Qualche riflessione sulla nazione nell’attualità Previous item Zamejstvo in matica pred... Next item Vite distrutte...

Nel 1776 i rappresentanti del corpo civico e del corpo mercantile di Trieste, l’avvocato Tommaso Ustia e Giuseppe Bellusco, in un rapporto al Governatore sulle neoistituite scuole pubbliche di Trieste, ponevano in termini chiari la richiesta dell’insegnamento, oltre di quella tedesca, “anche della lingua italiana e slava”, cioè delle lingue materne parlate in città e nel territorio. Le ragioni erano squisitamente utilitaristiche: la posizione della città e i paesi confinanti, i traffici, insomma le esigenze dell’economia cittadina. Mancava qualsiasi argomentazione a carattere nazionale.

Ben diversa sarebbe stata la situazione un secolo dopo  quando la città era infiammata dalle diverse nascenti coscienze nazionali, che cominciavano a collidere e preannunciavano le tragedie del Novecento. Lo stesso sviluppo e la diffusione della rete scolastica assumeva, in un tale nuovo contesto, un ruolo primario nel coltivare, e spesso nell’esasperare, il senso di appartenenza nazionale. 

I gruppi umani, definiti dall’uso di una lingua comune, sono sempre esistiti. Specifiche ragioni storiche, createsi in Europa negli ultimi due secoli, hanno determinato la coagulazione dei gruppi etnico-linguistici in agguerrite entità-nazioni. Queste hanno consolidato la loro identità, alterando la propria e l’altrui storia per crearsi dei miti, per definire unilateralmente il proprio spazio vitale, per consolidare la propria base economica e rafforzare la propria forza politica e militare. 

L’identità nazionale si saldava agli interessi economici. Si formavano così le fondamenta degli stati nazionali, che potevano allora disporre di una forza adeguata per politiche di potenza nei confronti dei vicini (o nelle colonie), volta all’acquisizione di territori, materie prime e mercati. A differenza del Settecento, si può vedere nell’Europa dell’Ottocento e del Novecento un brulicare di nazionalità che si organizzano e si armano per allargarsi, conquistare, sottomettere. Intenti che nella mentalità di allora avevano ben poco di immorale, ma al contrario infiammavano folle di benpensanti e generazioni educate al supremo sacrificio per il bene morale supremo – la Nazione, indipendentemente se questo bene era poi il male delle nazioni altrui. Non era in nessun modo definito, né chiaro, che cosa dovesse appartenere a chi. 

L’immagine della nazione diventava sempre più deformata, esageratamente idealizzata e le veniva attribuito un valore pressoché trascendentale, come se la nazione fosse qualcosa di eterno, un valore assoluto. La storia veniva falsificata perché bisognava dimostrare, che la nazione era sempre esistita per poter poi affermare che sarebbe dovuta esistere per sempre. Più o meno implicitamente, i miti sulle nazioni contengono il fuorviante concetto di “genus”, cioè dell’origine comune dei suoi membri, una parentela genetica che determini “chi è dei nostri e chi non lo è”. Da questo al razzismo il passo è breve. In contrasto con ciò, di fatto tutte le nazioni hanno invece sempre favorito o forzato l’assimilazione degli altri, degli “allogeni”, nel proprio ambito.  

Oggi potremmo considerare le nazioni, come una delle possibili forme di aggregazione dei gruppi umani, che, come tutto ciò che vive, esisterà solo finché espleterà delle funzioni utili alla sopravvivenza. Il consorzio umano ha un valore molto superiore e sopravvive alle nazioni. Prime delle nazione eravamo degli esseri umani e saremo ciò anche dopo, quando le nazioni nella concezione data loro nel recente passato non esisteranno più. Nell’epoca degli stati nazionali i concetti di stato e di nazione sono stati mal differenziati e spesso confusi. Così è stato in Italia fin dall’inizio, mentre in Slovenia si sono iniziati a confondere questi concetti da quando si è realizzato lo stato nazionale sloveno. 

Già oggi il concetto di nazione – di appartenenza nazionale – sta diventando meno assoluto in confronto a quanto si pensava e credeva nel secolo scorso. Ciò rende questo carburante molto meno esplosivo e pericoloso e diviene così possibile una più chiara differenziazione tra stato e nazione. Questo consente di passare da un pensare primitivo, che lo stato sia espressione e proprietà della nazione, a un concetto più maturo pur se ben più complesso, che lo stato è proprietà dei cittadini indipendentemente dalla loro appartenenza etnico-linguistica

Anche nelle nostre zone di confine la carica emotiva legata all’appartenenza etnica si è andata attenuando ed equilibrando. L’identità etnica rimane un valore, una parte importante dell’identità degli uomini, tuttavia viene ad assumere un valore più contenuto, relativo, senza più sovrapporsi al valore legato alla comune appartenenza al genere umano. L’immagine della propria nazione idealizzata fino all’estremo, come la conoscevamo nel passato, si sgonfia e ciò ci permette di vedere la nostra immagine (di individui e di gruppi) in una luce molto più reale. Di conseguenza tende a dissolversi anche la altrettanto irreale immagine così spesso negativa delle nazioni vicine.

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Trieste è uscita malconcia dal secolo che si è chiuso. Relegata ai margini di territori produttivi e in prossimità di confini instabili e incandescenti, ha visto declinare il proprio ruolo, che così vorticosamente e rigogliosamente si era sviluppato nel secolo precedente. Le due guerre mondiali ed ideologie estreme l’hanno ridotta per decenni ad uno psichismo da nevrosi traumatica: ripetere continuamente e stereotipamente i traumi subiti (con una evidente difficoltà di pensarli ed elaborarli per poterli poi superarare) e con un conseguente impoverimento della creatività in tutti gli ambiti.

Tuttavia alla fine del Novecento si sono finalmente creati i presupposti che consentono di sperare nella rinascita e nel futuro di questa città e di queste aree. Non solo i confini, dopo un secolo di minacciose oscillazioni, sono definiti ed accettati, ma sorprendentemente sono in una certa misura addirittura superati (con l’entrata della Slovenia, e presto della Croazia, nell’Unione Europea). Il fascismo e il comunismo escono di scena. Ma ciò che rafforza un certo ottimismo è il fatto che, con la globalizzazione e con l’integrazione europea, economia e nazione stanno divorziando sempre di più. I pacchetti azionari sono via via più incrociati, sempre più internazionali, per cui le aggregazioni di interessi, che pur inevitabilmente continueranno ad esserci, saranno sempre meno italiane, slovene, tedesche, ma si baseranno su altri denominatori comuni. Se prima “l’italianità” avrebbe potuto difendere gli interessi del porto di Trieste, e la “slovenità” quelli di Capodistria, oggi e ancor più domani, l’esasperazione dei sentimenti nazionali può solo nuocere ad entrambi e dovrebbe essere avversata da qualsiasi società sovranazionale che voglia creare qui dei profitti.

Non credo sia da demonizzare la fase degli stati-nazione, che evidentemente nello sviluppo delle società hanno avuto un ruolo importante, per certi aspetti anche luminoso. È però anche un fatto, che tra le luci e le ombre di questo fenomeno, su un’area di confine come la nostra, sono cadute indubbiamente più le ombre. Il superamento dei sentimenti ipertrofici collegati ai sentimenti nazionali può perciò avere una ricaduta particolarmente positiva nelle nostre zone, poiché ripropone un diverso vissuto delle identità etniche. Queste possono liberarsi dai condizionamenti e dalle manipolazioni della politica, per essere ricondotte sul terreno della cultura, del gusto di vivere le proprie diversità e particolarità, della libertà di declinare la propria esistenza in armonia con la propria identità e le sue composite radici. Qualcosa di nuovo, che qui non abbiamo potuto ancora sperimentare. Forse qualcosa di simile ai tempi che ho ricordato nelle prime righe di questo scritto. Essere a Trieste italiani, sloveni e qual’altro si voglia, in modo più leggero, potrebbe essere un’esperienza che finora nessuno di noi ha potuto neppure immaginare e allora anche, per dirla con Freud, ricordare i traumi passati per poterli poi dimenticare, potrebbe essere più semplice di quanto temiamo. 

Il discorso ci porta così a considerare la multiculturalità, che a Trieste è stata di casa per secoli. E’ solo dal primo dopoguerra che si è smesso di parlare, oltre all’italiano, anche lo sloveno e il tedesco, ed è stata imposta la monoculturalità. Ora, finito il lungo inverno, la multiculturalità può rifiorire.

Considerando i profondi cambiamenti nei rapporti tra italiani e sloveni, cui stiamo assistendo nelle aree di confine dell’Italia orientale, e in particolare a Trieste, potremmo dire che, in verità, la situazione non è mai stata cristallizzata, come in superficie poteva apparire in alcuni decenni del secondo dopoguerra. Si può ora confermare che, al di sotto delle stagnanti e dominanti posizioni nazionalistiche di ambedue le parti, imposte soprattutto dalla politica, nel tessuto sociale era in realtà in atto una continua evoluzione, pur limitata alle sfere poco più che individuali, che ha portato agli odierni vistosi cambiamenti. Solo qualche decennio fa sarebbe stato impensabile che numerosi genitori italiani, o anche semplicemente genitori misti, iscrivessero i loro figli alle scuole slovene. Ma come mai oggi ciò avviene? Che cosa è cambiato?

Non ci sono risposte semplicistiche per situazioni così complesse. Qualche riflessione si può comunque fare.

Dopo la definitiva, pur se così tardiva, conclusione della contesa per i confini con il Trattato di Osimo nel 1975, un fattore decisivo è stato il crollo del muro di Berlino e la scomparsa del comunismo, che per l’Europa occidentale era una costante minaccia. Per esigenze politiche, strettamente collegate alla strenua lotta tra i due mondi, che a Trieste si incontravano e scontravano, per decenni le posizioni nazionalistiche antislave erano state artatamente sostenute e protratte, nonostante ci fosse a livello microsociale un costante progresso nella qualità delle relazioni umane interetniche. 

Negli anni Novanta il nazionalismo italiano si è radicalmente sgonfiato, mentre quello sloveno si è trovato spiazzato, non avendo più né una controparte sufficientemente agguerrita né lo scontato sostegno dello stato Jugoslavo. Ecco dunque che comincia ad emergere, quello che per anni era stato represso, sia nella vita sociale che nell’intimità della vita psichica individuale. Sempre più famiglie si trovano a dover gestire degli elementi di diversità etnico-culturale che esistono al loro interno. E non è più necessaria né funziona la semplice e limitante repressione o negazione di tale diversità. Anzi, a volte, seppur magari nella generazione successiva, questi elementi sembrano premere con prepotente forza per essere riconosciuti ed integrati.

Sì è così risvegliato negli italiani anche l’interesse per i vicini, per un mondo che attornia e penetra Trieste per 270 gradi del suo orizzonte. Interesse che era rimasto inibito per più di un secolo. Parallelamente, nel mondo interno individuale, si è fatta strada in molti italiani l’esigenza di riscoprire e rivitalizzare, magari tramite i figli, parti delle proprie radici individuali. In un’atmosfera più libera anche gli sloveni possono ora evidenziare e valorizzare ciò che hanno recepito vivendo immersi nella società e nella cultura italiana, riconoscendo gli elementi italiani nel proprio mondo interno e di conseguenza la propria specificità culturale di sloveni nati e vissuti in Italia, portatori pertanto anche di diversità nei confronti degli sloveni della Slovenia. Ma né gli italiani né gli sloveni, per queste “impurità”, si sentono ora più minacciati nella loro appartenenza e identità di gruppo. Anzi, ciò diventa elemento di arricchimento e rafforzamento.

Il nuotare nelle acque culturali di altre nazioni è arricchente. La realtà culturale non può essere altro che un equilibrio dinamico tra l’acquisizione di contenuti altrui e la conservazione della propria identità. Come in economia, l’autarchia è un assurdo e l’importazione, così come l’esportazione, sono una necessità inderogabile. L’identità non può essere cementata una volta per tutte in un unico blocco di purezza, poiché è qualcosa di vivo che continuamente muta. Come tutto ciò che è correlato alla vita, anche l’identità etnica, se non è fossilizzata, si evolve. Rischia inevitabilmente sempre anche di indebolirsi o addirittura di scomparire. Ma questi sono i rischi della vita e si possono evitare solo rinunciando a vivere.    

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Tutto questo avviene in buona parte al di là del piano politico e delle istituzioni, in modo spontaneo e tutt’altro che coerente. Anzi, a volte i molteplici movimenti in questo senso appaiono anche confusi e contraddittori. 

Forse possiamo vedere in questo brulicare di iniziative individuali, come quella degli italiani che iscrivono i figli nelle scuole slovene o che imparano lo sloveno, anche un aspetto del più generale essersi svincolati dalle decisioni imposte dalle autorità e dalle istituzioni. Sarebbe questo uno dei frutti della rivoluzione iniziata nel ’68. La vita sociale ed individuale nell’Europa occidentale è andata da allora nella direzione del progressivo spostamento dei momenti decisionali dall’autorità centrale a quelle decentrate regionali, locali fino alla sfera prettamente individuale, che mai nella storia sembra essersi tanto emancipata nei confronti delle imposizioni dall’alto e dall’esterno, conquistando un’inedita libertà di scelta individuale. La globalizzazione non è evitabile e comporta anche vissuti diversi dell’identità nazionale.

A distanza di tempo, si può vedere ancora più chiaramente quanto siano stati disturbanti e limitanti fattori quali: la minaccia del cambiamento degli esistenti assetti dei confini, le ideologie totalitarie, i nazionalismi paranoidi con la relativa imposizione di ricercare una identità nazionale “pura”, la rigidità e le limitazioni nei passaggi tra le classi sociali, il peso dei vissuti delle aspettative provenienti dalle strutture di autorità, il peso anche transgenerazionale dei traumi collettivi del passato.  

In sostanza viviamo ora un momento estremamente positivo, in cui buona parte del retaggio negativo del passato appare in via di progressiva, anche se faticosa ma inarrestabile, elaborazione e superamento. Ciò comporta il liberarsi di energie costruttive ed arricchenti, ma è anche un impegno e una sfida, poiché il lasciarsi compenetrare dall’altro-diverso (o il permettersi di scoprire che dentro a noi c’è sempre stato a prescindere dalle nostre scelte e dalla nostra volontà) implica il confronto con il non conosciuto, che a volte può essere anche angosciante.

14 novembre 2010