Sul versante psicologico dei nazionalismi Previous item Nedomači vznemirljivi... Next item Problemi edukacije v...

Essendo la realtà umana per la sua complessità inconoscibile nella sua totalità, vi applichiamo di volta in volta dei modelli esplicativi, dei quali però riconosciamo a priori l’insufficienza e la sostituibilità con altri, che possono dimostrarsi più aderenti alla realtà dell’oggetto che andiamo a conoscere. Un problema ulteriore è costituito dalla necessità di usare modelli differenti, non sempre correlati tra loro, per studiare i molteplici versanti nei quali si declina la realtà della vita sociale. Uno di questi versanti è quello della psicologia dei gruppi umani. 

È un fatto che l’umanità vive e si sviluppa da sempre in uno spazio delimitato, condizionata dalle risorse ambientali, cioè dai limiti entro i quali può sussistere l’uomo, sia nella sua dimensione biologica, come anche in quella mentale. Quest’ultima ha un versante individuale ed uno gruppale. C’è un intreccio inestricabile di reciproci condizionamenti tra l’ambiente e la vita mentale, che si caratterizza e prende forma nelle varie culture, cioè nelle modalità con cui i gruppi si organizzano per sopravvivere e allevare i loro piccoli.

Ogni gruppo si basa sull’esistenza di un progetto comune. I progetti sui quali gli uomini si aggregano, costituendo così dei gruppi, possono essere i più vari, dai più futili ai più essenziali. Mi limiterei a supporre che, più il progetto è vicino a quella che potremmo chiamare la zona della sopravvivenza, più intensamente sarà investito affettivamente il gruppo che su tale progetto si basa e il maggiore coinvolgimento alla lunga aumenterà la possibilità per tale gruppo di essere sviluppato e preservato. Ciò forma un solido, anche se non facilmente individuabile, ancoraggio al reale e al concreto dei bisogni umani di tutto quell’insieme di meccanismi mentali: fantasie inconsce, difese, ideali, miti, che trovano poi espressione nei codici consensuali, nei riti, negli assetti istituzionali e in tutto ciò che viene a costituire quella specie di hardware culturale, in gran parte inconscio, sul quale soltanto può poggiare il software dei progetti comuni più o meno consapevoli. I costituenti dello psichismo gruppale non sono pertanto un semplice fenomeno accompagnatorio e secondario, ma un risvolto essenziale della vita sociale.
           Per attuare qualsiasi progetto, e ciò vale tanto più per quello basilare della sopravvivenza e dell’allevamento dei piccoli, il gruppo si deve formare, deve identificarsi, delimitarsi rispetto a chi non si riconosce nello stesso progetto comune, curare la propria coesione, darsi una qualche organizzazione con delle istituzioni, gestire le spinte sia interne che esterne all’adattamento e cosi via. Ciò vale dalle piú piccole e primitive comunità tribali ai moderni gruppi organizzati
nelle realtà statuali.
           Il gruppo nel perseguire la sopravvivenza si organizza con sue peculiari modalità, usando particolari tecnologie, adeguate all’ambiente in cui vive. Ciò comporta specifici adattamenti, sia delle forme organizzative ed istituzionali, che degli elementi culturali di base inconsci. Si costituisce cosí la cultura di gruppo, sulla quale D. Napolitani cosi si esprime: «Questa inesauribile fabbrica di una rete
di sicurezza, che la razionalizzazione delle esperienze produce e organizza, pur nascendo da un’illusione e pur alimentandosi di un mito – quello di una verità (assoluta) raggiunta per via sperimentale – trasforma incessantemente il rapporto dell’uomo con la natura fisica e conserva, con l’enorme potere coesivo del senso comune e della sua tradizione transgenerazionale, i legami aggregativi degli
uomini, razionalizzandoli mediante codici, istituzioni e linguaggi».
           Sottolinerei come la cultura di gruppo sia un pabulum al di fuori del quale non è possibile l’esistenza umana, poiché fornisce al singolo e ai gruppi gli elementi essenziali per la sopravvivenza sia biologica che mentale. Si configura cosi per gli esseri umani l’esistenza di uno spazio mentale, che va oltre gli stretti confini del Se
individuale e nel quale si è andata formando nell’evoluzione la cultura di gruppo. In questa l’individuo e i gruppi proiettano i propri bisogni interni, per confrontarli, adeguarli ed amalgamarli con quelli degli altri individui e con le esigenze ambientali. Dalla stessa cultura introiettano poi sapere, stereotipi, schemi, codici, ideali e miti, cioè gli elementi di base dello psichismo gruppale ed individuale.
Su queste basi, perennemente riadattate alle mutevoli condizioni tecnologiche, economiche, demografiche, politiche, si costituisce la fenomenologia gruppale, che quotidianamente osserviamo e nella quale non possiamo non essere immersi.
           Il gruppo è dunque molto di piú della somma delle individualità che lo compongono. Nella mente umana sembrano infatti esserci, oltre all’area mentale individuale, anche delle aree mentali specifiche della gruppalità, contenenti gli schemi ei codici delle attività mentali di gruppo. La sinergica attivazione di tali aree nei singoli membri, quando sono in gruppo (ma anche quando solo ci pensano o affrontano temi di gruppo), concorre a determinare quella che osserviamo essere la psicologia del gruppo nel suo insieme. Questa a sua volta tende ad indurre, in larga misura inconsciamente, pensieri e comportamenti nel singolo.

Può essere utile, per un minimo di chiarezza, rifarci alla suddivisione, fatta da F. Vanni, in tre livelli di schemi dell’attività mentale di gruppo: etnico, istituzionale e interattivo.

I grandi gruppi di tipo etnico sono sostanzialmente i depositari della cultura che concerne gli strumenti e le tecnologie di sopravvivenza, gli ideali e i miti collettivi, le relazioni di parentela, i modelli di allevamento dei bambini e i riti di passaggio. Dell’ampio gruppo etnico si entra a far parte automaticamente sin dall’inizio della vita e vi si è immersi e permeati da tutto l’essenziale bagaglio culturale formatosi nella storia del gruppo.

I gruppi istituzionali sono i gruppi organizzati, formalizzati con gerarchie, ruoli e funzioni differenziate, più o meno ufficiali. A loro il gruppo etnico delega la realizzazione dei suoi progetti.

Il terzo ordine di gruppi è costituito dai gruppi interattivi, di dimensioni più piccole, che non superano alcune decine di persone, poiché sono caratterizzati dalla comunicazione della sua interezza verbale, mimica ed emotiva, conscia ed inconscia.

I gruppi interattivi di cui facciamo parte, possono essere molteplici, variabili, limitati nel tempo e sono centrati sostanzialmente sul presente, anche se sono permeati dalla cultura etnica in cui si vengono a trovare. Il gruppo interattivo è quello in cui la gruppalità etnica più viva, si esprime, si modifica, si adatta alle mutate condizioni ambientali e adatta a sua volta i gruppi istituzionali, che per la loro assenza sono più conservatori e resistenti ai cambiamenti.

  A queste tre categorie di gruppi corrispondono, secondo Vanni, analoghe aree mentali gruppali in ogni individuo e in occasione di ogni attività di gruppo vengono attivate tutte e tre, di volta in volta peculiari interazioni tra loro. Una delle tre componenti può essere in primo piano, ma le altre due sono comunque presenti ed attive. Così per esempio in una riunione di un gruppo di lavoro sono in primo piano gli schemi istituzionale con i ruoli, i riti, le gerarchie, la finalità della riunione, ecc, ma sullo sfondo sono ben presenti sia il contesto etnico in cui tale riunione avviene, che l’attività interattiva tra i presenti.

  Come vediamo, è un modello molto complesso, che riflette però la complessità stessa della nostra vita gruppale. Nella realtà le cose sono complesse, anche perché i gruppi di cui ognuno fa parte sono molteplici e di natura estremamente diversa. Di alcuni facciamo parte per nascita, di altri per scelta, di altri per puro caso e di alcuni non sempre siamo del tutto consapevoli di far parte. Anche le dimensioni dei gruppi possono essere le più varie, da poche persone a popolazioni di milioni di individui.

  Mi sembra importante in questo contesto dare al termine “etnico”, così come fa Vanni, un’accezione più ampia di quella dell’uso comune, che solitamente lo riferisce più o meno strettamente ai gruppi linguistico-nazionali. I vari elementi della cultura etnica sono infatti distribuiti e supportati in diversi cerchi concentrici (e non solo concentrici) che vanno dalle comuni basi continentali, ai gruppi linguistico-nazionali, alle aree culturali omogenee, fino alle aree regionali, alle comunità paesane, alle famiglie allargate. 

   Questo schema mi sembra utile anche perché smaschera le deformazioni nazionalistiche, che esaltando le peculiarità del gruppo etnico-linguistico, tendono ad attribuirgli anche le funzioni degli altri cerchi, misconoscendo così l’importanza e l’incidenza sia dei cerchi più ampi sovranazionali, che di quelli più ristretti, come quelli regionalistici. Così si può per esempio parlare, aldilà di una base comune umana specie-specifica, di una qualche base etnica comune europea (basti pensare alla quasi contemporaneità in ampie aree europee di movimenti culturali, quali il Rinascimento, il Romanticismo, il sorgere degli Stati nazionali, lo stesso ‘68 ecc.). Ciò però non deve indurci a commettere l’errore opposto di quello dei nazionalisti, com’è quello che fanno certi ingenui “cittadini del mondo” o coloro che si dichiarano solo “europei”, poiché troppo disinvoltamente s’illudono di poter saltare a piè pari la funzione imprescindibile in questa nostra epoca degli ambiti etnico linguistici. Natura non facit saltus.

Posizioni: ambigua, paranoide e depressiva

Delineerò ora un meccanismo psichico, da tempo noto in psicoanalisi, che mi sembra utile considerare per tentare di comprendere lo sviluppo di alcuni aspetti del nazionalismo. Mi riferisco alla sequenza di tre “posizioni” mentali, che possiamo riscontrare, sia nell’individuo che nei gruppi, e che sono molto schematicamente: 

La posizione ambigua in cui c’è un’indifferenza confusa, con coesistenza non discriminata di elementi diversi e anche contrastanti, in assenza di una qualsiasi organizzazione o identificazione (Bleger).

   La posizione paranoide in cui compare una scissione rigida e grossolana che discrimina, separa i contrari, collocando per esempio tutto il bene da una parte e il male dall’altra; la tipica visione in bianco e nero, che aiuta i bambini a orientarsi nel caos, ad aggrapparsi a delle certezze; ciò serve anche a sentirsi buoni, positivi, in quanto tutto il negativo che c’è in noi viene proiettato negli altri. In particolare l’aggressività viene attribuita agli altri, dai quali poi ci si sente minacciati e diventa così tra l’altro possibile aggredirli senza sentimenti di colpa, con dichiarati scopi puramente difensivi (Klein).

   La posizione depressiva in cui la scissione è sostituita dall’integrazione. Diventa possibile riconoscere ad accettare aspetti negativi in sé stessi e aspetti positivi nell’altro, in una visione più realistica, obiettiva ed equilibrata, che comporta una migliore possibilità di coesistenza e di collaborazione con gli altri. La consapevolezza della propria aggressività infatti comporta il senso di colpa e il bisogno di riparazione (Klein). Questa sequenza può rappresentare la linea dello sviluppo, della maturazione di un’identità, sia del singolo, che di un gruppo. Ma le “posizioni” più mature non sono mai tappe acquisite definitivamente, poiché l’esistenza umana comporta continue oscillazioni progressive e regressive su questo tracciato.

   Di fronte ad un pericolo il gruppo regredisce fisiologicamente dalla posizione depressiva a quella paranoide, più adeguata alla difesa, alla guerra o alla conquista per sopravvivere, poiché comporta il serrare le file, una forzata omogeneizzazione all’interno del gruppo, l’individuazione di un nemico comune, l’intensificarsi dell’investimento affettivo all’interno del gruppo e dell’investimento aggressivo verso l’esterno. L’attestarsi in questa posizione assolve anche alla funzione di preservare il gruppo dalla ulteriore regressione alla posizione ambigua, in cui l’identità si confonde, l’organizzazione si scioglie, il gruppo cessa di esistere in quanto tale e i suoi membri si disperdono, paralizzati dall’angoscia catastrofica di aver perso la nicchia socio-ecologica in cui vivevano.

   Per fare un esempio basta pensare a come l’addestramento militare avvenga fondamentalmente in una posizione paranoide, in cui il nemico è disumanizzato e presentato come portatore di un’aggressione crudele e ingiustificata. Quando durante un’operazione militare (quale quella americana Vietnam o quella sovietica in Cecoslovacchia nel 1968) le truppe d’invasione cominciano a scoprire che il nemico non li aveva aggrediti, che ha un volto umano, che desidera vivere in pace a casa propria e che loro come invasori invece non sono lì per difendere qualcuno, ma sono essi gli aggressori – quando l’aggressività proiettata nel nemico viene così riconosciuta come propria – si ha il passaggio dalla posizione paranoide a quella depressiva, insorge il senso di colpa e la capacità combattiva crolla, rendendo necessaria la sostituzione delle truppe o determinando la sconfitta.

Le varianti del nazionalismo

Non mi addentro nell’intricato problema della definizione del tutt’altro che univoco concetto di nazione, fonte di frequenti malintesi. Uso perciò preferibilmente il termine, pur se impreciso, di gruppo etnico-linguistico. Anche il termine nazionalismo non è univoco, ma lo uso nell’accezione del linguaggio comune, che gli attribuisce il significato di esasperazione del sentimento di appartenenza a un gruppo etnico o a una nazione, che comporta il prevaricante misconoscimento delle realtà e dei diritti altrui. In questo articolo propongo, come uno dei possibili punti di vista, che il nazionalismo si possa interpretare come il senso di appartenenza al gruppo etnico-linguistico vissuto nella posizione paranoide.

  In relazione a quanto detto sopra su questa posizione, si può riscontrare che i vissuti nazionalistici, e pertanto paranoidi, possono essere innanzitutto una fase della maturazione. Osserviamo così nelle nazioni culturalmente ancora poco mature, anche in assenza di minacce, una forma di nazionalismo relativamente poco aggressivo, caratterizzato da un’idealizzazione del proprio gruppo e dei propri capi e da una solo indiretta svalutazione degli altri. Ciò è abbastanza simile all’idealizzazione che un bambino ha dei propri genitori e della propria famiglia, vissuta con caratteri di unicità e di eccezionale bontà, rispetto a tutta la realtà extrafamiliare. In condizioni di pericolo, reale o immaginario che sia, un gruppo così e però del tutto indifeso da una ulteriore paranoicizzazione, che può facilmente diventare fortemente aggressiva.

   Un’altra variante è quella del nazionalismo, come regressione alla posizione paranoide a seguito di un vissuto di minaccia, di un gruppo che pur aveva già raggiunto una più matura e integrata posizione depressiva. E si può dire che non c’è pressoché nazione europea che in questo secolo non abbia fatto quest’esperienza.

Europa dell’Est: un caso paranoico

   Tenterò brevemente di delineare, in base a quanto detto finora, qualche frammento di ipotesi sui recenti avvenimenti europei. 

   L’organizzazione ideologico-statuale comunista nell’Est europeo aveva un’impostazione tipicamente paranoide. Si basava su un costante sforzo di individuare un nemico esterno contrapposto a una idealizzata bontà interna al sistema. Ciò deriva da certi presupposti ideologici (la concezione sostanzialmente immatura-paranoide dell’uomo come intrinsecamente tendente unicamente al bene, contrapposta all’organizzazione sociale borghese-capitalistica tendente esclusivamente al male), ma era soprattutto sapientemente manipolato, il che aveva consentito per lungo tempo di evitare, anche con l’ausilio di una dura repressione, il passaggio alla posizione depressiva. Questa tuttavia è riuscita ad emergere, a smitizzare l’idealizzazione del sistema e a disgregare quel minimo di coesione attorno ad esso, che era indispensabile per evitare il crollo. Fondamentale sembra essere stato in ciò il quotidiano confronto con la sempre crescente inefficacia reale del sistema nel garantire la sopravvivenza economica dei membri del gruppo, cioè uno dei programmi di base su cui in definitiva i gruppi nazionali si identificano.

   La dispersione del gruppo, regredito nella crisi fino alla posizione ambigua, ha suscitato un’angoscia catastrofica e lo stato confusionale dei suoi membri, evidente, in particolare nei sottogruppi più legati agli schemi ideologico-politici precedenti. Così i partiti comunisti nell’Est si sono disgregati in brevissimo tempo, cessando pressoché di esistere e molti dei loro membri sono rimasti come paralizzati e confusi. Buona parte della popolazione era invece già da tempo alla ricerca di un’aggregazione gruppale basta su nuovi programmi, che garantissero la sopravvivenza.

   In quanto sistema totale il sistema precedente aveva impregnato, caratterizzato e asservito ogni forma di organizzazione sociale: politica, economica, sindacale, culturale, scientifica, ecc. Nel suo crollo ha così trascinato con sé pressoché ogni forma di organizzazione di gruppo. Non sono sopravvissute per esempio le organizzazioni e le istituzioni economiche, che avrebbero potuto, con opportune connessioni politiche, in qualche modo fungere da equilibratore, da richiamo a politiche più realistiche. Tali strutture sembrano invece, nel bene e nel male, funzionanti nella Cee, preservandola da avventurismi sganciati da concrete e realistiche prospettive.

Nell’Est l’aggregazione di gruppo, in caduta libera a seguito del crollo generalizzato della maggior parte delle gruppalità, si è potuta fermare (e purtroppo concentrare) a uno dei livelli di gruppalità più elementari, quale è quello etnico. Quest’ultimo all’Ovest e, beninteso, tutt’altro che assente, ma appare integrato e mitigato in un più complesso sistema di gruppi di interesse economico, politico,
culturale, istituzionale, operanti sia in ambiti sovranazionali, che in quelli etnico-linguistici e in quelli regionali. Al momento all’Est sembra essere soprattutto il gruppo etnico-linguistico quello che può costituire il polo di aggregazione maggiormente in grado di assorbire le angosce di sopravvivenza dei singoli, offrendosi come nicchia gruppale garante del basilare senso di sicurezza.                           
         All’interno di tale gruppo non ci sono più (o non ci sono ancora) differenziazioni consolidate, da poter coinvolgere il gruppo in ambiti sovranazionali di interesse economico, culturale, politico e militare, che differenzierebbero e distribuirebbero gli interessi su livelli diversi da quello elementare etnico. La gravissima crisi economica, oltre che istituzionale, è sentita come una minaccia alla stessa sopravvivenza e determina una regressione alla posizione paranoide, la quale viene così a caratterizzare il vissuto dell’unico polo di aggregazione disponibile, che è quello etnico. Ed ecco inevitabilmente emergere temi paranoidi, improntati all’individuazione di nemici prevalentemente esterni, che a livello etnico sono generalmente le altre etnie, in particolare quelle confinanti o ancor più quelle che convivono mescolate sullo stesso territorio.
         É difficile che, in una situazione cosi, il gruppo accetti una leadership, che non si richiami a idee nazionalistiche, che non proponga nel suo programma la tutela del gruppo etnico, vissuto in queste circostanze come ultima spiaggia dell’essenziale vita di gruppo. Ed appare altrettanto improbabile che una leadership politica in tali circostanze, per aggregare il gruppo, non ricorra al nazionalismo, poiché non sembra disporre di altre carte efficaci.                   
         Tutto ciò sembra in qualche modo percepito dall’Occidente, che, per evitare il pericolo di conflitti, cerca di offrire sia integrazioni sovraetniche e sovranazionali, che stimoli per una più articolata or ganizzazione politico-economica all’interno dei gruppi, col fine di togliere al sovraccaricato livello etnico un peso eccessivo.
         La soluzione non sta certo nell’inutile invito a lasciare da parte l’elemento etnico-linguistico (come lo stesso comunismo in certe sue espressioni e in certe fasi aveva fallimentarmente tentato), ma nel riconoscere la realtà e il peso dell’etnicità, integrandola pero in altri livelli e in altre gruppalità per attenuarne la potenziale degenerazione nazionalistica.

Ciò che però potrà essere in definitiva efficace, sarà il sollevare le popolazioni dall’angoscia derivante dalla inadeguatezza delle loro attuali strutture di gruppo a soddisfare i bisogni primari, a partire dall’alimentazione e dal vestiario alla sanità, ecc. Questa angoscia tende infatti a far ristagnare il gruppo nella pericolosa posizione paranoide. In tale posizione la pressione psicologica esercitata sul singolo, affinché si adegui e si identifichi con la paranoia del gruppo, è estremamente forte, simile a un campo magnetico che orienta l’attività mentale. Ciò spiega come il più delle volte neanche intellettuali di provata obiettività e maturità riescano a sottrarvisi. Tanto meno riesce a sottrarvisi il leader, che pertanto non va visto ingenuamente come il fautore della paranoia collettiva, quale potrebbe apparire, ma bensì, specie all’inizio, come attore di un ruolo, che il gruppo in quella posizione gli impone.
           Sulla posizione paranoide un gruppo può attestarsi anche per contrastare la catastrofica regressione verso la posizione ambigua. Ciò sembra avvenire quando un gruppo etnico-linguistico vede sfaldarsi la propria immagine gruppale di sé, lo stereotipo della propria nazione, che magari per lungo tempo ha sentito comprensiva anche del corpo di altri popoli, che ora invece si separano e si rendono autonomi. A un osservatore esterno può per esempio sembrare in credibile l’intensità con cui oggi i serbi (e in parte anche i croati) ristagnano nella posizione paranoide, incapaci di immaginarsi e progettarsi in una nuova immagine di sé, inevitabilmente privata di alcune parti e ridimensionata. Qualcosa di analogo è probabilmente da prevedere a breve scadenza per i russi. Da altre simili situazioni la storia sembra purtroppo insegnare che più spesso (ma si spererebbe non sempre) tale ridimensionamento possa essere immaginato, accettato ed integrato, solo dopo una regressione alla posizione ambigua, cioè a un momento di catastrofe, di disfatta, cui segue poi una spinta riaggregante in una nuova identità.
        Poiché è tendenzialmente aggressivo, un gruppo in posizione paranoide sembra in grado di indurre regressioni paranoidi nei gruppi con i quali è in rapporto conflittuale, in quanto questi se ne sentono minacciati. Si può cosi assistere a un propagarsi di regressioni e ad un inquietante diffondersi di posizioni paranoidi.

Primo piano / Il ritorno delle nazioni. Paolo Fonda, 1992


Nota bibliografica
Bleger, J. Simbiosi e ambiguità. Loreto, Ed. Lauretana, 1991.
Bleger, J. Le groupe comme institution et le groupe dans les institutions. In: Temas de Psicologia. Buenos Aires, Nueva Vision, 1971.
Klein, M. Some Theoretical Conclusions Regarding the Emotional Life of theInfant. In: J. Riviere, Developments in Pychoanalysis, Londra, Hogarth, 1952.     (ed. italiana: Alcune conclusioni teoriche sulla vita emotiva del bambi
no nella prima infanzia. In: M. Klein, Scritti 1921-1958. Torino, Boringhieri,
1978.
Napolitani, D. Individualità e gruppalità. Torino, Boringhieri, 1987, p 26.
Vanni, F. Modelli mentali di gruppo. Milano, Cortina, 1984.