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In un articolo pubblicato su questa rivista, scritto a seguito del conflitto jugoslavo (Fonda, 2000), mi ero soffermato soprattutto su ciò che la guerra lasciava nella mente dopo che era finita. Avevo anche azzardato qualche ipotesi sui meccanismi che nel funzionamento mentale si attiverebbero durante la guerra. Vorrei ora sviluppare ulteriormente quest’ultimo tema: come nella guerra gli individui vengono a trovarsi permeati e travolti dalle dinamiche psichiche dei loro gruppi tragicamente avvinghiati in una lotta mortale. 

Sarà un breve tragitto tra realtà e fantasia, che spero di qualche utilità, perlomeno nello stimolare ulteriori associazioni.

L’assetto mentale di guerra

Avevo ipotizzato che l’evoluzione sembrava aver selezionato negli umani un assetto mentale di guerra, che in una certa misura coincide con la posizione schizo-paranoide (SP). In questa la gestione delle fantasie, delle angosce, delle difese e in generale del rapporto con sé stessi e con gli altri appare funzionale alla sopravvivenza della specie o del gruppo (e pertanto dei singoli che lo compongono) nelle situazioni di pericolo e sembra molto adatta allo svolgimento della guerra.

Ciò non si può dire per la posizione depressiva (D). Essendo questa caratterizzata da una maggiore definitezza dei confini del Sé, anche nei confronti del gruppo, la consapevolezza della propria individuale unicità che ne consegue, rende più difficile rischiare e sacrificare la propria vita per il bene del gruppo. In D è possibile sentire sia la propria separatezza, come al contempo anche l’altro (in parte) uguale-fuso, il che consente di viverlo empaticamente simile.  Ciò erige una barriera al poterlo uccidere. Si rafforza inoltre il potente freno costituito dai sentimenti di colpa.

Sotto un carico emotivo eccessivo, come avviene quando si prospetta una guerra, il gruppo non può più contenere e restituire ai suoi membri un’angoscia mitigata, ma può proteggerli solo con scissioni, negazioni, idealizzazioni-demonizzazioni e una permanente evacuazione di IP. In altre parole, il gruppo può solo regredire dalla posizione D in quella SP. L’attestarsi in questa sembra anche una difesa, da una regressione ancora più profonda e disgregante verso la confusione e l’indifferenziazione (Bleger, 1967), alla quale porterebbe la sconfitta del gruppo e la dissoluzione della nicchia gruppale nella quale si svolge l’esistenza dell’individuo. Questo spiegherebbe l’estrema rigidità raggiunta a volte dagli aspetti paranoidi: l’esasperazione della persecutorietà servirebbe ad arginare le angosce catastrofiche.

L’insostenibilità della posizione D da un lato, e le angosce catastrofiche dall’altro, rendono ai singoli sempre più inevitabile il difensivo ‘liberatorio’ regredire-immergersi nella narcisistica posizione SP, dove con il gruppo, nel quale la coesione è sempre più intensa, si sentono in larga parte uniti-fusi e più sicuri. Di fronte al pericolo il gruppo si compatta in un modo che sembra una primordiale reazione biologica. 

Diventa invece angosciante, fino all’intollerabilità, il senso di impotente solitudine che si prova persistendo in una posizione D critica e distinta dal proprio gruppo che si va compattando in SP

Con il massiccio abbandono della posizione D lo spazio potenziale collabisce e il pensiero concreto si allarga a spese di quello simbolico, la spinta ad agire si rafforza a scapito del pensare. La scissione, la negazione, l’idealizzazione e l’identificazione proiettiva possono così deformare profondamente sia l’immagine della realtà esterna, che di quella interna. In SP la linea di scissione che separa il buono dal cattivo è più marcata e in primo piano rispetto al confine che separa il soggetto dall’oggetto. Vengono negate e proiettate le parti negative del proprio gruppo, mentre vengono negate quelle positive del nemico. 

Nella posizione D i confini del Sé, anche nei confronti del gruppo, sono più definiti, il che rende l’individuo più autonomo, più capace e libero di pensare. In SP invece le propaggini identificatorio-proiettive e introiettive frammentano i confini e penetrano i membri del gruppo, che sono forzati ad assimilarsi al pensare comune. Contenuti gruppali ricchi di concretezza sono sempre più largamente presenti nelle menti dei singoli, anche se non passati per il vaglio dell’Io, non verificati da un adeguato pensare simbolico. Ciò accomuna sempre più gli individui, i confini si attenuano e si incrementa la fusione col gruppo.

Il mondo degli oggetti coinvolti nel conflitto viene ridotto ad un oggetto-gruppo-cattivo-demonizzato e un oggetto-gruppo-buono-idealizzato, di cui si è parte e dal quale si è scarsamente differenziati, visto l’incremento di omogeneizzazione, di ‘coesione fusionale’. La perdita di una rilevante quota di autonomia mentale dell’individuo sembra compensata da una maggiore partecipazione di questi all’identità di gruppo. Un Noi più forte compensa un Io indebolito. Si crea così un’attrazione fatale tra il singolo e il gruppo. Alla fine combattere per il gruppo o per sé stessi in larga misura coincide. Anzi, viene esaltato il primato dell’identificazione con il gruppo, per cui «sacrificare sé stessi per salvare il gruppo garantisce l’immortalità degli eroi nella memoria del gruppo». In questa chiave si svolge espressamente l’addestramento militare, poiché in D la capacità combattiva tende a dissolversi.

Questi meccanismi difensivi sono funzionali al creare l’immagine di un nemico malvagio, da cui qualsiasi investimento libidico deve essere ritirato, dopo di ché può diventare oggetto di una aggressività defusa e pertanto distruttiva. La libido può successivamente riapparire in chiave perversa sadica, il che accentua la distruttività, anziché blandirla.

Il risultato è che col nemico, connotato solo dalla sua negatività, alla quale viene aggiunta la massiccia proiezione della propria, non si ha più nulla in comune. Non essendoci più aree su cui coincidere, non è possibile l’empatia: non è più un simile e pertanto, deumanizzato, non è più tutelato dal tabù dell’uccidere. Anzi ucciderlo diventa socialmente approvato e meritorio. L’angoscia paranoide sovverte così la scala dei valori.Predomina la preoccupazione per la propria sopravvivenza, mentre la capacità di preoccuparsi per l’altro-nemico viene meno. La riparatività nei suoi confronti diventa addirittura colpevole. La distruttività assume così una dignità, che mai in tempo di pace avrebbe e l’affievolirsi fino alla scomparsa del senso di colpa apre ampi spazi ai crimini più efferati.

La forza con cui un gruppo in SP impone la propria posizione ai singoli spiegherebbe come mai tante persone sane ed oneste (molte di più di quanto poi si sia voluto ammettere) si siano lasciate coinvolgere, o per lo meno ottundere e neutralizzare, da quei formidabili campi magnetici costituiti dalle estreme posizioni paranoidi del comunismo, del fascismo e del nazismo. Con quanta intensità nel secolo scorso queste avevano orientato il pensare e il sentire! Solo pochi riuscirono a resistere, poiché aggrappati a incrollabili fedi ideologiche contrarie o perché espulsi dal gruppo paranoide.

Compattandosi il gruppo tende infatti ad espellere ed attaccare coloro che non vi si adeguano pienamente. Non c’è spazio né tolleranza per le diversità. In base al paranoide tutto o nulla, che nel gruppo suona o con noi o contro di noi, si crea una minaccia di espulsione che identifica-assimila il diverso o il dissenziente con il nemico. Ciò rende estremamente difficile il collocarsi in uno spazio intermedio o neutrale tra due gruppi paranoidi in conflitto. Il non essere partecipi di un gruppo, in situazioni così estreme, priva anche della possibilità di utilizzare le reazioni paranoidi del gruppo come difesa da quelle proprie (Jacques, 1955). 

All’estremo, il paranoide e deformante tutto o nulla porta anche ad accettare il sacrificio della propria vita, poiché se non si raggiunge il tutto-la vittoria, la distruzione del nemico, il nulla-la sconfitta e la disintegrazione del proprio gruppo, fanno apparire la vita insostenibile. Non sono immaginabili soluzioni intermedie (possibili solo in D). Anche per il gruppo stesso l’individualità dei propri membri perde valore, poiché una quantità di individui (impensabile in una posizione D) può essere sacrificata con relativa facilità, inviandoli a combattere in situazioni disperate. Tali circostanze esaltano il disprezzo per la morte e pertanto la capacità combattiva. 

Una regressione paranoide di grado estremo la possiamo vedere oggi in alcune forme di fondamentalismo, come quella dei ‘kamikaze’ islamici. Questa potrebbe essere intesa come un disperato, quanto inutile, tentativo di preservare un’arcaica cultura (e pertanto anche il gruppo che la vive), destinata inevitabilmente a dissolversi e a scomparire, se non riuscirà a rinnovarsi e ad adeguarsi ai tempi. L’assenza di speranza, all’insegna del tutto o niente, e l’autodistruzione sembrano dire: «Nel mondo d’oggi la cultura del nostro gruppo non può sopravvivere. Allora tutto deve essere distrutto, poiché non c’è un accettabile futuro». Uno scenario simile sarebbe stato quello degli ultimi anni della Seconda guerra mondiale, quando la sconfitta del nazismo era già del tutto evidente e Hitler prolungava la guerra con il dichiarato proposito di distruggere anche la Germania. La Wehrmacht, specie sul fronte orientale, era stata trasformata in milioni di kamikaze senza speranza. Alla fine della guerra furono numerosi i suicidi di intere famiglie tedesche. Simile era la situazione nel Giappone perdente.

Tornando alla posizione SP, che originariamente Melanie Klein pensava di chiamare narcisistica, nelle circostanze gruppali di cui ci occupiamo, potremmo anche accostarla alla regressione al narcisismo che Freud (1914a) descrive per chi, ammalandosi, ritira l’investimento libidico dagli oggetti e lo reinveste sul proprio Sé: la preoccupazione per l’oggetto lascia il posto alla preoccupazione per sé.

Naturalmente, il grado e la pervasività della regressione che sto descrivendo varia, sia nelle singole guerre, sia nei loro diversi periodi, come anche da individuo a individuo. Parlando della regressione del gruppo, mi riferisco pertanto al livello medio in cui il gruppo prevalentemente funziona e nel cui ambito si collocano le regressioni di diverso grado dei singoli. Mi rifaccio qui a quello che Ogden (1989) chiama il rapporto dialettico tra le posizioni, intendendo un funzionamento mentale caratterizzato da una loro costante dialettica contemporanea interazione. Quello che varia è il loro rapporto quantitativo. Pertanto, quando si parla di gruppo o individuo in posizione SP, si intenderebbe che il funzionamento in SP è prevalente, ma quello in D è pure inevitabilmente presente, anche se può essere così ridotto da non essere evidente. È importante pertanto ricordare che, anche quando siamo sommersi da un pensare e sentire SP, c’è sempre una parte di noi, per quanto piccola, che rimane in D e percepisce quanto accade con le modalità a lei proprie. In seguito ciò potrà essere recuperato e farsi sentire. Però potrà non essere facile poi integrare le due “storie”, i vissuti così diversi degli stessi fatti, e spesso si dovrà ricorrere alla rimozione o alla scissione. 

Un illustre esempio 

Possiamo verificare questi meccanismi in un eminente personaggio. Il 26 luglio 1914, tre giorni dopo l’ultimatum austro-ungarico al regno serbo, e due giorni prima della dichiarazione di guerra, Sigmund Freud scriveva in una lettera ad Abraham:

Forse per la prima volta in trent’anni mi sento davvero austriaco, vorrei dare un’altra possibilità a questo impero, nel quale avevo così poca speranza. L’umore è eccellente ovunque. L’effetto liberatorio della scelta coraggiosa e il sicuro sostegno della Germania hanno contribuito a questo in gran parte. – In tutti si osservano le più genuine azioni sintomatiche (Freud, 1914b).

Come sappiamo, prima di questo momento Freud era piuttosto deluso dall’impero austriaco. Ciò è implicito nelle sue parole: «per la prima volta» ed esplicito in «nel quale avevo così poca speranza». Sicuramente sentiva per esso una certa aggressività e non solo inconscia. Ma ora, improvvisamente, «vorrei dare un’altra possibilità a questo impero». Inaspettatamente prova sentimenti patriottici: «mi sento davvero austriaco». Si identifica con il grande gruppo: «L’umore è eccellente ovunque» (dunque anche in lui stesso). Condivide la dichiarazione di guerra, che è ritenuta «coraggiosa» ed ha un «effetto liberatorio».

È il sollievo che si prova, quando si rinuncia ai penosi sforzi di mantenere la posizione D e ci si abbandona alla regressione nella posizione SP, dove all’istante tutto diventa chiaro: chi è buono e chi è cattivo, e il soggetto – con grande sollievo – si sente sicuro, fuso nella massa dei ‘buoni’ e pronto ad attaccare i ‘cattivi’. Sconfiggerli appare l’unica promettente prospettiva per un futuro migliore. E Freud, avendo figli (parti di sé) che avrebbero potuto essere inviati al fronte, implicitamente sembrava disposto a metterli a rischio per la salvezza del gruppo. 

Si potrebbe pensare però che ‘l’effetto liberatorio’ e ‘l’umore eccellente’ fossero in parte anche il risultato del fatto che la posizione persecutoria arginava delle angosce catastrofiche. Potremmo infatti aggiungere che, in realtà, il regime monarchico, così come la dominazione imperiale dell’Austria-Ungheria, erano oramai a rischio ‘disintegrazione’ per la loro ingravescente anacronistica inadeguatezza sui piani politici, sociale ed economico. E questo non poteva non sollevare angosce catastrofiche, anche in chi ne auspicava la fine.

L’aggressione emerge, ma la colpa è proiettata sugli altri. L’aggredire è così pienamente legittimato dal gruppo. Tutti gli austriaci erano d’accordo, che era giusto dichiarare guerra alla Serbia. Sorge però una domanda: ma l’aggressività che Freud poteva sentire contro il mondo di allora – contro il proprio ambiente – era così colpevole e minacciosa (e connessa ad angosce catastrofiche), da doverla reindirizzare verso gli altri? I serbi, i russi, gli inglesi e i francesi non erano certamente la ragione delle frustrazioni e delle delusioni accumulate da Freud nel corso della sua vita. Sembra però troppo limitante guardare a tutto ciò solo attraverso una dinamica individuale. Le dinamiche gruppali giocavano in quei momenti un ruolo principale. 

Freud non resistette alla pressione regressiva che il gruppo esercitava, anche se, non molto tempo dopo, cominciò a rendersi conto della trappola in cui tutta l’Europa, e lui stesso, erano caduti.

Del resto, come dice Gay (1988): «La cosa più strana, a proposito di questi catastrofici eventi, non è tanto il loro verificarsi, quanto il modo in cui vengono accolti. Europei di ogni classe salutano all’unisono la guerra con un’esaltazione ai limiti di un’esperienza religiosa. Aristocratici, borghesi, operai e contadini; reazionari, liberali e radicali […] travolti da una passione guerriera».

A quel tempo, sorprendentemente, la stessa regressione avveniva massicciamente anche in ampie parti dei partiti socialisti, che solo pochi mesi prima avevano preso decisamente posizione contro la guerra (semmai potevano essere più interessati a una rivoluzione): «I lavoratori non si ammazzeranno tra loro per gli interessi del capitale!» E invece lo fecero. Forse perché anche loro spaventati dalle angosce catastrofiche, connesse al crollo delle istituzioni che pur perseguivano?

La guerra negli anfratti della mente

Mi riallaccio al pensiero di Eric Hobsbawm (1994), che considera le due guerre mondiali come due atti di un’unica guerra mondiale– la ‘guerra dei 31 anni’ – da Sarajevo a Hiroshima. Il secolo breve, come lui lo connota, iniziato nel 1914 e finito nel 1991, è stato il secolo più sanguinario che la storia ricordi. Avrebbe prodotto 187 milioni di morti, tra guerre, rivoluzioni, genocidi e repressioni violente, oltre ad altri milioni di feriti, invalidi, orfani, vedove e profughi sradicati. Il suo primo atto, la Prima guerra mondiale, finito nel 1918, è costato 10 milioni di morti. Per completare l’opera nel 1918-19 la febbre spagnola uccise nel mondo 50 milioni di persone, in buona parte tra coloro che erano stremati dal conflitto. Durante il secondo atto, la Seconda guerra mondiale, sono morti 56 milioni di esseri umani. Per il terzo atto, la guerra nucleare, era tutto pronto e già si calcolavano i ‘megadeath’ (milioni di morti) che avrebbe prodotto, ma per fortuna il pericolo è stato – per ora – scongiurato e l’umanità ha potuto vedere la fine del secolo breve e iniziarne un altro, che nel suo primo quarto, a confronto con il passato, non sembra andare tanto tragicamente. 

Immaginiamo alcuni frammenti di ciò che è avvenuto in quei 31 anni di guerra, soprattutto nelle menti di coloro che vi hanno preso parte. 

  1. I traumi psichici subiti dai singoli  

Durante leguerre mondiali si è prodotta un’enormità di traumi psichici. Basta tentare di immaginare cosa avveniva nella mente del soldato che, al momento dell’attacco, saltava fuori dalla trincea per esporsi alla morte quasi certa. Che carico sopportava la sua psiche in quegli interminabili minuti, quando assordato dagli spari e dagli scoppi correva verso il nemico calpestando feriti e cadaveri, più che con un obbiettivo preciso, con la sensazione di essere parte di una massa gettata in una fornace per riempirla e permettere poi ad altri di passarci sopra? 

Quanto di quegli attimi, di quel sentire, è possibile rappresentare, pensare, elaborare ed integrare? E quanto rimane imbozzolato, come una pietra informe, in un angolo della mente? Dopo la guerra qualcuno cercava di raccontare, tentava di capire e di farsi capire, magari scriveva un libro di memorie, nel tentativo di elaborare una parte di quell’orrore. In ciò poteva essere aiutato dalla solidarietà del gruppo, dal riconoscimento sociale delle sofferenze patite. Ma molti – troppi – traumi sono rimasti nell’ombra, nel silenzio, confinati nelle menti dei singoli o nell’inconscio dei gruppi, senza poter essere in alcun modo elaborati. 

  Ciò è valso in particolare per gli‘sconfitti’ che «non solo tacquero o furono ridotti al silenzio, ma furono virtualmente espulsi dalla storia scritta e dalla vita intellettuale, se non per essere catalogati nel ruolo del nemico» (Hobsbawm, 1994, 16). Potremmo dire che fu loro negato di essere pensati – e con ciò forse anche di pensare.

Durante la guerra l’accumulo di traumi, sia nello psichismo individuale che in quello gruppale, inchioda parti dello psichismo ad un funzionamento nella posizione SP, il che rende più difficile l’attivazione della posizione D durante e anche dopo la guerra. Alcune aree del Sé possono riguadagnare la posizione D solo relegando in aree scisse i contenuti traumatici ancora inelaborati. Il Sé pur recuperando in alcune parti la posizione D, ne è però indebolito, in quanto le parti scisse restano inutilizzabili. Solo l’elaborazione del trauma potrà consentire un ripristino della funzionalità D di queste aree. 

Riprendendo Ogden, dobbiamo però considerare che esiste ugualmente un’attività di integrazione D, anche quando predomina la fase SP. In questo modo si accumulano comunque dei pensieri, significati e giudizi più realistici delle cose terribili che avvengono. Questi contenuti non potranno essere cancellati né integrati, ma rimossi o scissi andranno a costituire un frammento di vita parallela segreta.

Il processo di individuazione che da alcuni secoli, dal Rinascimento in poi, si sta approfondendo e allargando a classi sempre più ampie delle popolazioni europee, fa sì che la vita venga percepita da fasce sempre più larghe come qualcosa di unico e prezioso. Non è un caso che, proprio in parallelo con questo processo, si sia imposta l’attenzione sulle nevrosi di guerra e sul PTSD. Prima questa grave patologia era soltanto un fastidioso dettaglio che disturbava la funzionalità della massa manovrata dagli strateghi, mentre ora può interessare, secondo alcune statistiche, fino al 50% dei combattenti. E proprio gli psicoanalisti, attenti all’individuo, nel primo dopoguerra hanno avuto un ruolo importante nel far considerare diversamente questo tipo di reazione individuale ai traumi della guerra.

  1. «Ho ucciso!»

 C’è un interrogativo inquietante. Se nella unica guerra mondiale, tra il 1914 e il 1945, sono statiuccisi 70 milioni di esseri umani, ci devono essere stati milioni di altri esseri umani che li hanno uccisi. Ma di questo nelle memorie non si trova pressoché nessuna traccia. Nei diari, nelle lettere dal fronte, nei racconti una volta tornati a casa, nelle memorie scritte dopo, pressoché nessuno ha menzionato di aver ucciso un nemico, o descritto cosa provava mentre gli infilzava il torace con la baionetta, fissandolo negli occhi supplicanti che si spegnevano.

Già un secolo fa, in Totem e tabù (1913), Freud riassumeva plasticamente le osservazioni degli antropologi sui complessi rituali purificatori a cui i primitivi si costringevano dopo aver ucciso un nemico, per controllare l’angoscia della violazione del tabù più sacro, quello dell’uccidere. Quanti milioni di violazioni e quanto bisogno di purificazione, di espiazione, cioè di gestione dell’angoscia, del senso di colpa, ci sono stati nel secolo breve? Tutto questo orrore è rimasto incapsulato, come una pallottola che si è fermata nel cervello. Per tutta la vita non è certo possibile dimenticarlo, al massimo uno può tentare di rimuoverlo, ma non lo potrà mai raccontare a nessuno, né lo può elaborare. Milioni di individui sono rimasti per sempre soli con questi terribili pesi. 

Questo vale tanto più per i perpetratori delle azioni più atroci, specie se hanno coinvolto dei civili. È impossibile avere un qualche sostegno da parte del proprio gruppo, che magari ha anche commissionato il crimine, ma non è poi disposto a riconoscerlo, lasciando solo chi lo ha commesso. 

Il più delle volte si è creato uno spazio scisso, il frammento di vita parallela, in cui relegare segretamente contenuti così devastanti. Quanto questi frammenti, così simili tra loro, possono poi entrare in risonanza nello spazio mentale del gruppo e influenzarlo?

  1. I vuoti

Nel 1918 solo un soldato francese su tre era tornato a casa vivo e sano. Un quarto degli studenti arruolati di Cambridge e di Oxford era perito in combattimento. Nella Seconda guerra mondiale la parte preponderante dell’aggressione tedesca si è scatenata nell’Unione Sovietica, la cui popolazione ha dovuto sostenere le perdite più devastanti. L’80% dei maschi russi della classe 1923 è morta nel conflitto. Per non parlare dei vuoti lasciati dalla Shoah!

Che effetto hanno sulla psiche individuale e collettiva questi enormi vuoti, che la guerra crea in intere generazioni? La folla sterminata delle loro non-presenze continua a lungo a riempire in silenzio le menti e gli spazi attorno ai sopravvissuti. Come influiscono sui gruppi tutti questi lutti, considerando anche i sentimenti di colpa dei sopravvissuti nei confronti di coloro che sono periti?

È come se anche i vuoti, unendosi ai milioni di altri contenuti di distruttività e morte che vivono scissi e silenti nei frammenti di vite parallele, con le loro vibrazioni andassero a formare un coro muto, che confluisce nella colonna sonora, nel sottofondo, della vita psichica del gruppo. 

D. Tra scissioni, frammentazioni e reintegrazioni

I traumi di guerra non elaborati, relegati nell’inconscio e nel noto non pensato, immagazzinati nelle menti di milioni di individui, avendo tanti aspetti simili e sovrapponibili, non possono non diffondersi nello psichismo di gruppo, dove il mio, il tuo e il suo si con-fondono nel nostro. Ciò protegge il singolo, ma condiziona pesantemente il gruppo, come può essere quello di una nazione, nel suo funzionamento, nella sua cultura, e soprattutto, nel suo futuro sviluppo e le future azioni.

Dopo il primo atto della guerra mondiale, il tessuto mentale gruppale cosìampiamente traumatizzato non sembra essere stato in grado di contenere e neutralizzare contenuti mentali così intollerabili, pervasivi e presenti in tanta parte degli individui. Dagli inconsci dei singoli trasudavano angosce che, confluendo, concorrevano a formare miti e fantasmi nel gruppo-nazione. I gruppi-contenitori ne furono intossicati e progressivamente deformati. Massicce parti non elaborate imponevano estreme difese SP, dove i singoli potevano trovare il sollievo dato dalla comune negazione e proiezione all’esterno. Molti gruppi dovettero regredire profondamente in una posizione paranoide, in un certo senso psicotizzarsi, forse anche per evitare ciò ai singoli. È plausibile dunque pensare che dopo la Prima guerra mondiale qualcosa di questo genere abbia contribuito a preparare la seconda? 

Potrebbe aver contribuito ad alzare la temperatura anche l’angoscia catastrofica provocata dalla disintegrazione di istituzioni secolari, quali imperi, monarchie, ordini sociali. Forse si potrebbe anche parlare di faglie in quello che Bleger chiama il meta-Io. Qualcosa di simile alla liberazione di energia provocata dai movimenti di assestamento di placche tettoniche. 

Possiamo immaginare, che in ogni transizione da una fase di sviluppo all’altra, ci sia un movimento aggressivo, nel quale le strutture e gli schemi stabiliti in precedenza sono, in un certo senso, ridotti in frammenti. In seguito, alcuni frammenti devono essere lasciati perdere, altri ripresi, mentre altri ancora devono essere adattati alle nuove esigenze ed integrati in una struttura nuova, diversa, coerente e più adeguata. 

Se c’è un’atmosfera sufficientemente libera, come può esserlo in un gruppo democratico (diciamo in posizione D), allora l’interazione tra i nuovi bisogni emergenti e i frammenti del passato tende a formare continuamente aggregazioni-integrazioni più adeguate. Queste evolvono, anche se con ricorrenti crisi, magari anche burrascose, ma tendenzialmente meno violente, poiché il continuo adattamento proteggerebbe il gruppo da catastrofiche esplosioni-frammentazioni-sanguinose rivoluzioni.

In una struttura difensiva rigida (quale una posizione SP fissa) una tale interazione evolutiva sembrerebbe invece molto difficile, o impossibile. In questo caso la pressione dei nuovi bisogni, che rimangono insoddisfatti e si accumulano, potrebbe raggiungere pericolose intensità esplosive. Allora una, più o meno distruttiva, scissione-frammentazione (rivoluzione o guerra) potrebbe riattivare il meccanismo di ristrutturazione, imbrigliato prima nella rigida difesa paranoide. Nelle monarchie assolute e nelle dittature, nelle quali domina SP, non sembrerebbe esserci spazio per uno sviluppo, ma prevarrebbe il tentativo di conservare il presente. Quando troppi bisogni emergenti repressi rischiano di provocare un crollo, la posizione SP si intensifica per controllare le crescenti angosce catastrofiche. Tali regimi sembrerebbero così contenere in sé, già dall’inizio, la propria inevitabile distruzione.

Nel corso della Prima guerra mondiale si sono andate realizzando delle disgregazioni sia di culture che delle istituzioni dei gruppi. Questi, gravemente traumatizzati e psicotizzati dalla guerra, non sarebbero però stati in grado di formare con i frammenti del passato altro che delle ‘mostruose integrazioni’. In effetti, dopo il 1918 assunsero progressivamente il potere dittature totalitarie estremamente aggressive e crudeli (il comunismo, il fascismo e il nazismo). Avevano in comune, sebbene in contesti ideologici differenti, la convinzione che la morte di milioni di persone potesse essere un buon prezzo per far raggiungere ai sopravvissuti i Paradisi terrestri che promettevano. La democrazia in Europa quasi scomparve. Rimase pressoché solo in Francia e in Inghilterra. In verità, ambedue questi imperi, oramai sulla via del declino, potevano ancora spostare un’ampia parte della propria aggressività nelle colonie.

Riapparve l’idea paranoide che ‘la guerra purifica la nazione’. Il fascismo e il nazismo puntarono subito al riarmo e alla militarizzazione, cioè a una nuova guerra, mentre il comunismo sovietico scatenò negli anni Trenta un’incredibile furia distruttiva nei confronti della propria popolazione. È come se queste ‘integrazioni mostruose’, sorte da un mare di sangue, fossero così piene di angosce persecutorie e catastrofiche, di incontrollata distruttività, che la loro stessa (auto)distruzione fosse inevitabile. 

La distruzione di alcune di fatto avvenne con la Seconda guerra mondiale (il resto poi scomparve entro la fine del secolo breve). L’autodistruzione sembrava essere stata incorporata in queste ideologie sin dall’inizio: il paranoide “tutto o nulla” – o la vittoria totale o la sconfitta e l’autodistruzione (questo fu particolarmente evidente nel nazismo). Nessuna posizione intermedia (D) era possibile. Anche il comunismo sembra essere cresciuto con una bomba a tempo nelle sue stesse fondamenta e dopo l’implosione del 1991 non ne è rimasto pressoché nulla. 

L’integrazione seguita alla Seconda guerra mondiale aveva alle sue origini ben maggiori traumi e pertanto una potenziale pesante distruttività psicotica, ben rappresentata dalla prospettiva della guerra termonucleare. Ma, almeno apparentemente, sembrerebbe essere avvenuto una specie di miracolo: la minaccia della distruzione totale raggiunse il suo apice e sembrò autocongelarsi nella guerra fredda. Forse nessuna parte è riuscita a proporre un’ipotesi minimamente credibile di un radioso futuro, che sarebbe iniziato dopo il ‘The Day After’? Forse è prevalsa la sana paura? L’umanità, dopo le catastrofi delle due guerre mondiali, si è resa conto del proprio potenziale distruttivo e lo ha messo, almeno in parte, sotto controllo? O forse un tentativo di riparazione, dopo decenni di distruzioni? Comunque non ci sono state più folle che acclamassero la guerra e gli elementi erano diversi: da un lato la paurosa prospettiva di una distruzione totale, dall’altro un’espansione della democrazia (posizione D), nella quale gli individui, più consapevoli di sé e della preziosità della propria esistenza, non erano propensi a sacrificarsi per idee più o meno irrealistiche.

Comunque, inaspettatamente, ci sono stati regalati 70 anni di relativa pace, che, considerando la crescente velocità dello sviluppo nel nostro tempo, è un periodo piuttosto lungo. 

Ma, sotto il Vesuvio, che non erutta più dal 1944, cova un’eruzione pompeiana? Nessuno sa quanto durerà la pace, prima che altre tempestose emergenze di nuovi bisogni richiedano ulteriori disintegrazioni per far spazio a nuove, più adeguate, integrazioni. 

Per la verità, disintegrazioni avvengono continuamente con guerre locali e crisi economiche, con modalità molto tragiche, ma meno catastrofiche. La necessità di una nuova grande integrazione sembra sulla via di realizzarsi, basata su elementi completamente nuovi e straordinari (computer, internet, globalizzazione, nuove forme di economia, nuove potenze ecc.). Come sarà? La storia procede e, nonostante il nostro persistere nell’onnipotente illusione di averne scoperto i meccanismi, non cessa di sorprenderci con inaspettati colpi di scena, che ci schiudono panorami completamente nuovi. Speriamo non apocalittici.

2016

Bibliografia

Bleger J. (1967), Symbiose et ambiguité, Paris, PUF, 1981.

Fonda P. (2000), La paura dell’immagine di sé dopo la guerra, in Psiche, VII, 1, 129-140

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Freud S. (1914b). Letter from Sigmund Freud to Karl Abraham, July 26, 1914, in The Complete Correspondence of Sigmund Freud and Karl Abraham 1907-1925, ed. by E. Falzeder, London, Karnac, 2002, 264-265.

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Hobsbawm E. (1994), Il secolo breve, Milano, BUR, 1997.

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Ogden T.H. (1989), Il limite primigenio dell’esperienza, Roma, Astrolabio, 1992.