“La trincea: crisi del multiculturalismo in un mondo tra et-et e aut-aut“. Tavola rotonda. Previous item Ancora sul setting… e le... Next item SAMOSTOJNOST SLOVENIJE

Il mondo sta cambiando radicalmente. Ciò che viviamo oggi non è certo soltanto una transitoria crisi economica. Siamo in una profonda transizione verso una nuova era, che è il risultato di fondamentali innovazioni scientifiche, tecniche, sociali, culturali e politiche. 

Ogni cambiamento suscita tanto più intense angosce quanto più è profondo. Perciò dobbiamo cercare di capire ciò che sta cambiando per attrezzarci a una navigazione in acque che si preannunciano agitate.

Menzionerò solo alcuni frammenti che mi sembrano in qualche modo connessi al tema di oggi.

  1. IL GRUPPO ETNICO

Tutti gli umani abbiamo un bisogno vitale di far parte di un gruppo etnico (da intendersi in senso ampio antropologico) depositario non solo di un codice linguistico, che consente una ricca e rapida interazione e adattamento, ma anche contenitore di saperi, credenze religiose e ideologiche, codici di comportamento e delle fondamentali tecniche della sopravvivenza. Senza questa appartenenza non è possibile fruire di essenziali conoscenze accumulate dalla nostra specie fin dalla preistoria. In questo mare nuotiamo, ci nutriamo assorbendone i contenuti, così come vi inseriamo le nostre esperienze. Un’ampia parte di ciò avviene inconsciamente. Questa base conferisce stabilità a una civiltà. Senza un tale ambiente gruppale siamo come pesci fuor d’acqua e non è possibile la sopravvivenza.

Pertanto non è da sottovalutare l’angoscia di tipo catastrofico che sorge ogniqualvolta queste nicchie sociali siano minacciate o rischino addirittura la dissoluzione. 

2. INDIVIDUAZIONE E RISCHIO DI FRAMMENTAZIONE

Dal Rinascimento è in corso in Europa un generale processo di emancipazione degli individui – l’individuazione – da una quasi totale immersione e indifferenziazione con il gruppo e la sua cultura, verso una sempre più ampia consapevolezza della propria individualità. Questa sembra essersi emancipata dai condizionamenti del gruppo e delle sue istituzioni, come mai prima nella storia, conquistando un’inedita libertà di scelte.

Il 1968 è stato il più recente forte atto della lotta contro ogni forma di autorità. Si è indebolita non solo l’autorità nel campo della politica, ma anche ogni altra sua forma, come quella della religione, delle ideologie e della scienza stessa. 

Sembriamo muoverci verso una frammentazione della vita sociale in microcellule individuali, dove ogni individuo prende decisioni anche per problemi per i quali non ha né le necessarie conoscenze né le competenze. 

Potremmo essere vicini all’apice dell’oscillazione nella direzione dell’individuazione. Al posto del gruppo vediamo sempre di più una moltitudine di individui separati. Questo potrebbe però presto suscitare nel gruppo intense angosce di frammentazione, poiché rischia di far perdere agli individui l’ancoraggio nel gruppo e rendere le istituzioni gruppali incapaci di prendere decisioni basilari per la stessa sopravvivenza degli individui. Il gruppo non è chiamato a fornire solo un collaudato sistema di conoscenze e saperi, ma soprattutto sicurezza. 

L’uomo, in sostanza, è fatto per vivere in parte individuato-indipendente e in parte immerso assieme agli altri nella cultura di gruppo, che è l’unica a potergli garantire una base sicura. C’è il rischio che l’eccessiva frammentazione del gruppo in una moltitudine di individui determini una crescente angoscia e un rimbalzo verso massicce e regressive immersioni in gruppalità paranoidi, simili a quelle che abbiamo conosciuto nella prima metà del Novecento.

3. IL SUPERAMENTO DEI NAZIONALISMI

Specifiche ragioni storiche, createsi negli ultimi due secoli, avevano determinato in Europa la coagulazione dei gruppi etnico-linguistici in agguerriti stati-nazione. Questi consolidavano la loro identità, alterando la propria e l’altrui storia per crearsi dei miti fondanti, per definire unilateralmente il proprio spazio vitale, per consolidare la propria base economica e rafforzare la propria forza politica e militare, adatta a politiche di potenza volte all’acquisizione di territori, materie prime e mercati. A differenza del Settecento, nell’Ottocento e nel Novecento c’era un brulicare di nazionalità che si organizzavano e si armavano per allargarsi, conquistare, sottomettere. Intenti che nella mentalità di allora infiammavano folle di benpensanti e generazioni educate al sacrificio per il bene morale supremo – la Nazione, indipendentemente se questo bene era poi il male delle altre nazioni. Non era peraltro definito, né chiaro, che cosa dovesse appartenere a chi. 

All’immagine della nazione sempre più deformata ed idealizzata veniva attribuito un valore assoluto, pressoché trascendentale. La storia veniva falsificata per dimostrare, che la nazione era esistita da sempre, per poter poi affermare che sarebbe dovuta esistere per sempre. Più o meno implicitamente, i miti sulle nazioni contenevano il fuorviante concetto di “genus”, cioè dell’origine comune dei suoi membri, una parentela genetica che avrebbe dovuto determinare “chi è dei nostri e chi non lo è”. Da questo al razzismo il passo è breve. In palese contrasto con ciò, però di fatto, tutte le nazioni hanno invece sempre favorito, o addirittura forzato, l’assimilazione degli altri, degli “allogeni”, nel proprio gruppo. 

Oggi potremmo considerare la nazione, solo come una delle tante possibili forme di aggregazione dei gruppi umani, che, come tutto ciò che vive, esisterà solo finché espleterà delle funzioni utili alla sopravvivenza. L’umanità in generale ha in sé un valore ben superiore e sopravvive alle nazioni. Prima delle nazioni eravamo degli esseri umani e lo saremo anche dopo, quando le nazioni nella concezione data loro nel recente passato, non esisteranno più. Appare ovvio considerare le nazioni delle entità mortali, come gli esseri umani, e pertanto prevederne anche un invecchiamento e una fine, pur essendo legittimo e doveroso contrastare, come si fa per gli individui, ogni tentativo di lederne la forza o minacciarne la sopravvivenza. 

Già oggi il concetto di nazione – di appartenenza nazionale – sta sbiadendo e riprendendo un colorito normale in confronto a quanto si pensava e credeva nel secolo scorso. L’identità etnico-linguistica rimane un valore importante dell’identità degli uomini, tuttavia viene ad assumere un valore più contenuto, più relativo. Ciò rende questo carburante, rispetto al passato, meno esplosivo e pericoloso.

Non credo sia da demonizzare la fase degli stati-nazione, che evidentemente nello sviluppo delle società hanno avuto un ruolo importante, per certi aspetti anche luminoso. È però anche un fatto, che tra le luci e le ombre di questo fenomeno, su un’area di confine come la nostra, sono ricadute più le ombre.

Stiamo assistendo a un sostanziale superamento dei sentimenti nazionali ipertrofici e ciò ha nelle nostre zone una ricaduta particolarmente positiva, poiché consente un diverso vissuto delle identità etnico-linguistiche. Queste, liberate dai condizionamenti e dalle manipolazioni della politica, possono essere ricondotte sul terreno della cultura, del gusto di vivere le proprie diversità e particolarità, della libertà di declinare la propria esistenza in armonia con la propria identità e le sue composite radici. Essere italiani, sloveni e qual altro si voglia, in modo più leggero è un’esperienza che prima nessuno di noi avrebbe potuto neppure immaginare. Allora, per dirla con Freud, anche ricordare i traumi passati per poterli elaborare e poi archiviare, appare più semplice. Ora, finito il lungo inverno, la multiculturalità può rifiorire.

4. LA MULTICULTURALITA’

Il discorso ci porta così a considerare la multiculturalità, che nelle nostre terre è stata di casa per secoli. E’ solo dal primo dopoguerra che è stata imposta la monoculturalità e si è smesso di parlare, oltre all’italiano, anche lo sloveno, il tedesco e il croato. 

Distinguerei comunque due aspetti:  

  • la multiculturalità di un’area geografica con la compresenza di gruppi diversi che convivono produttivamente; 
  • la multiculturalità degli individui con la compresenza in ognuno, al proprio interno, di radicati elementi culturali eterogenei.

La multiculturalità è uno strumento prezioso anche nella valutazione dei contenuti culturali del proprio gruppo. Quest’ultimo esercita sui suoi membri una pressione molto intensa perché accettino come indiscutibili le verità che sono condivise dalla maggioranza del gruppo. Spesso queste non sono verità oggettive, ma solo miti comuni, immagini illusorie e più o meno infondate, che appaiono inconsistenti se viste dall’esterno dell’atmosfera culturale ed emotiva del gruppo in cui nascono. La multiculturalità offre pertanto anche una preziosa opportunità di guardare alla realtà, anche alla propria, da vertici diversi, dall’interno e dall’esterno, e di poter così relativizzare ciò che accade e si sente all’interno. 

Nuotare anche nelle acque altrui è estremamente utile. L’identità culturale diventa allora un equilibrio dinamico tra le acquisizioni dei contenuti altrui e la conservazione della propria identità originaria. Come in economia, l’autarchia è un assurdo, le esportazioni così come le importazioni sono indispensabili, pur se si deve tener d’occhio la bilancia dei pagamenti sapendo che, se si importa più di quanto si esporta, si può perdere il nucleo della propria identità. 

L’identità però non può neppure essere cementata una volta per tutte in un’unica appartenenza, poiché nella sua essenza, essendo qualcosa di vivo, non può che essere in continua trasformazione. I gruppi etnici, così come le loro culture, influenzano continuamente gli altri e ne sono a loro volta influenzati. Come tutte le cose viventi, anche l’identità etnica, se è viva e non la mummifichiamo, può arricchirsi come anche indebolirsi o addirittura perdersi. Ma questi sono i rischi del vivere e, chi non vi si espone, non vive. 

Considerando i profondi cambiamenti nei rapporti tra italiani e sloveni, cui stiamo assistendo nelle nostre aree di confine, potremmo dire che, in verità, la situazione non è mai stata cristallizzata, come in superficie poteva apparire in alcuni decenni del secondo dopoguerra. Si può ora confermare che, al di sotto delle stagnanti e predominanti posizioni nazionalistiche di ambedue le parti, imposte soprattutto dalla politica, nel tessuto sociale era in realtà in atto una continua evoluzione, pur limitata alle sfere poco più che individuali, che ha portato agli odierni vistosi cambiamenti. Solo qualche decennio fa sarebbe stato impensabile che a Trieste numerosi genitori italiani iscrivessero i loro figli alle scuole slovene. Ma come mai oggi ciò avviene? Che cosa è cambiato?

Dopo che negli anni Novanta i nazionalismi si sono andati sgonfiando, ha cominciato ad emergere ciò che per anni era stato represso, sia nella vita sociale che nell’intimità della vita psichica individuale. Sempre più famiglie, così come molti individui, si trovano oggi a gestire al proprio interno elementi di diversità etnico-culturale, negata e repressa per decenni. Si è fatta strada in molti l’esigenza di riscoprire e rivitalizzare, magari tramite i figli, parti delle proprie radici. Sì è così risvegliato anche l’interesse per i gruppi vicini, che era rimasto inibito per quasi un secolo. 

In un’atmosfera più libera, anche gli sloveni possono ora evidenziare e valorizzare ciò che hanno recepito, vivendo a contatto o immersi nella società e nella cultura italiana, riconoscendo gli elementi italiani nel proprio mondo interno e di conseguenza la propria specificità culturale di sloveni nati e vissuti in Italia, portatori, pertanto, anche di diversità nei confronti degli sloveni della Slovenia. Ma né gli italiani né gli sloveni, per queste “impurità”, si sentono ora più minacciati nella loro appartenenza e identità di gruppo. Anzi, ciò diventa un elemento di arricchimento. La globalizzazione e l’apertura alla multiculturalità non è più evitabile e incide anche sull’identità nazionale. 

5. L’IMMIGRAZIONE  

Nello scenario appena descritto è venuto ad inserirsi negli ultimi anni un nuovo ed imprevisto elemento, quello dell’immigrazione massiccia verso l’Europa. Ciò è sentito anche come una sfida alla tenuta delle strutture e delle culture europee tradizionalmente presenti.  Sembra inoltre derivarne anche un mutamento del vissuto dei rapporti tra i gruppi preesistenti. Così, per esempio, a Trieste “l’altro”, il “diverso” è sempre più l’immigrato e sempre meno lo sloveno, che in fin dei conti ora, al confronto, appare uno “di casa”.

Ma uno dei problemi principali è che la funzionalità dei gruppi, sia quelli tradizionalmente presenti, che quelli immigrati, svolge un ruolo essenziale per chi ne fa parte e se i gruppi vengono percepiti in pericolo, perché aggrediti o perché a rischio di disgregazione, producono intense angosce catastrofiche. 

Come dicevo prima, per il progressivo storico allargarsi dello spazio dell’individualità dei singoli e la conseguente diminuzione di coesione dei tradizionali gruppi etnici europei, questi sembrano trovarsi oggi in una fase di debolezza. Aggiungendovi un carico emotivo imprevisto, costituito dalla presenza di gruppi provenienti dall’esterno, il timore di una frammentazione e dissoluzione del gruppo potrebbe innescare pericolose regressioni.

Appare così molto pericolosa l’esagerata enfatizzazione che i mass media fanno del – di fatto – molto limitato pericolo terrorista islamico, facendo entrare in vibrazione reazioni emotive viscerali profonde, che si sono rese evidenti anche nei risultati delle recenti elezioni in vari paesi europei, dove le posizioni regressive paranoidi persecutorie si sono notevolmente rafforzate. Affiora pertanto il pericolo di una più generale regressione verso posizioni paranoidi in vesti nazionalistiche e razziste, che negli ultimi decenni in Europa sembravano oramai in via di superamento. 

La paura di fronte all’arrivo degli immigrati non sembra però stimolare, come difesa, un compattarsi difensivo della ancora troppo fragile identità europea, ma fa ripiegare sulle più radicate, antiche e consolidate identità nazionali, provocando poi di fatto spinte disgreganti nell’Unione Europea stessa.

Ricompaiono così di nuovo sullo sfondo le già sbiadite vecchie immagini delle nazioni mitizzate e idealizzate. 

Certi appelli che, a torto o a ragione, vengono percepiti spesso come un “aprite le porte a tutti”, sembrerebbero basarsi su una negazione della forza dirompente dell’angoscia catastrofica sollevata dalla minaccia alle nicchie gruppali. A volte sembra rievocarsi l’ingenua credenza che con la ragione e la volontà, o con l’aiuto di Dio, a seconda della fonte, tutto si possa controllare e gestire. 

Dobbiamo invece essere consapevoli, che – anche se non ci piace – c’è un vaso di Pandora, quello delle forze istintuali consce e inconsce nei gruppi, che deve essere gestito con prudenza perché ha un’enorme potenza, che può diventare molto difficile da governare. 

Navigando tra Scilla della paranoia e Cariddi dell’ingenua negazione della forza dell’irrazionale collettivo, può diventare difficile mantenere una posizione equilibrata. Ma quali elementi potrebbero concorrere nella costruzione di un nuovo equilibrio? 

E’ giocoforza riconoscere che anche gli immigrati hanno il vitale bisogno di esistere in un gruppo, o sistema di gruppi, adeguato alla proprie esigenze culturali. Pertanto non va ostacolata, ma favorita la strutturazione di una loro specifica aggregazione gruppale. Dall’altro lato una progressiva integrazione – che non significa assimilazione – basata sulla convivenza, conoscenza e comunicazione tra i gruppi, porta alla multiculturalità che sembra essere il mezzo, oltre che un arricchente punto di arrivo, per affrontare i problemi della convivenza.

Il quadro però non è idilliaco, perché nel contempo è necessario tenere le redini bene in mano e controllare le fazioni estremistiche che ci sono in tutti i gruppi, anche tra gli europei, e che possono avere un forte potenziale distruttivo. 

In ogni società ci sono inevitabilmente, e pertanto possiamo dire fisiologicamente, delle frange estremistiche paranoidi. Il problema non è tanto la loro esistenza, che può essere in qualche modo comunque gestita, quanto il loro poter allargarsi a parti significative della società, ottenendo appoggi e legittimazioni, fino a poter influenzare le decisioni politiche.

Personalmente vedrei nel fondamentalismo islamico distruttivo l’espressione dell’angoscia catastrofica di un gruppo, o di una cultura, che va verso la disgregazione e la scomparsa (nelle sue forme più arcaiche e radicali). La mancanza di speranza (e pertanto di elementi costruttivi) originerebbe dalla consapevolezza che la vecchia cultura non è adatta a sopravvivere nel mondo moderno, se non al prezzo di radicali cambiamenti, ritenuti però inaccettabili. L’auto e l’etero distruttività dei kamikaze odierni sembra dire: “Tutto deve essere distrutto, poiché per noi non c’è speranza per un accettabile futuro.” 

Uno scenario simile si era realizzato anche negli ultimi anni della Seconda Guerra Mondiale, quando era oramai chiaro che il nazismo sarebbe stato sconfitto, e Hitler, con il tacito assenso dei suoi, prolungava comunque la guerra anche con l’intento di distruggere la stessa nazione tedesca, trasformando peraltro i soldati della Wehrmacht in milioni di kamikaze senza speranza. 

PER CONCLUDERE

Viviamo un momento, in cui buona parte del retaggio negativo del passato apparirebbe in via di progressiva, anche se faticosa, elaborazione e superamento. Ciò comporta il liberarsi di energie costruttive ed arricchenti, ma è anche un impegno e una sfida, poiché il lasciarsi compenetrare dall’altro-diverso (o il permettersi di scoprire, che dentro a noi c’è sempre stato, a prescindere dalle nostre scelte e dalla nostra volontà) implica il confronto con il non conosciuto, che a volte può essere anche inquietante. 

Pirano, 17.5.2017.