Rivisitazione di alcuni versanti del setting Previous item “La trincea: crisi del... Next item LA FUSIONALITÀ - UNO DEI...

            In queste riflessioni intendo riferirmi ad alcuni aspetti basilari della relazione analitica, che sono in buona parte impliciti e silenti, ma non per questo meno importanti, specialmente in una prima, a volte lunga, fase dell’analisi. Ci accade spesso infatti di vedere, come con certi pazienti per alcuni anni le sedute si susseguano monocordi e le nostre interpretazioni non sembrino molto efficaci. Ad un certo punto poi, come se qualcosa che ci sfugge avesse “maturato”, comincia ad apparire una processualità analitica più evidente e più dinamica. Solo allora le interpretazioni sembrano diventare pienamente fruttuose e ne tocchiamo con mano gli effetti. Non mi riferirò qui a questa seconda fase, nella quale lo strumento interpretativo assume tutta la sua importanza.

            Da un certo punto di vista, pur se molto schematico, possiamo collocare gli psicoanalisti in diverse posizioni intermedie tra due poli. In un polo l’attività interpretativa viene ritenuta il principale fattore terapeutico nel trattamento analitico. Il setting assume allora sostanzialmente il significato di una cornice, sufficientemente asettica, entro cui rilevare ciò che avviene nel paziente per poi interpretarlo. All’altro polo si ritiene invece, che ciò che promuove il processo analitico e i suoi risultati sia soprattutto l’instaurarsi e l’evolversi della relazione tra paziente ed analista. Questa, ovviamente, comprende anche l’attività interpretativa. In realtà tutti noi analisti riconosciamo l’importanza di ambedue i fattori, l’interpretazione e la relazione, varia solo il peso, che a ciascuno dei due attribuiamo.

            Personalmente mi riconosco più vicino al polo relazionale che a quello interpretativo. Da questa posizione diventa più difficile parlare del setting senza parlare anche della relazione. Il setting è in questa ottica un aspetto fondante della relazione analitica, alla quale conferisce la sua peculiarità e la sua efficacia.

            Può essere comunque utile distinguere ed elencare alcune precise condizioni formali del trattamento analitico, che in parte vengono definite al momento della stipulazione del contratto. In parte però non vengono esplicitate al paziente, perché riguardano l’atteggiamento dell’analista. Ci sono poi altri aspetti molto importanti del setting, che rimangono impliciti e che trapassano insensibilmente in quelle che sono le caratteristiche della relazione analitica stessa. Su questi ultimi in particolare mi soffermerò più avanti.

Sul setting in generale

Possiamo iniziare dalla constatazione, che ogni relazione tra esseri umani ha una motivazione e un fine, connessi alla soddisfazione di determinati bisogni. Tale relazione dura finche esiste il programma comune ai partecipanti alla relazione, che consiste nel ricercare la soddisfazione di tali bisogni. Quando il fine è raggiunto, o anche quando si constata l’impossibilità di raggiungerlo, la relazione normalmente tende a sciogliersi. La separazione finale è poi un meccanismo complesso, ma normalmente elaborabile e superabile.  

            Ciò che qui ci interessa rilevare è che inevitabilmente ogni relazione si dota di determinate regole, che sono indispensabili affinché la coppia abbia buone possibilità di raggiungere il fine che si è proposta e che l’ha costituita. Tali regole devono essere le più adeguate per il raggiungimento dello scopo prefissato e per evitare che il sodalizio devii verso fini estranei al programma fondante.

            La cultura di gruppo ci fornisce degli schemi di regole – che potremmo chiamare dei setting – che sono abbastanza precisi e diversificati, a seconda che regolino i vari tipi di rapporto (tra amici, tra coniugi, tra genitore e figlio, tra insegnante e allievo, tra sacerdote e fedele, tra medico e paziente e, ciò che qui più ci interessa, anche tra psicoanalista e analizzando). Queste relazioni, come tutte le altre, hanno peculiari e precise regole derivanti dalle loro finalità.      

            Parlando in generale dei rapporti umani e tenendo conto del programma comune che li caratterizza, potremmo schematicamente distinguerli in rapporti con un programma che prevede un termine ed altri che non lo prevedono o che prevedono una relazione perenne. La durata preventivata del programma dipende naturalmente dal tipo di bisogno che concorre a determinare la relazione.

            Sono così tipicamente a termine i rapporti genitori-figli, poiché il programma è proprio quello di rendere i figli autonomi e i genitori superflui. Ciò è anche in armonia con la differenza generazionale, che prevede la morte dei genitori molto prima di quella dei figli. In altre situazioni, del tutto normali, si strutturano invece rapporti costituiti su dei progetti aventi il carattere di perennità, quali per esempio il rapporto di coppia coniugale, i rapporti con varie tipologie di gruppi. Abbiamo così rapporti a termine, che potremmo chiamare con una metafora edilizia di “costruzione o ristrutturazione” (la crescita, la guarigione) e rapporti potenzialmente perenni di “ordinaria manutenzione” (il continuo adattamento alle vicende della vita).

            Nel contratto analitico non si definisce mai la durata del trattamento, ma è altresì chiaramente implicito, che non è infinita e che dopo un imprecisato numero di anni l’analisi avrà termine. La relazione analitica rientra pertanto tipicamente tra le relazioni a termine e le regole del setting la strutturano in modo che sia tale. Può naturalmente accadere che diventi perenne, cioè interminabile, nel qual caso però la coppia analitica ha deviato dal programma iniziale.

            Menzionerei qui un esempio di come da un elemento del setting possa dipendere il viraggio o meno da una relazione a termine a una perenne. L’agito sessuale tra i membri della coppia analitica, così come del resto nella coppia genitore-figlio, imprime una violenta sterzata nel senso della perennità. E’ infatti molto evidente come un agito sessuale – sia tra genitore e figlio, che tra analista e paziente – renda estremamente più complessa, se non addirittura per certi aspetti impossibile, una separazione elaborabile.

            Da questo punto di vista possiamo considerare il tabù dell’incesto, che produce lo scenario dell’Edipo, anche come una regola del setting del gruppo familiare, che consente il raggiungimento dello scopo: lo sviluppo e l’emancipazione-separazione dei figli.

            Ma cerchiamo di andare oltre queste considerazioni troppo fenomenologiche per il nostro raffinato palato di analisti, per addentrarci nei livelli che frequentiamo più di consueto.

Le finalità della relazione analitica

            Tentiamo innanzitutto di formulare un’ipotesi su una delle possibili finalità della relazione analitica, per il cui conseguimento è poi necessario strutturare la relazione in un particolare modo, mediante quelle regole – il setting – che riteniamo le più adeguate al raggiungimento di tale fine.

            Freud si era genialmente emancipato dall’eccessiva concretezza dei contenuti riportatigli dai suoi primi pazienti, intuendo in primo luogo che le loro fantasie non erano rappresentazioni inscindibilmente legate a fatti concretamente accaduti. Poi, con la fondamentale scoperta del transfert, aveva svelato la doppia realtà che il paziente viveva nell’analisi: la riedizione dei rapporti del passato e il reale rapporto del presente con l’analista.

            Siamo poi giunti a riconoscere l’ubiquitarietà del transfert, così ben affermata dalle lapidarie parole di Loewald (1980): “There is neither such a thing as reality nor a real relationship without transference.”[2] Ogni oggetto con il quale ci relazioniamo si situa così al contempo su diversi piani. (La moglie è una persone reale, ma su un piano simbolico è nel contempo anche la madre.)

            A questo proposito Winnicott, parlando del simbolo, sottolinea come sia fondamentale l’esistenza del paradosso (in virtù del quale per il bambino quel pezzo di stoffa, così come per il marito la moglie, è e nel contempo anche non è la madre). Collegando poi strettamente il paradosso e il pensiero simbolico al gioco, Winnicott intende quest’ultimo come un fondamentale aspetto della vita mentale, al punto di sostenere che il compito dell’analista può in sintesi essere inteso come quello di “portare il paziente da uno stato in cui non è capace di giocare ad uno stato in cui ne è capace.” (1971)

            Kafka a sua volta sottolinea come sia fondamentale per uno sviluppo corretto del bambino, che la madre sia capace di tollerare l’ambiguità di significato, il paradosso (cioè la contemporaneità di più significati tra loro contrastanti), e di trasmettere al figlio tale capacità, che gli consenta di vivere delle realtà multipleCiò gli dà “un saldo ancoraggio a un’unica realtà, insieme con una capacità di abbracciare molte realtà” (Kafka, 1989).

            E’ dunque una necessità vitale per l’essere umano il poter vivere contemporaneamente molteplici piani di realtà e potersi muovere agevolmente tra loro, senza confonderli eccessivamente.

            In quest’ottica è fondamentale poter introiettare aspetti delle relazioni con gli oggetti esterni e poter proiettare su questi delle relazioni oggettuali interne, senza però – almeno con una parte di sé – perdere del tutto la capacità di distinguere ciò che è di origine esterna da ciò che è di origine interna.[3]         

            E’ indispensabile che l’essere umano sia attrezzato per poter elaborare le perdite, che di volta in volta la vita inevitabilmente gli impone (e che nella situazione analitica il setting gli riproporrà). Per l’elaborazione di tali perdite – dei lutti – deve però aver acquisito una sufficiente capacità di usare il pensiero simbolico, di poter distinguere l’oggetto dalla sua rappresentazione mentale. Solo ciò gli consente l’emancipazione dall’estremamente limitante pensiero concreto, che con le sue equazioni simboliche (Segal, 1957) inceppa la possibilità di risoluzione dei conflitti, in quanto cementa più livelli di realtà in una sola, imprigionando il soggetto nella coazione a ripetere.

            Riguardo alle fasi precoci dello sviluppo mentale Winnicott evidenzia l’inscindibile connessione tra l’acquisizione della separatezza e la nascita del pensiero simbolico. Ciò avviene con il costituirsi del fondamentale spazio potenziale, che si crea tra il soggetto e l’oggetto, tra la madre e il bambino (quando questi comincia a sentirsi separato da lei). In questo spazio nascono le rappresentazioni dell’oggetto, che prodotte da una frustrazione ottimale in un’atmosfera di affidabilità, consentono di tollerare la distanza dall’oggetto – la separatezza. Si innesca così lo sviluppo del pensiero simbolico. Questo implica la capacità di distinguere tra simbolo e realtà concreta – in analisi in particolare tra il transfert e la relazione reale, tra il passato riattualizzato e il presente come tale. Questa capacità è un prerequisito fondamentale affinché si possano affrontare e risolvere i conflitti psichici, affinché lo strumento dell’interpretazione possa manifestare tutta la sua efficacia.

            Saranno pertanto di primaria importanza quegli aspetti della relazione analitica – e del setting – che concorrono a strutturare, a favorire lo sviluppo e poi a mantenere funzionante, la capacità di simbolizzare – di leggere cioè ciò che avviene su più piani di realtà contemporaneamente.

            Potremmo dire che il setting serve a creare uno spazio, dove sia possibile inscenare un’illusione – il transfert – e dove si possa nel contempo verificare l’illusorietà di quanto viene inscenato. Proprio per rendere più evidente la distinzione tra realtà e transfert, il setting è strutturato in modo da esaltare il vissuto illusorio, l’esteriorizzazione dei rapporti oggettuali interni. Tale esaltazione viene a costituire la nevrosi di transfert.

            Consideriamo ora quegli elementi del setting che conferiscono alla relazione analitica la singolare capacità di favorire lo sviluppo della simbolizzazione.

            Schematicamente potremmo individuare due di questi elementi: l’affidabilità e la frustrazione ottimale.

L’affidabilità

            Voglio ricordare qui la nota descrizione del setting fatta da Winnicott: “Ad un’ora fissata ogni giorno… l’analista si mette al servizio del paziente. All’ora stabilita l’analista è lì, si può contare su di lui. E’ vivo, respira. Per il periodo di tempo limitato prestabilito… l’analista si terrà sveglio e si preoccuperà del paziente. L’analista esprime amore con il suo interesse positivo e odio con la sua rigidità riguardo all’inizio e alla conclusione della seduta, come pure in materia di onorario. Odio e amore sono onestamente espressi, non negati cioè dall’analista. Lo scopo dell’analisi è di entrare in contatto con il processo del paziente, di capire il materiale presentato, di comunicare questa comprensione verbalmente. La resistenza indica una sofferenza che può essere alleviata dall’interpretazione. Il metodo dell’analista è quello dell’osservazione oggettiva. Questo lavoro deve essere svolto in una stanza non di passaggio, una stanza tranquilla, al riparo da rumori improvvisi ed imprevedibili, senza tuttavia che vi sia un silenzio di tomba e che vengano esclusi i rumori abituali di una casa. L’analista esclude il giudizio morale del suo rapporto con il paziente, non prova nessun desiderio di interferire con particolari della sua vita personale né con le sue idee… Nella situazione analitica l’analista è una persona di cui ci si può fidare molto di più che delle persone della vita quotidiana. Nel complesso è puntuale, non fa capricci, non s’innamora in modo coatto ecc. Vi è una distinzione molto netta nell’analisi tra realtà e fantasia, per cui l’analista non si offende per un sogno aggressivo nei suoi confronti. La legge del taglione non esiste, se ne può stare certi. L’analista sopravvive.” (1954)

            Il susseguirsi regolare delle sedute nell’ambito del setting, comincia a creare nel vissuto più profondo del paziente un senso di continuità e di sicurezza. Sempre più aspetti della relazione e del setting affondano così nello scontato e non pensato, andando a costituire lo sfondo su cui la relazione si svilupperà.[4]

            Tale sfondo viene a costituire lentamente un rapporto sovrapponibile a quello con la madre-ambiente, dal quale soltanto potrà prendere poi forma una madre-oggetto, con la quale poter ripercorrere le prime vicende dei rapporti oggettuali.

            Bleger (1967) parla delle parti simbiotiche che si vanno progressivamente depositando, su quello che lui chiama l’inquadramento dell’analisi. Egli dice che “il setting costituisce la più perfetta coazione a ripetere… (e viene a rappresentare) quella parte dello schema corporeo del paziente non ancora strutturata e differenziata”. Mentre esiste, il setting sembra inesistente e se ne prende coscienza solo e proprio quando viene a mancare, poiché in sostanza è una simbiosi muta. Bleger afferma ancora che “le relazioni stabili o immobilizzate (le non-assenze) sono quelle che organizzano e mantengono il non-io e formano la base per strutturare l’io in funzione delle esperienze frustranti e gratificanti”.

            Ma l’affidabilità non è data soltanto dalla muta presenza, bensì anche da altre regole importanti, implicite nella relazione analitica, delle quali non si parla nel contratto iniziale.

            Uno di questi elementi portanti della relazione è il senso di sicurezzache il paziente deve trovare nel rapporto con l’analista. Modell (1988) parla di come il paziente debba sentirsi protetto da qualsiasi minaccia all’integrità del suo Sé – “any threat to the integrity of the self”. Poiché se l’analista non è sufficientemente empatico o è intrusivo o non rispetta l’autonomia e la separatezza del paziente, ciò può evocare in questi la paura che il suo senso di sé possa spezzarsi e frammentarsi. Il bisogno di sicurezza spinge inoltre il paziente, specialmente nelle fasi iniziali dell’analisi, a sondare l’analista e a metterlo alla prova su questo piano.

           La non intrusività dell’analista è ciò che forse oggi di più intendiamo sotto il termine di neutralità[5], che non ha più niente a che vedere con la discussa impassibilità (“indifferenz”) ed è collegato al concetto di astinenza, che si riferisce più all’evitamento dell’agire dell’analista. Il concetto di anonimato è connesso a sua volta alla regola, che la vita privata dell’analista non deve entrare nella relazione analitica.           

            Basilare è l’atteggiamento etico di fondo – umano e professionale – dell’analista, che è tutt’altra cosa rispetto a un dannosissimo moralismo. Mi riferisco a un istintivo attaccamento dell’analista alla verità (e un rifiuto della menzogna), un profondo rispetto per la persona del paziente (e un rifiuto di qualsiasi tipo di manipolazione), il che include anche la riservatezza e la preservazione del segreto professionale, un volere sinceramente il bene del paziente, un rispettare i termini del contratto ed evitare tutto ciò che può danneggiare o rendere meno efficace il rapporto terapeutico. (Accettare perciò anche che le proprie teorie possono non essere corrispondenti alla realtà clinica del paziente che si sta trattando.)

            E’ anche implicito, che l’analista deve avere e riuscire a mantenere un sufficiente e genuino interesse umano (e non solo professionale, teorico o di ricerca) per il paziente come persona. Se con un certo paziente proprio non riesce a provarlo, non lo deve prendere in analisi. Se non lo prova con parecchi pazienti, è meglio che si rimetta lui stesso in analisi, o che cambi mestiere.

            Qui si pone un problema importante: la relazione analitica è una situazione artificiale, nella quale avvengono solo dei fenomeni tecnicamente gestiti o è – e ovviamente credo che debba essere – una relazione umana vitale, calda, autentica. E’ infatti difficile immaginare che il paziente possa pienamente affidarsi ad un analista freddo e disumano. Sorge allora la domanda se e come l’analista possa o debba provare degli affetti per il paziente e come far andare d’accordo ciò con le regole del setting analitico[6].

            A questo proposito dobbiamo innanzitutto constatare, come non ci possa essere spazio per l’inautenticità. L’analista che reciti o simuli dei sentimenti è destinato a fallire. D’altronde l’assenza di sentimenti conduce pure al fallimento, poiché tutte le relazioni umane si stabiliscono attraverso una comunicazione affettiva. L’analista non può pertanto esimersi dal provare – ed in una certa misura anche di manifestare (e questo è un problema molto delicato) – sia l’amore che l’odio. Una quota di ciò che l’analista sente sarà peraltro comunque percepita dal paziente, che spesso è molto sensibile nel percepire con il suo controtransfert l’umore di fondo e le emozioni dell’analista.

            Questo tema è lungo e complesso, perciò mi limito qui ad alcune affermazioni basilari.

            E’ ovvio che l’analista non deve introdurre nella relazione con il paziente dei propri vissuti affettivi, che derivino da situazioni esterne alla relazione analitica.

            Per quanto riguarda quelli che invece nascono nella relazione analitica con il paziente, l’analista deve tentare di esserne consapevole, di non agirli, di modularli mediante un adeguato uso della distanza-vicinanza emotiva, di esplicitarli con moderazione e solo quando ciò può essere utile al paziente, al processo analitico.

            Se l’analista è freddo e distaccato, si può assistere ad un’estenuante e disperata ricerca del paziente di segnali, di punti di contatto per relazionarsi. Un analista troppo freddo rischia di determinare una scissione tra un vacuo rapporto verbale-razionale da un lato e dall’altro una simbiosi muta, sospinta sul terreno dell’inanimato, che non offre possibilità di elaborazione. Un analista così, di fatto, impone al paziente un proprio transfert narcisistico!

            Per contro, se l’analista è affettivamente troppo caldo, se coincide troppo intensamente con le aspettative affettive del paziente, si possono aprire aree fusionali troppo estese, il che determina, più raramente eccessive fusioni, e più spesso il ritiro spaventato del paziente, che può giungere anche all’interruzione dell’analisi. Ciò determina comunque una difficoltà di elaborazione sul piano del pensiero simbolico. Tenendo conto del fatto, che la capacità di pensare simbolicamente non è mai una funzione acquisita definitivamente, le eccessive cariche affettive la inceppano, provocando una regressione verso il pensiero concreto, verso l’agire. Ciò tende ad avvenire più di frequente nel paziente, ma anche l’analista non ne è immune ed il setting serve a proteggere anche lui. E’ costante durante tutta l’analisi il pericolo, che nell’analista collabisca la distanza tra il piano del transfert e quello della relazione reale. E’ normale che ciò a volte avvenga, ma è compito dell’analista accorgersene e recuperare la posizione analitica.

            Spesso i pazienti chiedono cosa provi l’analista per loro, se possa realmente voler loro bene o se finga e reciti una parte richiestagli dal copione analitico. Tali domande sono frequenti, specialmente quando il paziente vive ciò nella dimensione primitiva ed onnipotente del tutto o nulla, dove tutto ciò che non è amore smisurato e totale equivale per lui al niente. Ciò può indurre a volte nell’analista – contagiato controtransferalmente da questi vissuti primitivi – sensi di inadeguatezza e di colpa, in quanto sente come se realmente egli non fosse in grado di dare niente al paziente sul piano affettivo. Questo può sollevargli penosi dubbi sulla sua capacità di amare o sull’inadeguatezza dello strumento analitico e del setting nel rispondere ai bisogni del paziente. Compare allora il pericolo, che l’analista colluda con il paziente nel rompere il setting. Se il setting regge, il paziente potrà scoprire – ma molto più in là – che non aveva poi bisogno dell’amore totale dell’analista e quanto gli sia invece stata preziosa e sufficiente la sua sola affettuosa presenza.

            L’affetto da parte dell’analista è dunque sì indispensabile, ma non in quantità massicce, intese a colmare le carenze patite dal paziente durante la sua vita, bensì in quella moderata dose, che è necessaria per stabilire un’affidabilità, una sintonia, un canale di comunicazione genuina, attraverso il quale poter far funzionare uno spazio mentale comune.

            L’analista deve evitare o controllare soprattutto le componenti pregenitali dell’amore, che lo spingerebbero ad un aggrappamento, a un desiderio di esclusività, che impedirebbero lo sviluppo del paziente. E’ più opportuno che l’analista provi un affetto di tipo prevalentemente genitoriale (che consente la compresenza di altri affetti, prevede l’autonomizzarsi del paziente e la fine del rapporto, mentre non prevede contatti sessuali) e non di tipo paritario-coniugale (l’innamoramento non tollera altre presenze affettive, non prevede una fine del rapporto e preme invece verso i rapporti sessuali).  

La frustrazione ottimale

         La frustrazione ovviamente non è sempre portatrice di crescita. Lo è solo se è ottimale. Se è eccessiva diventa traumatica e può ostacolare o addirittura bloccare lo sviluppo, così come l’analisi.

            La situazione analitica è indubbiamente anche frustrante, soprattutto per il paziente, spesso anche per l’analista. Ogni spinta all’agire è già a priori inibita e così buona parte delle possibili gratificazioni. Tutto è predisposto per stimolare l’espressione prevalentemente a livelli simbolici.

            Le regole del setting sono sì imposte dall’analista, ma anche lui stesso è costretto ad attenervisi. A ciò lo costringe, non soltanto la Società psicoanalitica cui appartiene, quanto a maggior ragione la stessa realtà: se le travalica non otterrà il risultato che si è prefissato, non curerà il paziente. Il setting rappresenta pertanto anche qualcosa di esterno, “la legge”, “il terzo”, la realtà che impone alla coppia analista-paziente di rinunciare – almeno in parte – all’illusione di unione onnipotente. E’ la realtà che impone all’analista di non poter aderire completamente alle richieste dell’analizzando. In tal modo le risposte dell’analista non coincidono per buona parte con i bisogni del paziente, che è così costretto a vivere anche l’assenza di risposta, la frustrazione. Ciò produce un vissuto di separatezza, che permette l’apertura dello spazio potenziale, dove il paziente può creare dei simboli. Ma ciò è possibile, come dicevo riprendendo Winnicott, solo se è acquisita anche l’affidabilità. Paradossalmente il setting, oltre alla frustrazione, dà anche l’affidabilità.

            Un esempio forse illustrerà meglio tutto ciò. Una madre tiene in braccio il suo bambino e sgridandolo gli toglie dalla manina l’ennesima caramella, che lui voleva cacciarsi in bocca. In questa situazione il bambino sente, che la madre frustra un suo bisogno orale, il che gliela fa sentire estranea a sé, al di fuori del proprio controllo: la sente decisamente come un oggetto separato da lui e ostile! Nel contempo però sente l’altro braccio della madre, che lo tiene saldamente in modo da non farlo cadere. In questo tenerlo è implicito un messaggio fondamentale: “Ti sono devota, mi occupo di te, non ti abbandono, siamo tutt’uno!” Ciò gli fa sentire una presenza affidabile, strettamente unita a lui, collegata in qualche modo (mai del tutto chiaro) alla stessa madre, che ad un altro livello più distintamente pensato, gli appare in quel momento frustrante e cattiva. Grazie al braccio che lo sostiene la frustrazione non gli risulta intollerabile.

           L’immagine, cioè la rappresentazione simbolica, della madre-oggetto separato buona, anche se momentaneamente oscurata dall’immagine della madre-oggetto cattiva, può continuare ad esistere nel mondo interno del bambino grazie al supporto fornitole dall’indistinta madre-ambiente, dal braccio che saldamente lo tiene.

            Se trasponiamo gli elementi dell’esempio nella situazione analitica, potremmo dire che l’atmosfera di sicurezza e di affidabilità costituita dal setting fa sentire al paziente uno sfondo di presenza affidabile, strettamente unita a lui, poco pensata, che gli permette di meglio tollerare ciò che avviene su un piano più manifesto, dove percepisce le frustrazioni dei suoi desideri, impostegli dallo stesso setting nei suoi rapporti con l’analista.

Una fantasia di fondo del paziente è quella di un’unione onnipotente e totalmente appagante, che riproduce il rapporto narcisistico primario idealizzato con la madre. Egli tenta di realizzarla ed in questo senso, appigliandosi a quegli elementi del setting che a ciò sono confacenti, alimenta tale illusione. Sarebbe un’unione fusionale totale, un nirvana narcisistico senza bisogni, poiché istantaneamente appagati – ma allora anche una condizione senza pensiero. Frammenti più o meno consistenti di un tale vissuto illusorio persistono in ogni relazione umana, ma sono particolarmente intensi nella regressione analitica. Trasferire sulla relazione con l’analista le precoci relazioni genitoriali significa infatti trasferire con esse anche una dose consistente di questa primordiale illusione.

            Sennonché nell’analisi, come del resto nelle relazioni del passato, la realtà – seppure a piccole dosi – tende ad infrangere tale illusione e a far apparire l’analista quale realmente è, senza i panni illusori di cui il paziente continuamente tenta di vestirlo. E’ la realtà nel suo aspetto frustrante, che fa emergere, dallo scontato e ovvio e pertanto non pensato analista-madre-ambiente, l’analista-madre-oggetto, separato e pensato. Rivestono per questo motivo notevole importanza quegli elementi del setting, che ribadiscono il (così spesso frustrante) rapporto reale con l’analista: il tempo limitato delle sedute, il linguaggio di rapporto non confidenziale con l’uso del “lei”, il pagamento, l’esistenza di altri pazienti, l’esistenza della vita privata dell’analista evidenziata in particolare con le interruzioni del fine settimana e delle vacanze ecc. Il paziente tenta spesso di negare o di rimuovere questi aspetti. L’analista sa, che sono a volte anche molto frustranti per il paziente, perciò lo confronta con essi con tatto e delicatezza, pur non rinunciandovi e non colludendo mai.

            La contemporanea presenza dell’affidabilità e della frustrazione ottimale, insite nella stessa struttura del setting, costituiscono dunque delle condizioni favorenti lo sviluppo della possibilità di pensare simbolicamente, di vivere molteplici livelli di realtà contemporaneamente.

I molteplici livelli dell’interpretazione

            Vorrei ora considerare come anche nell’interpretazione esistano inevitabilmente livelli multipli, che possono essere tra loro in armonia, ma a volte anche in conflitto.

            Cominciamo con il vedere una delle tante frustrazioni imposte dal setting: il divieto di contatto fisico.

            Una regola precoce del setting familiare, che poi si estende per diventare una regola generale nei rapporti tra gli esseri umani, è il divieto di toccare. Anzieu (1985) descrive il fondamentale e strutturante divieto di toccare, che precede e anticipa la proibizione edipica. Con dei divieti si spinge progressivamente il bambino a sostituire il tatto con la vista e l’udito – nella funzione ricevente del rapporto – e a trovare delle parole, che siano equivalenti simbolici del tatto – nella funzione emittente, per ristabilire così, sotto forma simbolica, la comunicazione tattile primaria.            

            Seppure limitatamente, anche dopo tale divieto, nella vita adulta persiste la funzione del contatto pelle-pelle (il dare la mano, le manifestazioni di affettuosità, i contatti sessuali) nel favorire rapporti più intimi, cioè aventi una più intensa componente fusionale. Queste varietà del toccare sono perciò oggetto di regole precise e rigide nei vari “setting” dei rapporti umani. Anzieu scrive: “Il divieto primario di toccare si oppone specificamente alla pulsione di attaccamento e di aggrappamento… e impone all’essere vivente… un’esistenza separata.” (Anzieu, 1985). Impone cioè una modalità di rapporto con gli oggetti esterni avente una maggiore componente di separatezza (e pertanto favorente la simbolizzazione) e una minore componente fusionale.

           Il toccare viene dunque sostituito prevalentemente dal vedere, dall’udire e dal parlare. In particolare ci interessa naturalmente, avendo in mente la stanza di analisi, il suono della voce nella sua funzione comunicativa equivalente al toccare. Anzieu stesso dice, che “lo scambio verbale, che delimita il campo della cura, è efficace solo perché riprende su un nuovo piano, simbolico, ciò che in precedenza è stato scambiato sul registro tattile e visivo”.

            Il parlare, sostituendo il toccare, è un fattore di separatezza. Ma nel contempo rimane anche un potente mezzo di contatto sensoriale. Fin dall’inizio della vita (anche nella vita fetale) il neonato è infatti immerso in un “bagno di suoni che… produce: uno spazio-volume comune che permette lo scambio bilaterale… e un legame di realizzazione fusionale reale con la madre…”(Anzieu, 1985). La modulazione, il timbro, il calore della voce e tutte le altre componenti infraverbali o metaverbali del parlare dell’analista sono sempre inevitabilmente presenti. Sono veicolo di importanti messaggi sensoriali ed affettivi, in buona parte sono automatici ed inconsapevoli e solo in una certa misura sono controllabili. Questi elementi possono conferire al parlare, e pertanto anche all’interpretazione, indipendentemente dal suo contenuto manifesto, un valore concreto analogo per esempio ad una carezza, uno schiaffo, un allontanamento od un avvicinamento ecc.

            Può così essere un problema tecnico non facile lo scegliere la dose di segnali, che l’analista da parte sua può emettere verso il paziente (un sorriso all’entrata, il tono e la cadenza della voce, la frequenza del fatidico “Hm!”, la quantità di suoni e di svariati rumori ecc.).

            Tale “ambiguità” del parlare – e dell’interpretare – è simile pertanto a quella che ho descritto sopra per il setting stesso. L’interpretazione è infatti attiva su più piani: quello a cui di solito ci riferiamo, che è il comunicare al paziente in un modo rappresentabile – e spesso ottimalmente frustrante – ciò che riteniamo stia avvenendo a livello inconscio, ma anche quello sul quale il suono e il tono della voce possono costituire messaggi di affidabilità (“se l’analista parla c’è e si interessa a me”) e di fusione (“se sente ciò che sento io è parte di me”) ecc. Questo secondo piano, sul quale è pure attivo l’intervento interpretativo, assume spesso un’importanza preminente nelle prime fasi dell’analisi.

Considerazioni conclusive

            Vorrei sottolineare l’utilità per il terapeuta di essere consapevole, di come il setting stesso rappresenti ed esprima diversi livelli di realtà.

            Uno è più primitivo, indifferenziato, tendenzialmente non pensato nè mentalmente rappresentato, ricco di aspetti simbiotico-fusionali, basato più su aspetti concreti (il contatto fisico con il divano, la presenza reale e silenziosa dell’analista) e impliciti (per esempio gli aspetti collegati all’affidabilità).

            L’altro è più differenziato, distinto, pensato (cosciente o anche inconscio), oggettuale, basato sugli aspetti più espliciti dell’analista come persona reale, come pure su quegli aspetti del transfert che riproducono relazioni con oggetti più differenziati-separati.

            Il setting con la sua parte meno rappresentata-pensata, è la base senza la quale non può funzionare il livello più pensato, differenziato.[7]

            Concluderei ribadendo, come ogni relazione umana debba necessariamente svolgersi su più piani paralleli, che debbono poter rimanere sufficientemente distinti. Il setting analitico è un potente strumento per ripristinare tale modalità di rapporto, dove è stata perduta o dove non è mai stata acquisita.    

BIBLIOGRAFIA

Anzieu, D. (1985) L’Io- pelle. Roma, Borla 1987.

Bleger, J. (1967). Simbiosi e ambiguità. Loreto, Lauretana 1992.

Bollas, C. (1987). L’ombra dell’oggetto. Roma, Borla 1989.

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[1] Pubblicato su Argonauti, 85, 137-150.

[2] (Non esiste qualcosa di simile alla realtà o a una reale relazione senza un transfert.)

[3] Tale capacità si rivela fondamentale, poiché la vita è una sequenza di indispensabili separazioni e quando si perdono degli oggetti esterni si devono ri-distinguere le due componenti, così come avviene nell’elaborazione del lutto. Se non si è in grado di fare tale distinzione, la perdita comporta un’intollerabile “estirpazione”, concretamente vissuta, delle parti introiettate (indistinte dalle proprie parti che con queste si sono fuse e così vanno perdute con l’oggetto) e un’altrettanto insostenibile “amputazione” delle proprie parti, che erano state precedentemente proiettate nell’oggetto e che con questo si erano fuse. In un tale contesto l’oggetto, venendo a mancare, lascia pertanto un “buco nero”, un vuoto incolmabile, fonte di perenne dolore.

            Se invece la distinzione è possibile, con il venir meno dell’oggetto esterno alcune sue rappresentazioni simboliche introiettate nel soggetto potranno rimanere – sotto forma di identificazioni sane – e mitigheranno il vuoto lasciato dall’oggetto reale. Il soggetto potrà inoltre ritirare e recuperare le parti proiettate sull’oggetto, nella loro dimensione simbolica, per riproiettarle su un altro oggetto esterno, quando questo si renderà disponibile. (Parte della relazione interna con la madre, che era stata proiettata sulla moglie, dopo che questa se ne è andata, potrà così essere recuperata e riproiettata su una nuova partner.)         

[4] Bollas (1987) parla a questo proposito del “unthought known”(il conosciuto non pensato).

[5] Bordi (1995), rifacendosi a Gill e Modell, descrive come la posizione neutrale conferisca all’analista la capacità di consentirgli di apprendere i modi in cui il paziente organizza le proprie esperienze, le costruisce nella significatività e le utilizza così nell’esercitare la propria influenza sull’analista.

[6] Modell (1990) a questo proposito sostiene che “la questione non è che questi affetti sono falsi, ma che hanno luogo in un contesto diverso da quello della vita quotidiana, cioè all’interno di un differente livello di realtà.” Ciò è vero, però a mio parere non risolve del tutto il problema, poiché i diversi livelli di realtà, pur essendo separati, non sono neanche del tutto isolati tra loro. Se così fosse, avremmo a che fare con delle scissioni patologiche nell’analista, mentre il paziente a sua volta non potrebbe trasporre le esperienze dall’analisi nella vita esterna.

[7] All’inizio dell’analisi il vissuto di discontinuità delle sedute tende ad avere per alcuni pazienti la valenza di un non rapporto. Dopo una sufficiente esperienza del regolare succedersi delle sedute, tende a stabilirsi un senso di continuità, che finisce con lo sfumare in un’atemporalità (nella dimensione simbiotico fusionale del rapporto). Solo in una terza fase la discontinuità viene di nuovo percepita come un continuo succedersi di eventi nel tempo (che presuppone anche una fine), ma sulla contemporanea base della precedentemente acquisita atemporalità simbiotica. Si raggiunge così la possibilità di vivere due realtà parallele: quella della dimensione simbiotico-fusionale e quella della dimensione oggettuale della separatezza. Ciò è possibile perché nel processo analitico il paziente ha acquisito le capacità di muoversi tra livelli di realtà diversi, di simbolizzare, di giocare.

   Solo allora le interpretazioni possono essere percepite più pienamente su ambedue i livelli contemporaneamente: quello più rappresentato, pensato e quelli più primitivi della sensorialità (il suono della voce ecc).