LA FUSIONALITÀ – UNO DEI MECCANISMI ELEMENTARI DELLO PSICHISMO UMANO Previous item NEKAJ SODOBNIH POGLEDOV... Next item CENNI SULLE FASI PRECOCI...

Nel nostro incessante sforzo di meglio comprendere quel inafferrabile multidimensionale oggetto che è la mente umana siamo costretti a formulare non altro che delle approssimative sequenze di metafore. Ne costruiamo sempre di nuove nel tentativo di raggiungere qualche frammento di coincidenza in più (accanto a nuovi inevitabili stridori) con aree non ancora sufficientemente rappresentabili di questo affascinante oggetto, attorno al quale continuiamo ad arrovellarci. E’ solo un’ennesima variazione di tali sequenze di metafore che sto qui proponendo, con lo scopo di richiamare l’attenzione su un versante, quello della fusionalità, dal quale poter considerare l’attività mentale.

Da alcuni decenni si sono moltiplicati i tentativi di elaborare modelli dell’attività mentale meno schematici, meno lineari, che danno una visione più adeguata della sua complessità. Si è fatta strada una visione dialettica (Ogden, 1992 a, b) di vissuti, livelli, posizioni, realtà multiple (Kafka, 1989) o come altro si voglia denominare la continua interazione ed integrazione di aspetti della psiche molto diversi tra loro, a volte anche apparentemente incompatibili o paradossali. Spesso ciò che prima era considerato prevalentemente in sequenza diacronica, ora si tende a vederlo in sincronia dinamica. Ed è proprio da una tale dialettica integrazione che l’esperienza umana emerge in una sua più piena e ricca complessità. Anche i fenomeni transizionali di Winnicott rientrano in un tale approccio e potrei condividere la sua supplica (1971a, p.18): “che un paradosso venga accettato, tollerato, e rispettato […]”

Ciò che cerco qui di evidenziare è il rapporto essenziale e continuo – chiamiamolo pure dialettico – tra i piani della fusione e della separatezza in ogni relazione umana, sia infantile che adulta e matura. Ritengo la fusionalità uno dei meccanismi elementari del funzionamento mentale normale e fisiologico (Fonda, 1991, 2000a) e la componente fusionale uno dei versanti essenziali in tutti i rapporti oggettuali, variandone soltanto la quota con cui vi partecipa, assieme alla componente connotata dalla separatezza.

Ho inoltre in mente il ruolo che la fusionalità normale ha nella relazione analitica, anche perché l’attenzione degli analisti si è andata viepiù appuntando sulla relazione analista-paziente e sui suoi risvolti. L’intrapsichico è stato esteso all’interpsichico e al transpsichico (Bolognini, 2008) e la stessa nozione di campo analitico (Baranger, 1961-62, Bezoari e Ferro, 1991) implica delle attenuazioni dei confini dei Sé dei due membri della coppia analitica.

Nella letteratura psicoanalitica non sono molti i lavori dedicati specificamente alla fusionalità. Ricordo in particolare, perché ne sento vicino l’approccio, il volume “Fusionalità” di Neri, Pallier, Petacchi, Soavi e Tagliacozzo (1990), così come il più recente libro di Bonfiglio (2018) “Simbiosi/Fusionalità e costruzione della soggettività“, oltre alle considerazioni che Bolognini (2002, 2008) fa sulla fusionalità in molti dei suoi scritti. 

Frequenti sono invece sempre stati nella letteratura gli accenni, espliciti ed impliciti, o le brevi digressioni su vari aspetti della fusione nei lavori concernenti altri concetti, quali il processo primario, la simbiosi, la dipendenza, l’identificazione, l’identificazione proiettiva, il narcisismo, l’empatia, il rapporto con gli oggetti-Sé ecc. Nella letteratura si accennava anche alla fusione totale, che però ritengo più un mito che una realtà, poiché clinicamente sostanzialmente non esiste neanche nell’infanzia. Credo possa sussistere solo come fantasia, che esprime un desiderio o una paura. In determinate circostanze il grado ‘fisiologico’ della componente fusionale può alterarsi ed aumentare (per esempio in un rapporto d’amore che culmina nell’orgasmo) determinando il piacere di dissolversi momentaneamente nell’oggetto. Un incremento della fusionalità può sollevare paure di sciogliersi, di perdersi nell’altro (o di rimanervi incarcerato) e produrre di conseguenza diversi sintomi e meccanismi di difesa. La componente fusionale può altresì diminuire eccessivamente, provocando uno stato di ‘alienazione’ (dai simili), come nell’estraniazione, nell’autismo.

Ipotesi di un percorso

Citerei alcuni passi del capitolo sull’identificazione della Psicologia delle masse e analisi dell’Io, da cui sono partite le mie riflessioni.  Freud (1921, pp. 295-296) vi scrive:  “Uno dei due Io ha percepito un’analogia significativa con l’altro in un punto preciso, nel nostro esempio nella propensione a un uguale sentimento; su tale fondamento si instaura un’identificazione in quel punto […] l’identificazione attesta così che esiste fra i due Io un luogo di coincidenza […] l’identificazione è la forma più originaria di legame emotivo con un oggetto […] essa può insorgere in rapporto a qualsiasi aspetto posseduto in comune […] il legame reciproco tra gli individui componenti la massa ha la natura di quest’ultima identificazione dovuta ad un’importante comunanza affettiva […] ci troviamo in presenza del processo che la psicologia chiama ‘immedesimazione’, e che più di ogni altro ci permette di intendere l’Io estraneo di altre persone.” (corsivo mio)  

Farei un’aggiunta abbastanza banale a ciò che dice Freud e sulla quale si basa il mio percorso successivo. Direi, che quando un Io percepisce un’analogia significativa con un oggetto in un punto preciso, in quel punto i confini del Sé si attutiscono fino a poter scomparire e si viene a creare una zona indifferenziata – fusionale. Cioè: quando non possiamo discriminare il nostro dall’altrui, per il semplice fatto che sono uguali e indistinguibili, si crea il comune, il condiviso, il mio viene sostituito dal nostro.

Avremmo dunque un automatico dissolversi dei confini del Sé, in aree più o meno delimitate e controllate, ogniqualvolta vi si venga a creare un luogo di coincidenza, cioè un’identità, tra un qualche contenuto del Sé e una percezione esterna.

Nella fusione, più che di un dissolversi dei confini del Sé, si tratta di un loro estendersi, in quanto anche l’oggetto coincidente, o meglio le sue parti coincidenti, vengono inglobate e percepite come vari gradi di sé, distinte da altre aree aventi qualità di diversità e separatezza e pertanto percepite come non-Sé. Già Federn (1929) scriveva di una fluttuazione permanente delle frontiere dell’Io.

E’ l’esatta coincidenza dei nostri movimenti con quelli della nostra immagine nello specchio, che ci fa estendere i confini del nostro Sé ed includervi tale immagine, conferendole un alto grado di appartenenza (nel caso dello specchio però non totale, poiché rimane anche la consapevolezza, che si tratta solo di un’immagine di noi). Nell’esatto momento in cui i movimenti non dovessero più coincidere, i confini si ritrarrebbero e l’immagine assumerebbe un carattere di maggiore separatezza-estraneità. 

Un limitato vissuto fusionale si viene così a creare tra persone che eseguono la stessa musica, che si muovono all’unisono, che vestono la stessa uniforme, che scoprono delle reciproche coincidenze nei contenuti mentali.

 Non è che i confini del Sé esistano o non esistano, ma tra questi due poli c’è una vasta gamma di situazioni nelle quali il coefficiente di separatezza può essere il più vario. I confini del Sé possono essere pertanto più o meno attenuati, a maglie più o meno larghe. 

Il vissuto di indifferenziazione fusionale può coinvolgere il soggetto abbastanza globalmente (cantando in un coro la fusione interessa quelle parti del Sé, che in quel momento sono più attivate – in particolare la voce ed alcune emozioni – e ne consegue una modica sensazione di fusione globale), oppure essere più limitato ad alcune zone circoscritte del Sé (nei vissuti empatici la fusione può interessare prevalentemente determinati complessi ideo-affettivi). Accanto al vissuto di fusione di alcune aree del nostro Sé con aree coincidenti dell’oggetto, possiamo sentire altre aree di sé e dell’oggetto come separate, poiché le percepiamo come diverse, differenziate.

Sono possibili pertanto esperienze fusionali diverse: parcellari o globali, transitorie o durature, periferiche o nucleari: a seconda che, in quest’ultimo caso, coinvolgano aree periferiche “orbitali” (Grinberg, 1976) del Sé piuttosto che il nucleo del sentimento di sé. 

La fusione viene meno o perché con un esame di realtà più accurato nell’area della identità-coincidenza si riesce a discriminare il proprio dall’altrui, o per intervento della frustrazione e dell’aggressività. Mentre l’aggressività riduce la fusione, l’investimento libidico-affettivo e la fusione sembrano incrementarsi reciprocamente. In quest’ultimo caso la libido assumerebbe connotati narcisistici.

Analogamente al concetto di identificazione, anche il termine fusione si riferisce sia a un processo, che al risultato di tale processo. 

La fusione può essere usata anche a scopi difensivi, ma di questo qui non mi occuperò.

La ricerca degli spazi mentali comuni e i canali fusionali

Tra le finalità della primordiale basilare ricerca dell’oggetto potremmo annoverare anche quella di stabilire, con oggetti sufficientemente simili, degli spazi mentali comuni, costituiti da limitate aree fusionali, in cui i contenuti mentali possano passare più direttamente e più liberamente tra il soggetto e l’oggetto (o più oggetti). Ipotizzo che questa sia una delle condizioni affinché la mente umana possa svilupparsi, strutturarsi e funzionare. Ci sarebbe pertanto un perenne bisogno di poter scambiare con degli oggetti esterni parte degli elementi costituenti della nostra mente in uno scambio-fluttuazione su base più o meno fusionale. In particolare ciò consentirebbe certi movimenti introiettivi ed identificatori dell’apprendimento, che potremmo paragonare al download di programmi da un computer a un altro.

Una delle finalità di ciò è il far fronte alla perenne necessità di crescita e di rimodellamento ed adeguamento del Sé alla sempre mutevole realtà esterna ed interna. Riscontriamo infatti, oltre all’ampiezza della fusione nell’infanzia, un aumento della componente fusionale dei rapporti oggettuali nell’adolescenza, nell’innamoramento, nella preoccupazione materna primaria, nel corso dell’analisi. Analogamente non è un caso che, fin dalle origini, nella vita di gruppo tutti i momenti in cui si presenta la necessità di introiettare ed integrare dei contenuti e dei cambiamenti importanti, ciò si associ a riti in cui predominano il canto, la danza, i pasti comuni, la rievocazione dei miti comuni, l’identificazione con un capo ed altri elementi di coincidenza, che intensificano la fusione nel gruppo, ampliando la permeabilità dei confini dei singoli. Grazie a questa può aumentare la circolazione dei contenuti, il rimodellamento della cultura comune e l’adeguamento dei singoli a questa. Tutto ciò viene a garantire la persistenza dell’omogeneità, che è a sua volta condizione indispensabile per un’ampia fruizione della fusionalità. Come vedremo più avanti, ciò è anche collegato a una oscillazione dalla posizione depressiva (D) – nella quale gli individui si sentono più separati – a quella schizoparanoide (SP) – nella quale il coefficiente di fusione è maggiore.

Pur di raggiungere l’agognato rapporto sufficientemente ricco anche di fusione e di non rimanere imprigionato nella sua individualità, l’uomo sembra disposto a far carte false. Non solo rovista in tutto il suo bagaglio di introietti e di precedenti identificazioni, per trovare qualcosa che coincida con l’esterno, ma è anche disposto a modificarsi (mediante l’introiezione e soprattutto l’identificazione), pur di essere più simile ai propri simili e garantirsi così abbondanti occasioni di poter estendere i propri confini. E fa di più: si dà da fare anche per modificare l’esterno, con le identificazioni proiettive e altri strumenti, per renderlo più simile.

Un pittore dispone i colori su una tela in modo da potervi far coincidere parti del suo mondo interno e se ha talento riesce a far coincidere anche qualcosa dell’interno altrui.

I desideri tendono costantemente a deformare le percezioni creando illusioni. Una delle funzioni dell’illusione è quella di smussare certe non-coincidenze con gli oggetti e di consentire così una maggiore fruizione della fusionalità. Basti pensare all’innamoramento, quando si proietta sull’altro l’immagine dell’oggetto ideale per viverla poi illusoriamente come reale e poter far coincidere le proprie aspettative interne con l’immagine dell’oggetto esterno così deformato. Nel contempo c’è anche una spinta ad adeguarsi all’immagine ideale che l’altro proietta. Si crea così un crescendo di coincidenze che intensifica sempre di più i vissuti fusionali, l’essere ‘due corpi e un’anima sola’, finché le prime delusioni, le constatazioni delle diversità, le frustrazioni e l’aggressività che ne deriva, non riducono l’eccessiva fusione a livelli più fisiologici o, negli amori più sfortunati, la fanno cessare del tutto. Ciò riguarda, ovviamente, anche il meccanismo e le finalità del transfert.

Di fronte ad un oggetto sconosciuto, prima ancora di proporre un’area fusionale, una serie di messaggi sembra avere lo scopo di saggiare la competenza dell’oggetto, se sia cioè animato, umano, conforme almeno in parte a caratteri noti, culturalmente non troppo estraneo, sufficientemente prevedibile, in ultima analisi: se sia adeguato a stabilirvi delle coincidenze fusionali.

Il riconoscimento di elementi simili-comuni tra due persone comincia ad attenuare i confini del Sé e a costituire delle limitate aree fusionali, che sono caratterizzate da una particolarmente amplificata recettività alla comunicazione inconscia. Certi messaggi (del tipo “propongo questo luogo di coincidenza, se ce l’hai sintonizzati”) hanno lo scopo di ampliare le maglie dei confini del Sé. Viene fornito uno stimolo che permette e anzi induce l’altro a sintonizzarsi, ad aprirsi e ad attivare e direzionare i propri recettori, che potranno così cogliere le più piccole sfumature espressive dell’altro. Questi messaggi-sonda possono essere di tipo più regressivo, quali quelli tattili, oppure più evoluti, quando la coincidenza è proposta su contenuti mentali più elaborati sul piano della simbolizzazione. Un’analoga funzione, ben più ricca di espressività rispetto al contatto tattile, ha l’incontro-scambio di sguardi, capace di aprire all’istante ampi varchi stabilendo profonde comunanze, così come di chiuderli con glaciali distanze.

Ipotizzo che la fusione costituisca un varco, un’apertura nei confini tra la soggettività e l’esterno, attraverso cui passano anche contenuti diversi da quelli che ne hanno determinato l’insorgenza. L’inconscio avrebbe così nella fusione un canale fisiologico attraverso il quale comunicare in corto circuito con l’esterno saltando l’Io. Semi scrive (1999, p.46): “Nella vita quotidiana ciascun individuo naviga in un mare di comunicazioni inconscio-inconscio di cui nulla si sa: l’Io strappa, con un duro lavoro, piccole parti di queste comunicazioni e riesce – tramite l’elaborazione del linguaggio e l’uso delle rappresentazioni di parola – a trasformare una parte di queste comunicazioni in pensiero preconscio e conscio.” Per molti contenuti l’Io non ha le capacità di discriminarli e di mentalizzarli e vanno a far parte sia del conosciuto non pensato (Bollas, 1987), che dell’ignoto non pensato, dell’inconscio non rimosso o dell’inconscio strutturale (Bonfiglio, 2010). Bonfiglio (2018) descrive delle modalità con cui il “flusso diretto” inconscio-inconscio agisce nel rapporto analitico. 

Da questo discorso si ricava l’immagine di un essere umano spinto dal bisogno incessante, quasi come quello di respirare, di stabilire con diversi oggetti selettive aree fusionali con diversa estensione e durata. Sembra essenziale poter usufruire – ben prima dello scambio cosciente di simboli e anche poi in parallelo a questo – del collegamento alla rete delle altre menti, sia per elaborarvi i propri contenuti, che per introiettare le esperienze altrui in una specie di esogamia mentale 

Potremmo individuare tre principali ambiti in cui ciò si manifesta: quello individuale (l’oggetto umano), quello gruppale (comprendente la cultura) e quello inanimato (la realtà fisica spazio-temporale). Ancora più in generale potremmo collegare ciò a un fondamentale bisogno umano di poter “depositare” (Bleger, 1967a) dei propri contenuti mentali su uno spazio esterno non del tutto “discriminato” – separato da sé. 

Il contatto pelle-pelle sembra essere un potente mezzo per allargare le maglie dei confini ed ampliare la comunicazione fusionale. Anzieu (1985) descrive il fondamentale e strutturante divieto di toccare, che precede e anticipa la proibizione edipica. Con dei divieti si spinge progressivamente il bambino a sostituire il tatto con la vista e l’udito – nella funzione ricevente del rapporto – e a trovare delle parole, che siano equivalenti simbolici del tatto – nella funzione emittente, per sostituire così, con una modalità separata-simbolica, la comunicazione tattile primaria ricca di fusione-concretezza. 

Tale regola precoce del setting familiare si estende poi ed è una regola generale nei rapporti tra gli esseri umani. Nella vita adulta tuttavia persiste la funzione del contatto pelle-pelle (il dare la mano, le manifestazioni di affettuosità, i contatti sessuali) nel favorire rapporti più intimi, cioè aventi una intensa componente fusionale. Nei vari setting dei rapporti umani le varietà del toccare sono perciò importanti e oggetto di regole molto precise e rigide, proprio perché aprono ampi varchi fusionali. Anzieu (1985, p.183) scrive: “Il divieto primario di toccare […] impone all’essere vivente […] un’esistenza separata [e] si oppone specificamente alla pulsione di attaccamento e di aggrappamento.” 

Il parlare, sostituendo il toccare, è così un fattore di separatezza. Ma nel contempo rimane anche un potente mezzo di contatto sensoriale (il suono, il tono e la modulazione della voce) e veicolo anche di aperture fusionali, il che ci interessa in particolare nei riguardi dell’interpretazione analitica. 

Le identificazioni proiettive sono lo strumento di comunicazione privilegiato durante le fasi precoci dello sviluppo. Per forzare i confini dell’oggetto ed insinuarvi dei contenuti dobbiamo prima cercare un varco nei suoi confini e ampliarlo per instaurarvi una microarea di fusione. Una certa quota di tali aree è comunque esistente tra noi e i nostri simili, il che rende possibile la comunicazione. Un alieno ci fa paura proprio perché non avendo nulla di simile, di coincidente, ci pone in una situazione di isolamento, di impermeabilità e di incomunicabilità, pertanto in una totale impotenza di utilizzare e controllare il rapporto. Gli umani avrebbero dunque un’innata propensione ad offrire aree di similitudine-coincidenza-fusione, a ricercarle, provocarle e ad ampliarle nell’altro, come al caso anche restringerle. 

Solo dove e quando i confini sono ben delimitati, la comunicazione può avvenire mediante simboli, il che consente quel basilare salto di qualità che è costituito dal pensiero simbolico. 

Il grado di fusione varia e aumentando limita la capacità di pensare simbolicamente, fino a impedirlo del tutto. I simboli però, nella comunicazione, hanno bisogno anche di una giusta dose di elementi sensoriali e concreti (“beta”) per essere pienamente comunicativi. La comunicazione deve pertanto avvenire in un contesto dove ci sia un adeguato rapporto tra fusione e separatezza perché si possa comporre una figura ‘tridimensionale’: i simboli articolati con uno sfondo, i suoi contorni, il colore, l’appropriata dose di concretezza-realtà. Orasanu (2018) ricorda che “Il bambino che non ha parole, l’infans, coesiste nel bambino che parla […] il più sofisticato adulto è accompagnato nel pensare e nel parlare dall’infans non solo perché questi continua ad esistere, ma perché l’adulto non può vivere senza di lui.”

Lo scambio tramite aree fusionali sembrerebbe adatto anche alla percezione e allo stabilirsi di un contatto con aspetti della relazione con l’oggetto per i quali il processo secondario non è adeguato. 

Il metabolismo nutritivo

Poiché esperienze di parziale fusione e di separatezza sono vissute continuamente, possiamo immaginare l’essere umano come delimitato da un sofisticato sistema di confini continuamente cangianti. A seguito di stimoli (coincidenze), di origine sia interna che esterna, in certe aree le maglie dei confini si allargano sino a quasi dissolversi, mentre al contempo in altre si restringono. Ciò dovrebbe avvenire anche in modo da mantenere un adeguato equilibrio quantitativo tra le aree separate e quelle fuse, al fine di garantire sufficiente solidità al senso di sé.

Per poter usufruire appropriatamente di una sana e indispensabile componente fusionale la coesione del Sé e i suoi confini devono essere sufficientemente sicuri e solidi, ma non rigidi. Solo in queste condizioni sarà possibile una loro tranquilla fluttuazione, con più o meno temporanee aperture e susseguenti restringimenti, che consentiranno ad alcune parti del Sé arricchenti contatti anche fusionali con parti degli oggetti esterni, senza il pericolo di rimanervi imprigionati. Una ottimale coesione del Sé sembrerebbe la condizione per e il risultato di una tale armoniosa fluttuazione.

Orasanu (2018) parla di “una specie di pulsazione della fusione e della separatezza, che ricorda l’immagine di una respirazione psichica proposta da Guignard (1977)”.

Si potrebbe anche ipotizzare che alla chiusura dei confini tra il Sé e il non-Sé, dopo dei parziali rapporti fusionali, permanga qualche traccia del contatto intimo con l’interiorità dell’altro.

Bolognini (2002, 2008) indagando in dettaglio ciò che avviene nell’empatia, il cui presupposto è “il contatto immedesimativo in una condizione di separatezza”, specifica come: “La vivibilità condivisa di aree di contatto fusionale specifiche destinate alla comunicazione intima è possibile proprio quando le persone hanno conseguito separatezza, individuazione e un senso di sé sufficientemente solido e definito nei suoi limiti” (2008).

In questo senso Bonfiglio (2018) citando De Toffoli (2014) scrive: “Le condizioni adeguate di sicurezza, sostenute dall’analista e dall’assetto, permettono all’analizzando di spostare l’attenzione dalla protezione di ‘ciò che ritiene essere i confini e l’integrità della psiche’, al consentire a quest’ultima di ‘espandersi ed includere dati precedentemente trascurati ed esperienze finora non riconosciute proprie, sperimentando un nuovo livello di identità’ “

Un tale metabolismo nutritivo può essere disturbato o impedito dall’esterno da oggetti intrusivi, possessivi o incorporanti, con i quali le aperture fusionali risultano pericolose. Dall’interno l’ostacolo può provenire da un’intensa voracità o avidità del soggetto, che a seguito di bisogni vitali troppo insoddisfatti, tende reattivamente ad incorporare gli oggetti (o/e incorporarsi negli oggetti), a rimanervi rigidamente aggrappato (Fonda, 1995) o ad attaccarli invidiosamente. In questo caso sembra sotteso un avido anelito a una perenne compensatoria fusione nutritiva con l’oggetto, vissuta però come pericolosa, poiché il Sé rischia di rimanervi incarcerato. Una tale paura può sostenere tenaci e rigidi rifiuti di qualsiasi vicinanza-fusione.

Ancora su fusione e separatezza

Estrapolandolo da uno scritto di Winnicott (1945), Ogden (2016) descrive: “Il paradosso della simultaneità di separatezza (il bambino che attacca la madre e la madre che accoglie l’attacco) e unità (il bambino e la madre che hanno un vissuto comune). Sarebbe il terreno esperienziale dove può crescere ‘il primo legame che il bambino piccolo stabilisce con un oggetto esterno, un oggetto che è esterno al Sé dal punto di vista del bambino.’ ” (grassetto mio)

Questa dialettica non è peculiare solo dell’età infantile, ma di tutto l’arco della vita, come sottolinea Bolognini (2008) parlando dell’interpsichico come di “un livello funzionale ad alta permeabilità condivisa tra due apparati psichici” e di “un livello di funzionamento ‘a banda larga’, nel senso che consente la coesistenza naturale e non dissociata, ma in continuità, di stati della mente in cui l’oggetto è riconosciuto nella sua separatezza, con altri in cui tale riconoscimento è più sfumato: ciò non per motivi patologici, ma per una temporanea e transitoria condizione di fusionalità commensale e cooperativa che fa parte del normale, buon convivere mentale degli esseri umani.”

Una ulteriore prospettiva interessante, che chiama in causa l’essenza dell’Edipo, si trova nel lavoro di Loewald (1979) sviluppato successivamente da Ogden (2006). Quest’ultimo scrive: “Così, per Loewald, l’incesto è sentito come sbagliato […] perché distrugge la demarcazione tra una forma fusionale di relazionalità tra madre e bambino (identificazione primaria) e una relazionalità oggettuale differenziata con la medesima persona […] La capacità dell’individuo di una relazionalità oggettuale sana di qualsiasi tipo – la sua capacità di stabilire una dialettica generativa di separazione da, e di unione con, altre persone – dipende dalla vitale integrità di questa barriera.” (corsivo mio)

Ciò è un ulteriore aspetto del rapporto essenziale e continuo tra i piani della fusione e della separatezza enunciato all’inizio di questo scritto. Loewald e Ogden enfatizzano infatti l’importanza che questi due livelli siano ben separati da una solida barriera (quale quella dell’incesto) in modo da poter interagire dialetticamente senza con-fondersi l’uno con l’altro. Viene sottolineato l’intrinseco collegamento tra la barriera dell’incesto e la dinamica dei confini del Sé. I confini cominciano a delinearsi ben prima, ma nello stesso tempo sono anche un elemento essenziale per la corretta strutturazione della situazione edipica.

Il fine nella relazione con gli oggetti è di differenziarli, percepirli distinti, e poi integrare le componenti di fusione e separatezza senza confonderle. Ciò significa mediare la tensione tra “la spinta verso l’autonomia e la sana attrazione verso l’unità” (Ogden, 2006).

In questo modo viene acquisita una visione binoculare della realtà, dove ambedue i versanti, quello separato e quello fuso, coesistono e si completano. 

Questo tipo di dicotomia dialettica si espande e si consolida dunque con un corretto superamento del punto focale edipico.

I confini del Sé in relazione alle posizioni

Potremmo tentare di rappresentarci un modello di normale relazione piena e matura con gli oggetti vista dal versante dello stato dei confini del Sé. Usando una metafora spaziale potremmo, cominciando dal basso, individuare la contemporanea presenza di tre livelli (anche se in realtà sono un continuum) in reciproco dialettico rapporto di scambio ed integrazione. In realtà non si tratta di spazialità, ma di modalità di funzionamento interagenti tra loro.

A un primo livello fusionale non c’è distinzione tra soggetto ed oggetto, non c’è un vero confine tra i due Sé. Una moltitudine di contenuti sensoriali indifferenziati, non mentalizzati, coloriture emozionali ed affettive, atmosfere, ‘irradiazioni’ di traumi rimossi o scissi e tanto altro, fluttuano e si diffondono liberamente nello spazio comune.

Una simile fluttuazione è implicita anche nel concetto di simbiosi mahleriano e in quello di deposito di Bleger (1967a). Rosenfeld (1987, p.158) si riferisce a qualcosa di simile quando rileva: “Coloro che hanno studiato queste forme precoci di comunicazione sottolineano l’incontrollabile esperienza che il bambino ha con la madre, la quale in qualche modo gli trasmette i propri processi mentali con una modalità analoga all’osmosi. (Steiner 1975, 1982; Felton,1985). Il bambino li assorbe senza essere in grado di intervenire…”  E ancora Rosenfeld (1987, p.187) scrive: “La Tustin (1972, 1981) usando l’idea di Hermann (1929) che il ‘tracimare’ sia il precursore della proiezione, suggerisce che il tracimare e la fusione siano dei processi mediante i quali l’illusione dell’unione primaria sia mantenuta…”

Si diffonderebbero a questo livello anche quelle sensazioni poco differenziate, che vanno a costituire lo sfondo, il colore, i costituenti basilari degli affetti e così anche dell’empatia ecc. Tali contenuti possono far parte sia dell’ambito inter-soggettivo che di quello trans-soggettivo. A questo livello si diffonderebbero anche molti elementi dello psichismo gruppale.

Questi elementi hanno le caratteristiche che Bleger (1967a) descrive come ambiguità, poichériprendendo il lavoro di Freud (1910) sul Significato opposto delle parole primordiali – non essendoci ancora la ‘separazione delle coppie dei contrari’, questi coesistono senza conflitto, in quanto questo può prendere forma solo ai due livelli superiori. 

Neri et al. (1990, p.13) dicono che nelle aree fusionali il movimento dei contenuti condivisi è liberamente fluttuante e privo di una chiara direzione. La fusione “non si accompagna alla violenza intrusiva” e Tagliacozzo si chiede se la fusione non sia “espressione di una modalità più precoce, antecedente alla costituzione dei processi di spazializzazione, che permettono i meccanismi di introiezione e proiezione” (ibidem, p.84).

A un secondo livello di frammentaria separatezza i confini del Sé passano (salendo in direzione del terzo livello) da frammenti scollegati di separatezza, ad aree di confini ancora a maglie larghe, fino a confini abbastanza delineati, ma non sufficientemente da consentire il funzionamento di un vero spazio potenziale come inteso da Winnicott (1971b, pp.184-188).

In quest’area di frammentaria separatezza tra il soggetto e l’oggetto prenderebbero corpo delle correnti centrifughe-proiettive o centripete-introiettive ed allora soltanto potrebbero attivarsi le identificazioni proiettive o quelle introiettive, poiché sorge un vissuto di dentro e fuori, un seppur labile confine tra soggetto ed oggetto, che consente ai contenuti di prendere una direzione (Tagliacozzo, 1990). A questo livello la comunicazione sarebbe dunque costituita principalmente da identificazioni proiettive ed introiettive, che vanno, con una crescente forza penetrativa, da quelle comunicative a quelle evacuative, fino a quelle finalizzate a penetrare un oggetto per controllarlo dall’interno. 

Sarebbe prevalentemente a questo secondo livello, che passerebbero nella relazione quei contenuti, che il soggetto richiede all’altro di contenere, cioè di trasformare da grezzi ed indiscriminati in elementi pensabili, affinché gli siano poi restituiti al terzo livello, sotto forma di pensiero simbolico. Avverrebbe a questo livello il primo movimento del processo del contenimento bioniano.

A un terzo livello di separatezza ben definita i confini del Sé sono sufficientemente stabili, da consentire l’esistenza di uno spazio potenziale intermedio, che rende possibili i pensieri simbolici dei quali nello scambio è chiara la pertinenza al soggetto o all’oggetto. 

Il loro significato di comunicazione pienamente umana è però reso tale dalla presenza contemporanea dello sfondo costituito dai messaggi che passano attraverso i primi due livelli. 

Con i confini ben definiti i contenuti non possono attraversarli direttamente. Diventa però possibile evocare nell’altro delle rappresentazioni aventi le caratteristiche di essere simili (rappresentazioni di parola)e non dell’essere concrete (rappresentazioni di cosa). Avviene così quel salto di qualità che è il pensiero simbolico. Mentre le identificazioni proiettive suscitano la sensazione di essere penetrati (come se la porta fosse stata lasciata socchiusa), la comunicazione con la modalità simbolica si ferma al confine (qualcuno che bussa alla porta chiusa per consegnare un messaggio).

Già nel 1967 Bleger aveva proposto di considerare una posizione più primitiva delle due classiche posizioni kleiniane, nella quale predominano l’indifferenziazione e la simbiosi, denominandola posizione glischrocarica. Tagliacozzo (Neri et al., 1990) ha ipotizzato l’esistenza di una posizione fusionale (F) antecedente a quelle SP e D. Analogamente Ogden (1989 a,b, 1991) descrive la posizione contiguo-autistica (CA), più primitiva delle altre due.

I punti di partenza e gli approcci dei tre autori citati sono diversi tra loro. A differenza di Tagliacozzo, sia Bleger che Ogden non si soffermano molto sugli aspetti fusionali veri e propri. Ciononostante mi sembra lecito riferirmi anche a ciò che nei loro scritti è solo accennato o chiaramente implicito. Ambedue non escludono, ma in sostanza presuppongono la presenza di aspetti fusionali nella posizione più primitiva.

Per quanto riguarda la posizione schizo-paranoide kleiniana, è evidente che presuppone un’incompleta separatezza dell’oggetto, tant’è che la linea di scissione che separa il buono dal cattivo è più marcata e in primo piano rispetto alla linea di separazione tra soggetto ed oggetto. Questa è anzi spesso così incompleta, da consentire al soggetto di sentire la parte buona o cattiva di sé identificata (potremmo dire anche fusa) con l’analoga parte dell’oggetto parziale. M.Klein, parlando dell’identificazione proiettiva infatti dice: “Poiché e in quanto, con tale proiezione dentro, la madre viene a contenere le parti cattive del Sé, essa non è sentita come un individuo separato ma come il Sé cattivo.” (Klein, 1946, p.417). Carstairs (1992) ha peraltro ben evidenziato negli scritti della Klein la presenza di riferimenti, seppure poi non sviluppati, ad aspetti di indistinzione del bambino dalla madre.  

La posizione depressiva a sua volta è invece connotata dal raggiungimento della separatezza del soggetto dall’oggetto, il che implica che prima questa fosse perlomeno incompleta. “[in D] Il bambino diventa consapevole di sé e dei suoi oggetti come separati da sé.” (Segal, 1964, p.95) 

I tre livelli descritti più sopra connoterebbero pertanto anche lo stato dei confini del Sé nelle corrispondenti tre posizioni.

Ciò su cui vorrei però richiamare l’attenzione è la concezione di Ogden (1989b) sull’essenzialità del rapporto dialettico ed integrante tra le tre posizioni in ogni esperienza umana. Parzialmente ciò era stato inteso già dalla Klein e poi sviluppato da Bion con la sua PS-><-D. Dopo avere diacronicamente sviluppato e consolidato il funzionamento di tutte e tre le posizioni, queste possono pienamente interagire tra loro. In ognuna delle posizioni gli oggetti, i contenuti dei pensieri e anche il Sé sono percepiti e sentiti in modo diverso e il tutto concorre a creare un più pieno vissuto pluridimensionale. 

Più sopra ho accennato a un sistema di confini continuamente cangianti a seguito di stimoli (coincidenze) di origine sia interna che esterna. Sembrerebbe allora che ciò avvenga in parallelo con le oscillazioni tra le posizioni F (o CA), SP e D. Sarebbe interessante approfondire le possibili relazioni di causa ed effetto tra lo stato dei confini, le relative posizioni e le loro restanti caratteristiche, quali anche la già accennata capacità di usare il pensiero simbolico. 

Ulteriori aspetti 

In questo scritto sto facendo, a fini esplorativi, un uso estensivo del concetto di fusionalità e ciò rende necessario delimitarlo nei confronti di alcuni concetti contermini.

Cominciamo con la simbiosi, che spesso non viene differenziata dalla fusionalità, in particolare nell’uso equivalente dei termini “legame simbiotico” e “legame fusionale”. A mio avviso i due concetti andrebbero distinti tenendo conto che la fusione è uno dei componenti elementari delle relazioni e può essere sia fugace che duratura. La simbiosi è invece una modalità di esistenza in rapporto con un oggetto, un’organizzazione complessa, relativamente stabile e continuativa, dove esistono estese aree fusionali caratterizzate da una rigidità, che impedisce una vitale e sana oscillazione tra fusione e separatezza e con questo una evoluzione maturativa. 

Se consideriamo l’identificazione possiamo dire con Schafer (1968), che non ci può essere identificazione senza fusione, ma ci vuole ben altro oltre alla fusione perché si stabilisca un’identificazione matura. Il termine identificazione primaria è spesso usato per significare un’identificazione nella quale la fusionalità ha un ruolo quantitativamente preponderante, se non esclusivo, fino a diventare sinonimo di fusione.

Non sempre è stato chiaramente distinto l’uso dei termini identificazione, immedesimazione ed empatia. Oggi i concetti sembrano abbastanza ben definiti, grazie anche al sostanzioso lavoro di Bolognini (2002) sull’empatia psicoanalitica. Mi limito qui solo a sottolineare come nell’empatia la fusione sia un elemento essenziale, ma non sufficiente, perché deve accompagnarsi a una componente cosciente di introspezione ed elaborazione basata sulla separatezza. 

Molti analisti kleiniani non usano il concetto di fusione, come neppure quello di simbiosi, poiché per spiegarne la fenomenologia sarebbero sufficienti i concetti di identificazione proiettiva ed introiettiva. I vissuti fusionali sarebbero il risultato di un massiccio uso di tali meccanismi. Anche qui ci si trova di fronte al problema di fino a che punto possa essere utile estendere il significato di un concetto.

  1. LA FUSIONALITÀ –  AMPLIANDO IL CAMPO DI OSSERVAZIONE

Dopo aver evidenziato il ruolo della fusionalità in generale e in particolare la dialettica tra fusione e separatezza come uno dei meccanismi elementari dello psichismo, vorrei ora provare ad allargare il campo di osservazione, gettando un rapido sguardo – sempre inforcando gli occhiali che evidenziano la fusionalità – alla relazione analitica, alla relazione madre-bambino, alla gruppalità e a quel ambito un po’ incerto, ma non perciò meno importate, per il quale userò qui il termine di meta-Io

  1. LA FUSIONALITÀ NELLA RELAZIONE ANALITICA

Consideriamo il ruolo che gioca la fusionalità normale nella relazione analitica, tenendo conto che oggi l’attenzione degli analisti è rivolta in particolare alla relazione e ai suoi più nascosti risvolti. Ci si interroga quanto l’effetto terapeutico sia dovuto all’interpretazione come tale (in ciò che avverrebbe prevalentemente al terzo livello, quello connesso alla posizione D) e quanto agli aspetti relazionali (che implicherebbero più consistentemente anche i primi due livelli F e SP). 

La comunicazione dell’interpretazione avviene inevitabilmente su tutti i livelli, pur in diverse proporzioni. A ciò concorrono le diverse modalità di comunicazione non del tutto intenzionali che l’analista non può non mettere in atto (scelta delle parole, messaggi infraverbali e metaverbali, tonalità della voce, pause, movimenti del corpo). Il contenuto simbolico, pur essendo spesso centrale, sarà dunque corredato da identificazioni proiettive comunicative accompagnatorie e da contenuti fluttuanti. 

L’interpretazione aiuta il paziente a trovare un assetto più confacente tra le rappresentazioni simboliche sulla scena mentale del terzo livello (D), o a favorire il passaggio a questo livello di contenuti che, in quanto relegati ai livelli inferiori (F e SP), dove prevale il pensiero concreto, non riuscivano ad essere adeguatamente rappresentati, elaborati, integrati. Ciò comporterebbe una benefica ricaduta ristrutturante anche sui due precedenti livelli. 

L’atto interpretativo, aldilà del suo contenuto esplicito, fa sentire al paziente che quanto pensa e sente l’analista coincide in una certa misura con qualcosa che è presente in lui stesso. Ciò incrementa l’area di coincidenza, i confini si affievoliscono e si ampliano le aree fusionali, gli spazi mentali comuni. 

L’interpretazione, oltre che incrementare la fusione, ne è però anche la risolutrice, in quanto discrimina, simbolizza gli elementi, ne chiarisce l’appartenenza e rafforza i confini. Facilitando la risoluzione dei conflitti e la riorganizzazione del Sé, si ridurrebbe anche l’urgenza di vicinanza fusionale in quelle determinate aree.

Il fenomeno del transfert lo possiamo considerare anche come un’espressione dell’onnipresente bisogno degli esseri umani di rendere l’altro – più o meno illusoriamente – più simile a qualcosa che già esiste dentro di loro, che è già familiare, noto. Il paziente esercita anche una spinta sull’analista ad adattarsi a ciò che trasferisce su di lui. E’ dunque anche un tentativo di creare o rafforzare delle coincidenze ed aprire così dei canali comunicativi più ampi in particolare in determinate aree. In misura più attenuata e controllata ciò avviene anche da parte dell’analista con il suo transfert.  Tende così a crearsi una relazione, pur contrastata dalle resistenze, con varchi ampliati nei confini, attraverso i quali comunicare in modo più esteso e profondo a tutti i livelli. Una controllata regressione (che incrementa SP e F a scapito di D) in terapia servirebbe anche a questo.

Quando parliamo di campo analitico, presupponiamo un’attenuazione dei confini di tutti e due i membri della copia analitica. Vi sono presenti ed attivi, oltre ai contenuti del paziente, anche dei contenuti dell’analista, che questi inevitabilmente condivide con il paziente nella relazione analitica. E’ sempre in atto anche il transfert dell’analista (per quanto meno intenso e meno disturbante di quello del paziente), che non può non produrre un pur attenuato controtransfert nel paziente, il trans-soggettivo di tutti e due e via di questo passo. Il terzo analitico (Ogden, 1994) vi compare come un nuovo contenuto in parte comune.

Pure il setting è per il paziente fonte di vissuti fusionali con la sua ripetitività, affidabilità e prevedibilità. Ma è al contempo anche fonte di separatezza per le frustrazioni ottimali che per sua natura produce (Fonda, 2000b). Ulteriori aspetti fusionali del setting sono descritti anche da Bleger (1967b).

Un bambino mette la manina ferita in quella della madre con la fantasia che il dolore si potrà risolvere solo all’interno del suo corpo, fondendosi con lei. Similmente il paziente sente una spinta a condividere con l’analista quelle aree del suo Sé che, dense di sofferenza, necessitano di essere contenute, per poter essere simbolizzate, rappresentate e poi elaborate in schemi meno conflittuali e più armoniosi. L’empatizzare dell’analista con questa sofferenza è in sostanza un – seppur controllato – ‘accoglierla dentro’, un limitato e parziale fondersi con essa per poterla poi contenere al ‘terzo livello’. 

All’inizio dell’analisi il paziente sente di avere molte aree da condividere, da far contenere. Un confluire di ampie aree fusionali tenderebbe però a configurare una fusione eccessiva, dal paziente desiderata, ma anche temuta, perché suscita angosce di perdita dell’identità o di imprigionamento. Ciò fa sorgere intense resistenze, che vengono poi progressivamente superate e i benefici e produttivi versanti fusionali parziali possono cominciare a realizzarsi, incrementando così un sano metabolismo-contenimento ristrutturante. Questo, anche mediante le interpretazioni, tende ad esaurire le necessità delle aree sofferenti e pertanto anche a diminuire il bisogno di fusione, riconducendolo ai livelli di normale ‘nutrimento’ e di ‘manutenzione’.

Bonfiglio (2018), richiamandosi a Winnicott e ad altri Autori considera di fondamentale importanza la strutturazione di un ambiente analitico che permetta, o meglio favorisca, i processi fusionali/simbiotici, i quali devono avere un ruolo centrale come precondizione per futuri sviluppi terapeutici.

Richiamerei quanto detto prima sul bisogno umano di estendere i propri confini e di poter far circolare i propri contenuti mentali aldilà degli angusti limiti della propria individualità. Un canale di scambio, quale quello fusionale, concorre a favorire tra due soggetti una certa armonizzazione e sintonizzazione di determinate aree dei due mondi interni, il che potrebbe creare delle premesse per uno sviluppo, una crescita. Tuttavia un più completo sviluppo richiede, che una parte di contenuti fluttuanti o proiettati o introiettati venga recuperata al terzo livello e su questo restituita (contenimento, interpretazione). Se tale recupero è insufficiente, potremmo restare nell’ambito della simbiosi bloccata, che si perpetua senza produrre una crescita, senza risolversi e che può soltanto interrompersi traumaticamente, come vediamo in patologia. In tali simbiosi patologiche (nelle quali il funzionamento è sostanzialmente limitato a F e SP, mentre D è carente) si ha un continuo scambio-fluttuazione di contenuti e un’intensa attività identificatoria proiettiva, ma i contenuti non vengono sufficientemente discriminati nelle loro qualità né nella loro pertinenza all’uno o all’altro dei due soggetti. 

La fusione di per sé stessa non sembra avere un sufficiente effetto terapeutico, se non si accompagna, magari in altri momenti o in altre fasi, all’elaborazione simbolica, che non può prescindere dalla separatezza, e dall’interpretazione. 

Tuttavia, riallacciandoci a Ogden (1989b) neppure l’elaborazione simbolica può pienamente svolgere la sua funzione se non si svolge in un processo dialettico in cui oltre alla posizione D (connotata dalla separatezza e dalla dimensione simbolica) interagiscano appropriatamente anche le posizioni SP e quella CA (connotata anche dalla fusionalità).

Citerei Kohut, (1971, p.292) per sottolineare l’interazione dei vari livelli (posizioni): “Il lavoro teorico (in psicoanalisi) privo di quel continuo contatto con il materiale, che può essere osservato solo con l’aiuto dell’empatia, diventerebbe ben presto vuoto e sterile, tenderebbe a limitarsi all’esame minuzioso dei meccanismi e delle strutture psicologiche, e perderebbe il contatto con l’ampiezza e la profondità dell’esperienza umana su cui in definitiva tutta la psicoanalisi deve fondarsi.” Tale contatto si realizza grazie alla contemporanea dialettica attivazione di tutte e tre le posizioni. Una sterile piattezza della percezione dell’altro, analoga a quella citata da Kohut, è accennata da Ogden (1989b, p.51), quale risultato di una eccessiva attivazione della posizione D a scapito delle altre due.  

Tra gli scopi della terapia c’è dunque anche il favorire una ottimale interazione sia le tre posizioni che tra la fusione e la separatezza. 

  1. LA MATRICE MADRE-BAMBINO

Se in questa rapida carrellata di ipotesi continuiamo a utilizzare le lenti che evidenziano la fusione, ci potremmo soffermare sul primario bisogno del bambino di stabilire e mantenere un rapporto con un oggetto umano. Oltre che a garantirne la sopravvivenza fisica, tale rapporto serve a strutturarne l’apparato mentale. Ciò può avvenire solo in uno stretto e del tutto peculiare rapporto con un oggetto simile (non alieno), con il quale poter sufficientemente coincidere in modo da costituire dei parziali rapporti fusionali, degli spazi mentali comuni, tramite i quali possano attuarsi quei complessi e delicati meccanismi, che portano all’acquisizione delle fondamentali strutture psichiche. 

Il bambino si rivolge così sin dall’inizio alla madre per ricercare contatti (tattili pelle-pelle, olfattivi e uditivi) sostenuto anche da un corredo innato di recettività ed espressività (il riconoscimento del viso, la tendenza all’imitazione). Dall’altra parte la preoccupazione materna primaria (Winnicott, 1956) tende a rendere tutto il più possibile coincidente, cioè fusionale. Anche le zone erogene offrirebbero delle occasioni privilegiate di contatto-coincidenza-fusione di particolare intensità. 

Una recettività amplificata è dunque presente pure nei genitori, predisposti a ciò da un corredo innato, che si potrebbe avvicinare all’idea di un istinto genitoriale. Questo si manifesterebbe anche nelle modalità di risposta alle richieste di attaccamento del bambino e nella (pre)disposizione ad aprire ampi varchi nei propri confini per offrire fusione al bambino e recettività alle sue identificazioni proiettive. 

Nello schema winnicottiano del seno che si propone al momento giusto in cui si configura il bisogno interno, c’è forse il prototipo della coincidenza (sintonica-piacevole) generatrice di fusione. Questa è limitata fin dall’inizio dalla frustrazione (ottimale) costituita dalla non coincidenza (distonica-spiacevole), cioè dalla diversità tra interno ed esterno, che tende a definire un abbozzo di confine discriminabile e a creare una (pre)oggettuale esperienza di separatezza.  

Poiché il bambino ha una scarsa tolleranza alla separatezza, fonte di angosce di impotenza, che possono giungere fino alle paure di un breakdown (Winnicott, 1963), la madre si preoccupa di coincidere il più possibile, estendendo così la parte fusionale del rapporto. Abbiamo a che fare sia con parziali aspetti fusionali realmente esistenti (sensazioni mentali), che con fantasie di fusione (rappresentazioni mentali), quali “l’illusione di unione onnipotente”. Le seconde si ampliano nel bambino a scapito delle prime con lo sviluppo della capacità di rappresentare.

Tutto ciò tende a configurare nei precoci periodi di vita una sensazione diffusa, ma non esclusiva, di fusione globale. Questa andrà poi progressivamente riducendosi, grazie all’abbinamento delle frustrazioni ottimali con la discriminazione attuata mediante il meccanismo del “contenimento” (Bion, 1962), durante il lungo percorso dello “svezzamento” (Winnicott, 1953) e della “separazione-individuazione” (Mahler, 1963).

E’ però di vitale importanza che ci sia nella madre, oltre alla capacità di coincidere col bambino e di sostenere il livello fusionale della relazione, anche quella di non coincidere a volte lei e altre volte di accettare, mantenere e sviluppare la capacità del bambino di non coincidere lui. E’ una madre che accetta e tollera il paradosso di essere tutt’uno con il figlio e nel contempo di non esserlo. Tale competenza materna (collegata al suo riuscire ad attivare bene la posizione D) viene ad avere una funzione organizzante nei confronti del bambino, che gli permette di sviluppare la capacità di vivere i rapporti oggettuali contemporaneamente sui due versanti, quello fusionale e quello della separatezza (o anche in tutte e tre le posizioni contemporaneamente). Kafka (1989, p.43) sottolinea come sia fondamentale per lo sviluppo del bambino, che la madre sia capace di tollerare l’ambiguità di significato, la contemporaneità di più significati tra loro contrastanti, e di trasmettere al figlio tale capacità di vivere delle “realtà multiple”. Ciò gli darebbe “un solido ancoraggio a un’unica realtà, insieme con una capacità di abbracciare molte realtà”.

Kumin scrive (1996, p.27): “Mentre i bambini possiedono dunque l’innata capacità cognitiva di distinguere fra esperienze sensomotorie di sé e dell’altro, questa capacità può essere paradossalmente promossa e sostenuta dall’ambiente supportante non percepito e in ampia misura indifferenziato che la madre sufficientemente buona fornisce.” Gli abbozzi di differenziazione, separatezza, possono svilupparsi grazie al substrato di indifferenziazione fusionale dato dalla matrice madre-bambino

E’ un quadro complesso in cui sin dagli inizi della vita coesistono e si completano, non solo ovviamente substrato neurologico e dimensione mentale, ma anche, in quest’ultima: pre-oggettuale e oggettuale, fusione e separatezza, (e un po’ più in là) pensiero concreto e quello simbolico. Emerge una visione integrata, in cui è essenziale evidenziare la coesistenza e il reciproco completamento di livelli, o funzioni, che apparentemente si contrastano. 

Si delinea l’idea del rapporto madre-bambino, che per una parte si fonde o con-fonde in una indifferenziazione, nella quale il bambino vive, sia la presenza sensoriale della madre che il suo funzionamento mentale, come in una certa misura presenti al proprio interno(o meglio: all’interno della parziale unione indifferenziata madre-bambino). L’essere dentro, sarebbe – grazie alla fusione – essenziale anche per consentire alla madre di meglio cogliere dall’interno del bambino i suoi messaggi. Se c’è in lei anche sufficiente separatezza, è possibile l’empatia, se no c’è con-fusione. 

Ma i canali fusionali non sono a senso unico ed è in atto un passaggio, pur in diversa proporzione, di elementi indifferenziati anche dalla madre al bambino. Questo, oltre che fornire un corredo di essenziali elementi utili, seppure inconsci, può veicolare anche elementi che possono provocare distorsioni dello sviluppo del bambino. Nella trasmissione di contenuti trans-generazionali ciò può riguardare sia i mattoni necessari alla costruzione del Sé, che dei traumi individuali o collettivi. 

La madre, all’interno di questa parziale unione, funziona con ben altre capacità di quelle del bambino, in quanto è capace di riconoscere e regolare le pulsioni e gli affetti, di svolgere la funzione di contenimento, di usare il pensiero simbolico. 

Il bambino vive come se tutto questo avvenisse in parte dentro di lui (poiché a quel tempo il dentro e il fuori sono percepiti vagamente). Questo creerebbe la situazione ottimale per indurre le circostanti congrue parti del Sé infantile – provvidenzialmente geneticamente predisposte a una precoce e rapida maturazione – a svolgere le stesse funzioni. In tali circostanze avverrebbero gli aspetti più precoci del passaggio: imitazione-introiezione-identificazione (Gaddini, 1969). Il funzionamento dell’oggetto troverebbe il bambino pronto ad imitare-introiettare, a ‘duplicare’. 

La mano del maestro di tennis tiene e accompagna la mano dell’allievo, voglioso di imitare-imparare, nel muovere la racchetta. L’autore del movimento è dapprima più chiaramente il maestro, che forza le grezze asperità dello scoordinamento muscolare dell’allievo, ma poi diventa sempre più indistinto chi è l’autore, man mano che i due movimenti coincidono – si fondono. A questo punto, raggiunta la fusione, essa stessa non è più necessaria, almeno a livello concreto, e il maestro toglie la sua mano, poiché l’allievo è in grado di riprodurre da solo il movimento, sentendolo ora pienamente pertinente al proprio Sé. Il tutto passa attraverso una necessaria transitoria fase di parziale fusione, durante la quale si costituiscono e si consolidano nell’allievo dei circuiti neuronici (analoghi a quelli già esistenti nel maestro), che consentono il consolidarsi degli schemi motori. Si sarà allora stabilita l’identificazione che, seguendo l’imitazione e l’introiezione, conserva una parte della fusione (l’allievo si sente sempre un po’ anche il maestro, pur giocando autonomamente). Ma ora il residuo di fusione è in atto con la rappresentazione interna del maestro e non più tanto con il maestro reale.

Così, parallelamente e grazie anche alla maturazione del substrato neurologico e dei presupposti per la strutturazione di un Io sempre più funzionante, avverrebbe nel bambino una lenta duplicazione dell’apparato per pensare materno (nell’ambito dell’introiezione dell’oggetto primario). Questo, nella sua concretezza reale, alla fine può essere progressivamente separato-estratto dalla matrice comune e ciò sarà tanto meno traumatico, quanto più sarà stata completa e funzionante ‘l’installazione del programma per pensare i pensieri’, che consente l’autocontenimento, l’autoregolazione degli affetti e delle pulsioni e pertanto una vita autonoma.  

La relazione oggettuale è installata con l’atmosfera emozionale che la connota e ciò stabilisce delle affinità (incluse quelle culturali, se consideriamo un contesto più ampio) che consentiranno future coincidenze e riattaccamenti ogniqualvolta ve ne sarà la necessità. E con ciò siamo già anche nell’ambito del transfert.

Quanto detto finora fa anche pensare a come una prematura separazione, fisica o emozionale, tronchi i canali fusionali del rapporto quando sono ancora massicciamente funzionanti e indispensabili alla strutturazione dell’apparato mentale del bambino. E’ suggestivo immaginare che la profonda e dolorosa sensazione, che molti pazienti adulti lamentano di avere un “credito dalla vita che mai si estingue”, possa originare anche in precoci traumatiche interruzioni di questi canali.

  1. LA GRUPPALITÀ

Prendendo per buona l’ipotesi del reticolo di canali fusionali, possiamo immaginarne anche il versante dello psichismo dei gruppi, sui quali è basata la vita sociale e dalla quale la vita mentale dell’individuo non può prescindere. La vita mentale gruppale appare estremamente ricca di aspetti fusionali. Complessi processi utilizzerebbero i canali fusionali per mantenere nei membri del gruppo una costante sincronizzazione dei contenuti gruppali, necessaria alla funzionalità e coesione dei gruppi. La base stessa della vita di gruppo, cioè il programma comune condiviso dai membri, comporta un vissuto non del tutto separato-individuato nei singoli individui. Appare inoltre sempre più artificioso considerare l’attività mentale dell’individuo del tutto separatamente dallo psichismo gruppale. 

Freud (1921, p.311) nella Psicologia delle masse constatava che: “Dobbiamo concludere che la psicologia della massa è la psicologia umana più antica; ciò che, omettendo tutti i residui collettivi, abbiamo isolato come psicologia individuale, si è venuto staccando dalla vecchia psicologia collettiva solo in un secondo tempo, gradualmente e in un certo senso in modo tuttora parziale.” (corsivo mio) E anche (p. 316): “Ogni singolo è un elemento costitutivo di molte masse, è – tramite l’identificazione – soggetto a legami multilaterali e ha edificato il proprio Ideale dell’Io in base ai modelli più diversi. Ogni singolo è dunque partecipe di molte anime collettive (…) e al di sopra di queste, può sollevarsi fino ad un minimo di autonomia ed originalità.” (corsivo mio)

Riporto anche un passo di Bion (1961): “Nessun individuo, per quanto isolato nel tempo e nello spazio, può essere considerato estraneo a un gruppo o privo di fenomeni di psicologia di gruppo.” e ancora “Ci sono delle caratteristiche nell’individuo di cui non si può comprendere il vero significato, se non ci si rende conto che fanno parte del suo patrimonio di animale sociale; la loro attività non può essere rilevata se non si cerca di osservarla nel terreno di studio adatto, che in questo caso è il gruppo.” 

Ciò ci rammenta che la psiche individuale si è evoluta ed è emersa sia dal soma che dalla gruppalità, ma che non può che rimanere profondamente ancorata ad ambedue.   

La fusione nella vita di gruppo è dunque il punto di partenza, dal quale faticosamente emergono elementi dell’individualità. In Europa, dopo che un movimento di emancipazione dell’individuo aveva raggiunto livelli di eccellenza nell’antica Grecia e a Roma, si ebbe una regressione durata secoli e si dovette aspettare il Rinascimento perché ricominciasse il processo mediante il quale gli individui ripresero, pur con andamento oscillatorio, ad emanciparsi da un alto grado di fusione con il gruppo (Fonda, 2015).

In questo senso appare interessante il confronto tra i rapporti gruppo-individuo e madre-bambino. In ambedue i casi, sia il bambino, che l’individuo non ancora sufficientemente emancipati, sono fusi parzialmente con chi e con quanto sta loro attorno, pur avendo anche sviluppate molte funzioni dell’Io, che permettono loro di discriminare autonomamente alcune caratteristiche del mondo circostante. Però un’ampia parte del loro sentire e pensare non si differenzia dall’ambiente. E’ come se stessero in attesa delle circostanze storiche, o di vita, in cui poter ampliare la consapevolezza di sé e procedere sulla via dell’individuazione, senza peraltro mai raggiungerla del tutto. 

L’immagine che mi si impone è quella di un individuo con un confine-reticella, che contiene gli elementi specifici della sua individualità e che è immerso in un liquido (lo psichismo del gruppo) che fluisce e lo attraversa, impregnando il contenuto della reticella con tutte le sostanze che man mano nel liquido si trovano disciolte. Certe sostanze circolanti passano nella reticella senza difficoltà, alcune sono attivamente assorbite, altre ancora bloccate all’ingresso o addirittura espulse.

L’individuo ‘respirando’ e ‘nutrendo’ il suo metabolismo psichico anche attraverso i canali fusionali, fruisce – in larga parte inconsapevolmente – di quell’enorme deposito di miti, codici, esperienze, protoconoscenze e protomemorie, che costituiscono le basi della cultura di ogni gruppo e dell’umanità intera. E’ il mare primigenio che abbiamo formato come sapiens dal Grande balzo in avanti (Moreno, 2018) dei tempi preistorici e in cui nuotiamo e dal quale assorbiamo e utilizziamo i contenuti, immettendovi le nostre esperienze, contribuendo a modificarlo sia in positivo che in negativo. E’ prevalentemente per via fusionale che ci colleghiamo a questo “i-Cloud” in cui è depositata la cultura accumulata in migliaia di anni. Gran parte di ciò avviene in modo inconsapevole e sembra collegarsi all’inconscio non rimosso. Più che un oceano, sembra un sistema di lagune-gruppi più piccoli, fino al gruppo famiglia e anche al gruppo-coppia analitica con il suo campo.

Da questo punto di vista ci possiamo chiedere anche cosa e come penetra nei membri di una coppia analitica? Ciò che è sciolto nel liquido che costituisce il campo analitico, ma anche ciò che vi filtra dalle lagune e dai mari che concentricamente li circondano e nei quali nuotano durante la loro esistenza i due membri del sodalizio analitico. Nell’analisi individuale viene in genere poco evidenziata l’influenza delle fantasie inconsce del livello gruppale-culturale, anche perché questo è inconsciamente largamente condiviso dai due membri della coppia analitica. 

I contenuti quali i miti e gli ideali collettivi sono presenti sin dall’inizio della vita attraverso i genitori e poi tramite l’esposizione all’ambiente sociale. Essi sono necessari al funzionamento dei gruppi, che premono anche affinché vengano allevati ed educati individui le cui personalità abbiano certe caratteristiche amplificate ed altre ridotte. Senza inoltrarci nella transculturalità, basterà pensare a quanto da noi sia diversa l’immagine del bambino ‘sufficientemente buono’ di oggi da quella del bambino di 50 o 100 anni fa. Quanto sono cambiati gli schemi della gestione delle pulsioni e degli affetti nell’educazione. Così potremmo dire con Gaddini (1984) non solo “quanto sono cambiati i nostri pazienti”, ma anche “quanto sono cambiati i nostri bambini” e di conseguenza anche gli adulti.

Potremmo inoltre pensare che per ogni periodo storico ci possa essere un equilibrio ottimale tra il livello di emancipazione degli individui e il livello di fusione dell’attività mentale dei singoli con il gruppo. Forse l’emancipazione degli individui nell’Europa occidentale ha ora raggiunto livelli tali da creare un pericolo di frammentazione dei gruppi? A volte sembra che oggi diventi sempre più difficile trovare una sufficiente coesione anche su dei progetti che riguardano la stessa sopravvivenza dei gruppi. Una minaccia di frammentazione-dissoluzione dei grandi gruppi, quali sono le nazioni, potrebbe però sollevare angosce catastrofiche con il conseguente difensivo attestarsi su rigide posizioni schizo-paranoidi connotate da fedi o ideologie aggressive che forniscano una qualche forza e sicurezza? Un eccesso di individuazione (con conseguente senso di impotenza dei singoli) potrebbe provocare reattivamente una regressiva fusione narcisistico-paranoide?  

  1. IL META-IO

Per gettare un ulteriore sguardo nell’area nella quale la fusione sembra svolgere un ruolo significativo prenderò a prestito il termine di Bleger (1967a) meta-Io per riferirmi a quest’area ampia e variegata. Menzionerò alcuni Autori i cui concetti sembrano in parte sovrapporsi a questo. Si tratta di un’area caratterizzata dalla indifferenziazione, non-mentalizzazione, non definita appartenenza al Sé o al non-Sé e a una certa pertinenza all’inconscio non represso (strutturale). 

Winnicott (1952, p.122) scrive: “[…] la situazione che precede la relazione oggettuale è la seguente: l’unità non è l’individuo, bensì una struttura costituita dall’ambiente e dall’individuo. Il centro di gravità dell’essere non parte dall’individuo ma si trova in questa globalità formata dalla coppia.” E ancora “Le apparenze ingannano: dove abbiamo spesso creduto di vedere un neonato constatiamo […] un ambiente […] che nasconde nel suo seno un individuo in potenza.” 

Ciò contrasta con l’immagine alla quale la nostra memoria implicita sembra ancora legata, cioè quella della mente individuale che, solo a un certo punto dello sviluppo, si apre al mondo e comincia a tastarlo e penetrarlo con i suoi ‘pseudopodi’.

 Bleger (1967a) propone di pensare l’uomo che, da un’immersione iniziale pressoché totale nel mondo indifferenziato, discriminandolo viene a differenziarsene e a separarsene ‘solo in un secondo tempo, gradualmente e in un certo senso in modo tuttora parziale’ per usare estensivamente le parole che Freud (1921) aveva usato riferendosi al rapporto individuo-gruppo. Questa discriminazione viene attuata dall’Io con l’attivazione della posizione SP prima e poi anche D. Ma una larga parte dell’indifferenziato, non-discriminato, ambiguo permane scissa ed è depositata su oggetti esterni svolgendo un importante silente ruolo simbiotico.

Il meta-Io, che si situa nell’incontro-embricazione tra interno ed esterno, formerebbe un ponte tra mondo interno-corpo e realtà esterna. Ambedue sarebbero impregnati l’uno dell’altra e diventano sufficientemente simili e compatibili rimanendo connessi. Questa non sarebbe solo una componente della relazione con gli oggetti primari, con il gruppo e la sua cultura per poterci effettuare gli scambi essenziali, ma con la realtà tout court. Il depositare, per usare il termine di Bleger, dei nostri contenuti indifferenziati su degli oggetti esterni farebbe sentire questi in parte anche come nostri o almeno familiari. 

E’ come se avessimo attorno a noi un ampio alone, che si deposita-appoggia su ciò che ci circonda per agganciarvisi. Quasi che senza di ciò, anziché ‘galleggiare’, potessimo inabissarci in una dimensione di solitudine incompatibile con la vita.

Per la posizione contiguo-autistica di Ogden (1989a), così come per i contenuti non pensati del nucleo glischrocarico (ambiguo) di Bleger, appare difficile la collocazione rispetto ai confini del Sé. Vi manca una chiara distinzione me – non me, come se galleggiassero con una superficie all’interno e una all’esterno. Pertanto queste aree pre-oggettuali (che qui per analogia arbitrariamente accomuno nel termine meta-Io) sembrerebbero appartenere ad uno spazio prevalentemente fusionale. Inoltre (Ogden, 1989b, p. 54):“Questa primigenia organizzazione psicologica, in circostanze normali, fornisce lo sfondo di contenimento sensoriale, appena percepibile, a tutti gli stadi successivi della soggettività.” Considerando la concezione di Ogden sul rapporto dialettico tra le tre posizioni, il tutto parteciperebbe anche alla costante interazione tra fusione e separatezza.

Civitarese (2004) ribadisce come Ogden restituisca a questa parte la “dignità” di componente “sana”, normale e indispensabile dello psichismo umano, liberandola dalla residua connotazione patologica, che Bleger ancora le conferiva chiamandola “psicotica”. Sarebbe troppo riduttivo ritenere ciò un inutile residuo dei primordi della vita, solo un agglomerato indifferenziato in attesa di ‘raffinazione’ o una pericolosa zavorra che, rischiando di tracimare, potrebbe portare a una regressione psicotica. Anzi, il meta-Io fornirebbe continuità e stabilità, un terreno su cui poggiare i piedi.

Il meta-Io, in opportune dosi, potrebbe avere un effetto protettivo, ‘diluente’ anche dal bruciante contatto diretto con la realtà e con le sue implacabili leggi. Così, quando un conflitto diventa insostenibile, possiamo immergere delle parti di sé nelle acque torbide dell’ambiguità, nella quale incompatibili contraddizioni possono coesistere in modo aconflittuale senza sollevare angosce, come Bleger (1967a) ben illustra parlando delle personalità ambigue. Potremmo cioè anche ‘normalmente’ attingere a una dose di ambiguità per diluire i conflitti e poterci convivere. Così riusciamo ad assaporare serenamente e senza conflitti una deliziosa cenetta in un ristorante rinomato, pur sapendo che milioni di esseri umani soffrono la fame.

L’osservazione clinica ci mostra come un aumentato spessore della componente narcisistica attenui il vissuto del tempo. Il narcisismo sembra ampiamente collegato al meta-Io e all’ambiguità, che gli consente di ripararsi nell’atemporalità e nell’onnipotenza. Il vissuto del tempo, strettamente legato all’ineluttabilità della morte, è qualcosa a cui dobbiamo rapportarci necessariamente con dei filtri. Il tempo ci è sostenibile perché, grazie all’assenza di confini del tempo in certi strati del nostro Sé, possiamo ambiguamente sentire come non contraddittorie l’idea dell’inevitabilità della morte e l’illusione dell’eternità della nostra vita. Ciò è indispensabile, poiché esistono dei limiti a ciò che possiamo integrare. Quando tali limiti rischiano di essere superati siamo costretti a immergerci di più nell’indifferenziato, nell’ambiguità.

Bleger (1967a) dice anche: “Nel caso di situazioni altamente persecutorie, che il soggetto non può affrontare perché sarebbe precipitato in una totale disorganizzazione o in uno stato di disgregazione psicotica, ne offusca le contraddizioni o la persecuzione che esperisce e regredisce nell’ambiguità.”

Amati Sas (2020) sottolinea come il nucleo ambiguo non possa rimanere senza depositari nel mondo esterno. Se il depositario viene perduto un altro legame simbiotico tenderà a ristabilirsi immediatamente nel contesto esterno. 

Potremmo dire che per navigare attraverso l’oceano della vita la nostra canoa deve essere assicurata fermamente al bilanciere esterno, affinché questi possa sorreggere la parte di meta-Io che ci dobbiamo depositare.

CONCLUSIONI

Ciò che mi sono proposto di evidenziare è un’immagine dell’individuo e del suo apparato mentale che, pur con parti di sé anche ben separate, è nel contempo profondamente fusionalmente connesso a ciò che lo circonda, anche mediante connessioni largamente silenti. Ciò riguarda sia i rapporti con gli altri individui che con i gruppi, come anche con il mondo inanimato. 

L’attività mentale si svolge in una costante interazione tra la dimensione individuale e quella degli elementi psichici esterni, sia attivi nelle menti altrui (negli oggetti e nei gruppi) che nell’ambiente circostante, dove una parte importante del meta-Io è depositata. Ed è grazie a questo che possiamo usufruire di un minimo di stabilità. Nell’esterno va inclusa naturalmente anche quell’indefinibile commistione di sé e non–sé, di cui ho parlato prima. 

  Essendo costituzionalmente anfibi, perlomeno fino alle ginocchia, nell’acqua-fusione restiamo immersi tutta la vita. Questo però non è una iattura da cui doverci liberare, bensì un dono della natura, che ci consente, non solo di sopravvivere, ma anche di vivere più pienamente. Possiamo percepire questo sfondo fusionale anche con sfumature piacevoli, simili al “sentimento oceanico”, che però può essere inteso più nel senso creativo di Romain Rolland, che in quello puramente regressivo di Freud (Saarinen, 2012).

Il compito della psicoanalisi non è liberare l’individuo dalla fusione, ma rendere l’oscillazione tra separatezza e fusione libera e serena in modo da poter essere in ogni momento aggiustata in modo ottimale nell’una o nell’altra direzione. Potrebbe essere una sfida, dunque, il tentare di affinare delle tecniche per ulteriormente migliorare ed equilibrare tali interazioni, tenendo conto di tutti gli elementi in gioco.  

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