aggrappamento. Questo può essere poi superato quando la madre si premura di ripristinare lo spazio potenziale. Ciò prefigura anche certi aspetti della tecnica analitica che menzionerò più avanti.

            Un bambino di due anni e mezzo, dopo che ebbe incidentalmente immerso la testa sott’acqua, mentre stava facendo il bagno nella vasca, cominciò a mostrarsi estremamente contrariato all’idea di fare il bagno di nuovo. Qualche tempo dopo, a seguito di amorevoli pressioni da parte della madre, egli accettò di essere messo in quattro dita d’acqua nella vasca da bagno. Al momento di entrarci tutto il suo corpo era teso, le sue mani erano chiuse strettamente su quelle della madre. Non stava piangendo, ma i suoi occhi supplicanti erano fissi su quelli della madre. Un ginocchio era irrigidito in estensione mentre l’altro era piegato nel tentativo di mantenersi il più possibile fuori dall’acqua. La madre tentò quasi subito di rivolgere la sua attenzione su alcuni giocattoli. Egli non ne fu minimamente interessato, finché lei non gli disse che avrebbe desiderato un tè. A quel punto l’evidente tensione delle braccia, delle gambe, dell’addome e particolarmente della faccia, lasciò istantaneamente il posto ad un nuovo stato fisico e psicologico. Le ginocchia erano adesso un po’ flesse; i suoi occhi esaminavano le tazzine e i piattini giocattolo sparsi nella vasca, e alla fine si fermarono su di una bottiglia di shampoo vuota, che venne da lui scelta come recipiente per il tè; il tono della sua voce cambiò dalla precedente supplica insistente: “Me non bagno, me non piace bagno”, alla narrazione del suo gioco: “Tè non troppo caldo, va bene adesso. Me soffio sopra per te. Tè, mammina.” La madre ebbe un po’ di tè e ne chiese ancora. Dopo alcuni minuti la madre si alzò per prendere l’accappatoio. A quel punto il bambino cessò immediatamente il suo gioco e ritornarono tutte le manifestazioni iniziali di ansia, che avevano preceduto il gioco. Dopo che la madre lo ebbe rassicurato, che lo avrebbe tenuto saldamente affinché egli non scivolasse, gli chiese se poteva avere ancora un po’ di tè. Lui glielo diede ed il gioco ricominciò.

QUADRO CLINICO DELL’AGGRAPPAMENTO

            Nel mondo interno dei pazienti ai quali mi riferisco riscontriamo l’esistenza di un sistema difensivo imperniato su un rigido aggrappamento di due oggetti interni: il sè-infantile e la madre. Tale aggrappamento sembra avere come primo scopo quello di trattenere l’oggetto ed evitare di esserne separato e di “precipitare nel vuoto” in quanto privo  di appigli rappresentazionali positivi.

            Vorrei sottolineare il fatto, che il fenomeno dell’aggrappamento di cui tratto si riferisce a una particolare modalità di relazione tra due oggetti, che si sono in una certa misura già separati, ma dove a causa di sfortunate circostanze i due (con un grado più o meno diverso di implicazione in ognuno) cercano di annullare l’avvenuta separazione, perché non sono in grado di affrontarne le vicende. Non rientrano in questo discorso pertanto i casi in cui una separazione non sia sostanzialmente mai avvenuta, o i casi in cui la regressione difensiva sia più profonda ed arrivi a situazioni fusionali di massiccia indistinzione tra madre e bambino.              

            Questa precisazione è ovviamente schematica, se pensiamo che da un lato elementi di separatezza vengono vissuti dal bambino fin dagli inizi della vita extra-uterina, e che dall’altro una separatezza totale non si compie mai nel corso dell’esistenza umana, poiché ognuno di noi conserva perennemente il bisogno di parziali rapporti fusionali e simbiotici. (Persiste sempre –  pur riducendosi con l’età – un certo grado di dipendenza da degli Oggetti-sè, per dirla con Kohut, con i quali il soggetto intrattiene rapporti narcisistici, pure densi di risvolti fusionali.)

            Nell’aggrappamento però non sono in primo piano tanto gli aspetti fusionali (pur anche essi presenti), quanto quelli di stretta adesione tra oggetti in qualche misura già separati.

            La funzione difensiva dell’aggrapparsi appare fondamentale, in quanto con la stretta adesione all’oggetto collabisce lo spazio potenziale e non possono esservi rappresentati i violentissimi affetti, che si sono scatenati nei confronti dell’oggetto frustrante, quando il bambino era stato messo di fronte alla sua allora insostenibile separatezza. Questi affetti vengono pertanto a tempo indefinito congelati e neutralizzati, risospinti nella non pensabilità, non solo per  l’insostenibile dolore che li accompagna, ma anche perché sono sentiti pericolosi per la sopravvivenza sia dell’oggetto che del sè-bambino stesso. Soprattutto la componente distruttiva dell’avidità e dell’invidia (suscitate dall’irraggiungibilità dell’oggetto idealizzato) incombe intensissima, accompagnata da paure persecutorie conseguenti alla proiezione di questa distruttività nell’oggetto. Ma tutto può rimanere pressoché muto, finché – grazie al persistere dell’aggrappamento – lo spazio potenziale resta inutilizzabile. I contenuti mentali delle aree del sé in cui è in atto l’aggrappamento possono così manifestarsi (od essere evacuati) soltanto mediante identificazioni proiettive, somatizzazioni od agiti.

            Il quadro è reso complesso dal fatto che questo blocco di un’area del sé, che permane aggrappata ed aderente all’oggetto primario, coesiste accanto ad altre aree che sono invece funzionanti e che hanno consentito una crescita e un qualche raggiungimento delle successive tappe evolutive, pur se con difficoltà e con la spesso dichiarata sensazione di “trascinarsi dietro un peso”, “qualcosa di inerte” ecc. Queste parti cresciute, anche se stentatamente, debbono tale sviluppo ai sotterranei legami, gelosamente e tenacemente nascosti, anche e soprattutto a sé stessi, con quello che più in avanti chiamerò “il tesoro”, cioè con le originarie buone esperienze che prima, parallelamente o dopo quelle traumatiche, pur ci sono state.

            Sintomatologicamente si rileva però in questi pazienti una grave limitazione ogni volta che nel corso della vita una relazione d’oggetto richieda un ampio coinvolgimento affettivo-pulsionale e una funzionalità integrata di tutto il sé, come è nel caso dei rapporti affettivi con oggetti fondamentali (genitori, partner, figli).

            Così anche la sessualità genitale non riesce a dispiegarsi pienamente, poiché essa costituisce – nell’edipo prima e nell’adolescenza dopo – uno dei principali motivi per cui l’investimento dall’oggetto primario e dalle figure genitoriali deve essere abbandonato e trasferito su altri oggetti.

            L’aggressività, pur comparendo abbondantemente nei sogni e nelle associazioni, tende a rimanere lontana e distaccata, qualcosa di cui si parla indirettamente, che magari si agisce tacitamente, ma che non si deve mai provare in seduta – nel hic et nunc – poiché è pur sempre il principale strumento di separazione-individuazione e rischierebbe di sciogliere l’aggrappamento.

            Il bisogno di mantenersi immobilmente aggrappato all’oggetto interno del passato fa sentire al paziente irraggiungibili gli oggetti del presente e del futuro, poiché non può sciogliersi dall’oggetto primario e rendersi sufficientemente disponibile per altre relazioni. L’aggrappamento non gli permette però di relazionarsi in modo appagante neppure con l’oggetto del passato, vista l’immobilità in cui è costretta tale relazione. Tutto ciò determina un profondo sentimento di estraneità e di esclusione nei confronti di pressoché tutto ciò che nella vita tende ad assumere un ruolo affettivamente significativo. Predominano pertanto sentimenti di frustrazione, impotenza e disperazione. La depressione esprime in profondità anche il rimpianto per un rapporto più vivo e gratificante con l’antico oggetto d’amore.   

            L’aggrappamento preclude la possibilità di separarsi, di instaurare uno spazio potenziale, nel quale poter attivare il fondamentale meccanismo del contenimento e nel quale poter adeguatamente sviluppare la funzione del pensiero simbolico per affrancarsi da quello concreto. Perciò nelle aree del sé aggrappate, il paziente non riesce né a fantasticare né a giocare e vi predominano fantasmi densi di minacciosa concretezza, legati all’oggetto primario onnipotente, divorante, persecutorio.

            Per molti aspetti della sua vita il paziente tende ad appiattirsi, ad adeguarsi all’oggetto, sul quale è in atto il transfert del rapporto con l’oggetto primario interno. Tende perciò ad evitare le differenze e i conflitti, che potrebbero portare a una temuta differenziazione e quindi al distacco. Una mia paziente alla fine riconobbe che il suo rapportarsi con me per anni in analisi – così come lo era stato nei confronti della figura materna alla quale era aggrappata – era stato un “pattinare in parallelo, tentando ad ogni costo di evitare divergenze o conflitti, perché fossimo come le due rotaie di un binario“.

            Il paziente aggrappato lotta contro tutto ciò che può portare ad un movimento, e pertanto anche contro la crescita. Deve rimanere immobile nel rapporto, tendere a una bidimensionalità, appiattito sull’oggetto, evacuando al loro sorgere i propri desideri e le proprie pulsioni. Per svilupparli dovrebbe infatti divaricarsi dall’oggetto e con ciò ripristinare lo spazio potenziale, dove i desideri potrebbero allora finalmente inscenarsi nel teatro della mente, prendere forma, essere rappresentati e conosciuti. Solo poi alcuni di loro possono anche essere scelti per essere agiti nella realtà  esterna. Ma ciò non è possibile, perché sulla scena irromperebbero anche annichilenti sofferenze, travolgenti incontenuti eccitamenti e le feroci belve dell’avidità e dell’invidia, fino ad allora ibernate nell’immobile aggrappamento. Comparirebbe anche la persecutoria immagine dell’oggetto, che di solito affiora solo sotto forma di un superio crudele e castrante.

            Una paziente (Fonda, 1991) verso la fine dell’analisi, ripristinato lo spazio potenziale, così vi rappresentava il proprio passato aggrappamento:

            “Mi vengono delle immagini di un attaccamento proprio fisico, come per non pensarci. Dare la mano, e le mani si stringono e c’è questo attaccamento, ma più sto male più difficile è sciogliersi…

C’entra con la fame e l’avidità: scoprire il bisogno, la fame dell’altro che si trasforma in avidità divorante: la soluzione è questo strano essere cementati… mi fa venir in mente due gemelli siamesi.

C’è una contemporaneità: si deve essere affamati in due nello stesso momento: o sbranamento o cementarsi.

Se l’esser cementati si scioglie: ci si sbrana.”

            L’aggrappamento, oltre ad immobilizzare il soggetto, paralizza anche l’oggetto, che pertanto – in assenza dello spazio potenziale – non può svolgere l’indispensabile funzione di contenimento. Il soggetto pertanto sente incombere sensazioni violentissime, ma non può utilizzare l’oggetto per contenerle e gestirle. Ciò si ripresenta naturalmente tale e quale nella situazione transferale in analisi, dove il paziente tenta disperatamente di aggrapparsi e di mantenere l’analista immobile, così come è immobile lui stesso, perché solo l’immobilità sembra garantire la sopravvivenza. Appunto: la mera sopravvivenza, ma non una vera vita! La paziente di prima disse all’inizio dell’analisi: “La mia vita è un galleggiare facendo il morto.”

            L’intensa distruttività invidiosa viene in parte mantenuta attiva ed utilizzata deviandola in un’arcaica figura superegoica, che selvaggiamente e crudelmente distrugge tutto ciò che può minacciare il persistere del rapporto aggrappato con l’oggetto: in particolare i desideri, gli affetti, le pulsioni, le relazioni significative. Tutto ciò che è vitale, che non è immobile, viene attaccato. Anche in questo si manifesta l’adeguarsi nell’aggrappamento: il soggetto fa propria la persecuzione dell’oggetto (la cui persecutorietà è peraltro frutto delle sue precedenti proiezioni). Questo oggetto interno persecutore superegoico è tecnicamente tutt’altro che facile da elaborare in analisi, perché è costituito da parti difficilmente differenziabili del paziente (in quanto si oppone al distacco) e dell’oggetto (che non permette al soggetto nessuna crescita-separazione). L’immagine di tale oggetto può peraltro essere una commistione di proiezioni e di aspetti reali dell’oggetto stesso. Il bisogno di aderire, di adeguarsi e di evitare qualsiasi differenziazione-separazione costituisce così una fonte di tenacissime resistenze.

            Fisiologicamente c’è nel mondo interno un oscillare del baricentro identificativo (potremmo dire del sentimento centrale o nucleare di sé) tra i vari oggetti interni. Nei vari momenti ci si può sentire bambini, per sentirsi poi genitori e poi ancora partner paritari ecc. Il rigido aggrappamento tra oggetti interni rende molto difficile questo temporaneo e flessibile identificarsi con le varie componenti del proprio sé, a seconda delle necessità. Vige invece la regola, che il nucleo del sé sia sempre occupato da una coppia madre-bambino inestricabilmente aggrappati. Il paziente sente perciò che gli altri oggetti interni rimangono relegati nella periferia del mondo interno e non possono essere utilizzati per transitorie identificazioni. L’identificarsi come bambino che cresce o come bambino grandioso o come donna o come maschio, viene sentito collegato a un’irreversibile perdita dell’oggetto-madre con il quale è in atto l’aggrappamento.

            Con una paziente ci trovammo per un lungo periodo dell’analisi in una situazione di impasse. Nella relazione di transfert sentiva il bisogno di rapportarsi a me alternativamente come bambina bisognosa di accudimento e come donna adulta desiderosa di un rapporto affettivo-sessuale, ma non riusciva a sviluppare nessuna delle due. Ambedue i desideri davano segno di sé, in particolare nei sogni, ma non riuscivano mai ad essere rappresentati nella fantasia, né sufficientemente sentiti nelle relative emozioni. Ogni volta che si faceva timidamente avanti la bambina si intrometteva inesorabilmente la madre, che faceva smettere “quelle  stupide smancerie”. Ogniqualvolta si faceva sentire la donna adulta, c’era una bambina inferocita che non tollerava e impediva che i genitori facessero all’amore. Di fatto restavano così sempre insoddisfatte sia la madre che la bambina. E’ stato durissimo riuscire a staccarle e potermi così rapportare con ognuna di loro separatamente, in modo da strutturare la possibilità di una simbolica soddisfazione di ambedue.  

            Nell’aggrappamento non sono possibili così neppure le fisiologiche oscillazioni di progressione e regressione. In questo schema ogni scelta, anche il crescere, viene sentita come un distacco e pertanto come un’inaccettabile perdita definitiva.

            L’intensa avidità che è implicita nell’aggrappamento fa sì che il sè-bambino non possa nutrirsi con una poppata cui segua un sazio distacco, al quale segua poi un nuovo riattaccarsi per la successiva poppata. Tale schema di ritmica alternanza, che ritma il tempo e ne crea la dimensione, è sostituito da un’immobile aggrappata attesa di un unico enorme boccone – incorporazione – che dovrebbe illusoriamente ricostituire per sempre un controllo totale sull’oggetto.

INCORPORAZIONE 

            Nel materiale che questi pazienti producono in analisi l’aggrappamento si trova rappresentato spesso sotto forma di incorporazione anale o di incorporazione attraverso la pelle. Meltzer, parlando del claustrum nell’omonimo libro, descrive tre forme di incorporazione: nel seno (per lui equivalente alla mente), nei genitali-utero e nell’ano. Le prime due modalità probabilmente riguardano pazienti diversi da quelli da me trattati, poiché io non le ho ravvisate.

            Il fantasma di incorporazione orale implica la distruzione e la successiva assimilazione dell’oggetto. Il fantasma di incorporazione anale invece, al termine del tubo digerente, dove l’assorbimento e l’assimilazione non sono più in atto, sembra particolarmente adatto a questi casi di aggrappamento, poiché consente di conservare l’oggetto integro dentro il corpo, ben controllabile, custodito da un potente sfintere e accessibile a possibili visite masturbatorie. E’ qui consentita all’oggetto e al soggetto un’aderenza estremamente intima, ma nel contempo anche un certo mantenimento di una identità separata.  

            Come è comune nelle fantasie di incorporazione, è di frequente riscontro un’intercambiabilità fra l’essere dentro all’oggetto e l’avere l’oggetto dentro di sé, (il che si ricollega alle componenti fusionali di tali vissuti).

            L’aggrappamento collegato all’incorporazione attraverso la pelle si esprime con immagini di “fratelli siamesi”, di separazioni che “lasciano la pelle viva”, l’essere “cementati o incollati”, “essere in due avvolti nella stessa pelle e per separarci ci vorrebbe un taglio longitudinale, ma lascerebbe insopportabili superfici cruente” ecc.

ASPETTI TECNICI

            L’aggrappamento all’oggetto interno non è inizialmente per niente evidente al paziente e comincia a delinearsi nel transfert solo lentamente e inavvertitamente. Caratteristica fondamentale dell’aggrappamento è infatti l’immobilità, la ripetitività, la povertà di affetti e in genere di qualsiasi elemento vitale di qualche intensità. Progressivamente l’analista comincia a sentire sempre più intense sensazioni di inutilità, di vuoto, di assenza di movimento. Sono la versione controtransferale delle sensazioni che il paziente prova da sempre nella sua vita. Comincia a farsi strada – nell’analista prima e a seguito delle interpretazioni poi anche nel paziente – la sensazione di imprigionamento.

            Solo quando si saranno create le premesse, quali l’affidabilità dell’analista – in genere dopo qualche anno di analisi – e un genuino transfert positivo, si delineerà il particolare sistema difensivo dell’aggrappamento: verrà messo in particolare evidenza proprio perché si saranno create le condizioni per superarlo e addivenire ad un sempre più desiderato quanto però temuto distacco.

            Sul piano transferale si ha a questo punto una situazione complessa.

            L’analista è da un lato diventato l’oggetto primario a cui stare aggrappati senza pensare-rappresentare tale rapporto, mantenendolo immobile, poiché ogni movimento, ogni sviluppo minaccia di portare a un distacco. Il paziente tende perciò a produrre materiale poco importante e soprattutto di scarso genuino contenuto emotivo.

            A volte il paziente teme l’analista, sentito come un oggetto potente e persecutorio, che non tollera movimenti o cambiamenti e che minaccia feroci rappresaglie, se il paziente osa muoversi-desiderare-crescere-separarsi. Sull’analista è in questo caso proiettato un arcaico oggetto superegoico, reso persecutorio soprattutto dall’avidità e dall’invidia proiettate dal sé infantile del paziente. (In parte però possono concorrere a formarlo anche tracce mnestiche di reali comportamenti delle figure parentali o fantasmi materni a suo tempo penetrati nel paziente mediante identificazioni proiettive).

            Altre voltel’oggetto-madre-analista è vissuto non solo come immobile e passivo, ma proiettivamente anche fragile e vulnerabile, per cui il paziente si preoccupa di preservarlo e di conservarlo. L’ostinazione con cui viene difeso l’aggrappamento rivelerà anche l’esistenza di un’estrema amorevole fedeltà all’oggetto primario, che si teme possa non sopravvivere al distacco (e qui inizia il sentiero che ci porta ai così tenacemente nascosti rapporti di tenero amore e di preoccupazione per l’oggetto, come vedremo più avanti).

            Da un altro lato ancora, l’analista è anche l’oggetto nuovo che si muove, che stimola ed eccita, tentando il paziente a sperimentare un rapporto più vivo, più ricco, che consenta di riprendere la crescita interrotta. In questa veste l’analista deve a lungo proteggere, conservare ed accudire i germogli della vita affettiva e pulsionale del paziente, finché non arriva il momento in cui il paziente può permettersi, una volta sciolto l’aggrappamento, di riconoscerli come propri, reintroiettarli, svilupparli ed utilizzarli senza più aggredirli e distruggerli.

            Nel ruolo ancora di oggetto maturativo e protettivo l’analista si presenta a volte come una madre buona che aiuta a crescere, altre volte come una figura paterna, che stimola a staccarsi dalla madre in un contesto protoedipico. Va però sottolineato il pericolo, in queste situazioni, di saltare prematuramente da un buon rapporto materno a un livello edipico paterno, lasciando così troppo insaturi i più primitivi bisogni di holding, che rischiano poi di cercare appagamento in modo pseudoerotizzato nel più evoluto rapporto paterno-edipico.

            Quando nel corso dell’analisi l’aggrappamento comincia a mobilizzarsi e a sciogliersi, compaiono sulla scena mentale le angosce e i fantasmi che lo avevano determinato e si mobilizzano gli antichi e primitivi affetti, che vi erano rimasti congelati. Sorgono così intense angosce di perdita, accompagnate da violente reazioni avide ed invidiose, che rischiano – nella fantasia del paziente – di distruggere l’oggetto o di scatenarne la vendicatività.

            Vengono anche mobilizzate primitive ed intense – e perciò al momento destabilizzanti – sensazioni di eccitamento e di grandiosità non sufficientemente contenute, che erano rimaste murate nell’aggrappamento.

            Compito dell’analista con questi pazienti è di stare particolarmente attento a cogliere ogni fugace comparsa di fantasie, di affetti, di espressioni di genuine emozioni, di momenti di gioco. Inizialmente dovrà in buona parte conservarli lui, perché il paziente è costretto a distruggerli sul nascere, cancellarli, evacuarli. A poco a poco potrà “restituirli” al paziente, per svilupparli assieme, dapprima con modalità indirette e nelle aree meno problematiche, dove uno spazio potenziale può essere tollerato. 

            Ad analisi avanzata si pone il problema, sul versante relazionale del lavoro analitico, di sviluppare appieno il “giocare assieme”, di utilizzare la parte matura del paziente, capace di simbolizzare e di distinguere la fantasia dalla realtà, per costituire e far funzionare quella situazione teatrale, che in un’atmosfera transizionale permette di vivere nella finzione esterna la realtà interna, con le sue concretezze e le sue primordialità. In questo teatro non c’è più il paziente solo sul palcoscenico e l’analista in platea, ma ambedue stanno, se pur in diversa misura, sia sulla scena che tra gli spettatori. Si tratta di giocare, di fantasticare, di desiderare e anche di odiare assieme. Di fatto non è poi necessario che tale partecipazione dell’analista si sviluppi eccessivamente – il paziente in fin dei conti ha bisogno di stare lui al centro del palcoscenico – ma è sufficiente che il paziente senta che sulla scena c’è anche l’analista.

            Con questi pazienti l’analista non deve rimanere troppo passivo, ma al momento opportuno deve anche saper mostrar loro, che lui stesso è capace di produrre fantasie e di esprimere emozioni e sentimenti. Naturalmente non fantasie relative alla sua vita privata, ma quelle sulla relazione con il paziente, inerenti a ciò che il paziente sente e che non osa rappresentarsi liberamente, poiché esita nell’usare pienamente lo spazio potenziale. L’analista invece può osare, mostrando al paziente che ciò non porta a catastrofi. Su questa scia l’analista accoglierà poi anche i timidi inviti del paziente a lasciarsi coinvolgere nel fantasticare assieme, nel gioco, come la madre descritta da Ogden.

L’OBBIETTIVO FINALE: IL RECUPERO DEL TESORO NASCOSTO

            Solo quando l’analista si sarà meritato la fiducia del paziente e il rapporto analitico avrà raggiunto una grande intensità, il paziente comincerà a svelare, che sotto l’aggrappamento non ci sono solo avidità, distruttività e sofferenza, ma che vi sono gelosamente custodite anche le tracce di preziose e intense esperienze appaganti, vissute dal bambino con la madre nell’epoca “pre-disastro”. Si tratta di antichi momenti di grande intensità affettiva, che pur così tenacemente nascosti (soprattutto alla propria distruttiva invidia), hanno costituito per tutta la vita – e per tutta l’analisi – la segreta fonte di speranza e di fiducia, che nel mondo, in qualche relazione, si sarebbero potute ricreare le condizioni per riviverli e svilupparli, per poter affrontare il resto della vita in condizioni migliori. Proprio perciò erano stati custoditi così gelosamente e difesi ferocemente fino ad allora nella più profonda e inaccessibile zona pietrificata, nel più remoto meandro intestinale. 

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