Il perturbante straniero interno Previous item OUTLINES ON TRAUMATIC... Next item ALCUNE CONSIDERAZIONI...

Vorrei riflettere sul vissuto di “perturbante”, così come descritto da Freud (1919), che pervade gli individui e i gruppi quando inaspettatamente emergono alcuni elementi del loro mondo interno. In particolare mi riferisco qui a parti dell’identità, che prima erano rimosse o scisse. 

Descriverò due tipologie di tali contenuti perturbanti. Una si ricollega alla presenza dello “straniero interno”, cioè a elementi rimossi della propria identità etnico-nazionale. 

L’altra si riferisce alla perturbante scoperta di un’immagine di sé, o del proprio gruppo-nazione, ben diversa da quella di cui si è pienamente consapevoli. E’ l’immagine di sé deturpata dai crimini commessi durante la guerra, che era stata relegata in parti scisse del proprio Sé.

GRUPPALE  E  INDIVIDUALE

Come psicoanalista non posso che iniziare con una citazione di Freud (1921), particolarmente attinente al tema che tratto. Nella Psicologia delle masse e analisi dell’Io scrive, infatti: “Ogni singolo è un elemento costitutivo di molte masse, è – tramite l’identificazione – soggetto a legami multilaterali e ha edificato il proprio Ideale dell’Io in base ai modelli più diversi. Ogni singolo è dunque partecipe di molte anime collettive … e al di sopra di queste, può sollevarsi fino ad un minimo di autonomia ed originalità.”

Riporto anche un passo di Bion (1961) dalle Esperienze nei gruppi: “Nessun individuo, per quanto isolato nel tempo  e nello spazio, può essere considerato estraneo a un gruppo o privo di fenomeni di psicologia di gruppo.” e ancora “Ci sono delle caratteristiche nell’individuo di cui non si può comprendere il vero significato, se non ci si rende conto che fanno parte del suo patrimonio di animale sociale; la loro attività non può essere rilevata se non si cerca di osservarla nel terreno di studio adatto, che in questo caso è il gruppo.”

L’estrema complessità della psiche si manifesta anche nell’essere contemporaneamente attiva su una grande varietà di piani diversi, che vanno poi ad integrarsi in maggiore o minore misura. Questi piani possono anche confliggere, come pure rimanere relativamente scissi.  

In una tale visuale credo sia lecito distinguere anche quelle che Vanni (1984) chiama le aree mentali gruppali, dalle aree dello psichismo individuale. Ambedue funzionerebbero con un certo grado di indipendenza, ma al contempo ci sarebbe tra loro anche un’indispensabile osmosi, un’interdipendenza e un’integrazione. Ciò presuppone però un confine, una specie di membrana semipermeabile, che possa mantenere in un certo grado anche distinti i due ambiti: il gruppale e l’individuale. 

Quando il gruppo è in una posizione di funzionamento mentale più primitiva (quella che più avanti chiamerò schizo-paranoide) tale confine sembra più labile e possono crearsi più facilmente sia delle aree di indistinzione tra il Sé individuale e il gruppo, che delle rotture della membrana con irruzione nell’individualità di contenuti gruppali. Quest’ultima eventualità potrebbe produrre delle patologie individuali-collettive. Ho in mente i casi in cui ideologie e tirannie possono invadere i risvolti più privati delle menti di individui loro assoggettati, come pure, in direzione opposta, i tratti squisitamente personali o caratteriali di dittatori o monarchi assoluti, che a un certo punto trascendono l’ambito individuale invadendo pesantemente lo psichismo gruppale, la cultura del gruppo.

Per inciso, supporrei che mentre il vissuto relativo all’estraneo si riferisce a una qualità percettiva primitiva e generale, pertinente sia all’area individuale sia a quella gruppale, il concetto di straniero sia più specifico dell’area gruppale.

Possiamo inoltre supporre l’esistenza di oggetti interni alla cultura di gruppo che hanno una notevole penetranza nel mondo interno degli individui. Tutti viviamo, infatti, in una determinata cultura di gruppo etnico, dove il comune codice linguistico consente un incessante, rapido e quantitativamente enorme scambio di messaggi. Aldilà della comunicazione esplicita, siamo immersi in messaggi, che sotto forma di identificazioni proiettive comunicative e di contenuti che fluttuano oltre i confini dei Sé individuali, vanno a depositarsi nel nostro mondo interno, costituendovi degli sfondi culturali o coagulandosi in rappresentazioni, quali, per esempio, quella della nostra identità etnica e quelle del nostro e degli altri gruppi etnici. Si formano così anche quegli oggetti interni della cultura, che sono le rappresentazioni stereotipate dei gruppi etnici. Spesso ci accorgiamo della loro esistenza dentro di noi, solo quando entrano in conflitto con altri contenuti interni od esterni.

Anni fa a una cena mi trovai seduto vicino ad un insegnante africano. Alla fine della serata, dopo che avevamo conversato sulla vita nel suo paese, sul quale mi ero dimostrato molto interessato, con un amabile sorriso mi elencò una sfilza di pregiudizi razzistici, che erano impliciti nel mio modo di intendere e di chiedere e che evidentemente provenivano da radicati stereotipi più o meno inconsci, che mio malgrado si erano accumulati dentro di me tramite i messaggi culturali ai quali ero stato esposto nel corso della mia vita. Evidentemente erano anche stereotipi fortemente deformati e potremmo dire prevalentemente schizo-paranoidi.

POSIZIONI: AMBIGUA, SCHIZO-PARANOIDE E DEPRESSIVA

In questo scritto userò i concetti di posizione, introdotti in psicoanalisi da Melanie Klein (1952), estendendoli allo psichismo gruppale, poiché li ritengo delle metafore descrittive ed esplicative oltremodo utili. Indicano al contempo modalità diverse di attribuire significato ai contenuti mentali, modalità diverse di relazione con gli oggetti, costellazioni diverse di meccanismi di difesa e differenti tipi di angosce.

Secondo la Klein gli esseri umani nella prima infanzia passano fisiologicamente attraverso una posizione schizo-paranoide, nella quale il bambino scinde tutto il vissuto in buono o cattivo e vive come parte di sé solo gli aspetti buoni, mentre espelle, proietta all’esterno di sé tutti gli aspetti negativi, come l’aggressività che lo farebbe sentire cattivo, o le debolezze, che gli susciterebbero un senso angosciante di impotenza. Prova poi angosce persecutorie, non solo a causa degli aspetti frustranti della realtà, ma anche per i fantasmi che egli stesso ha creato, attribuendo all’ambiente esterno le proprie fantasie aggressive. Così un bambino al buio non ha solo il timore realistico di inciampare, ma anche la paura del lupo che lo può divorare. Quando l’Io matura e si rafforza, il bambino riesce a consolidare la posizione depressiva, cioè riesce a sopportare al proprio interno anche le proprie mancanze, i propri impulsi aggressivi e può provare il senso di colpa che stimola poi la riparazione, la ricostruzione e la creatività. Nei confronti dello stesso oggetto possono essere tollerati sia l’amore che l’odio, che così si mitigano reciprocamente. E’ nella posizione depressiva che è possibile una percezione della realtà più adeguata, meno deformata dalle proiezioni. L’altro può essere vissuto come simile a sé, come soggetto che pensa e sente. Si può allora provare colpa se lo si danneggia e preoccuparsi di ripararlo. Per tutta la vita poi gli uomini e i gruppi oscillerebbero tra le due posizioni, regredendo a quella schizo-paranoide ogni qualvolta non sono in grado di reggere la posizione depressiva, sia per la loro intrinseca debolezza, che per il carico emotivo che l’ambiente può loro richiedere.

Se l’Io è troppo fragile, o se il carico di negatività da integrare è eccessivo, per evitare la disintegrazione della psiche, bisogna proiettare e mantenere all’esterno (negli altri) la propria aggressività, il senso di non valore, i sentimenti di colpa. Sono così sempre gli altri che minacciano, non valgono, sono colpevoli. Da questa artificiale posizione di vittima innocente si può aggredire “per legittima difesa” senza sentimenti di colpa. 

Caratteristiche della posizione schizo-paranoide sono: la prevalenza della comunicazione mediante identificazioni proiettive, l’idealizzazione di sè, l’assoluta negativizzazione dell’altro, e la rigidità di tale visione in bianco e nero.  

Rifacendomi a Bleger (1967), come anche a Ogden (1989) e a Tagliacozzo (1990), aggiungerò una terza posizione, che qui chiamerò ambigua, più primitiva rispetto alle classiche due. In particolare considero l’angoscia prodotta da una regressione che tende ad andare, oltre quella schizo-paranoide, fino alla confusione, all’indifferenziazione, all’ambiguità. Alle angosce depressive legate alla preoccupazione per la sorte dell’oggetto e a quelle paranoidi connesse alla sopravvivenza del soggetto minacciata da un persecutore, si possono aggiungere pertanto quelle catastrofiche connesse al timore della disgregazione, dell’annichilimento. 

Questa sequenza può rappresentare la linea dello sviluppo, della maturazione di un’identità, sia del singolo, che di un gruppo. Ma le “posizioni” più mature non sono mai tappe acquisite definitivamente, poiché l’esistenza umana comporta continue oscillazioni progressive e regressive su questo tracciato. (Sottolineo che, pur essendo la denominazione delle posizioni tratta dalla psicopatologia, in realtà connotano aspetti fisiologici del funzionamento mentale, che solo nei loro aspetti esasperati possono sconfinare nella patologia.)

Di fronte ad un pericolo il gruppo regredisce fisiologicamente dalla posizione depressiva a quella schizo-paranoide, più adeguata alla difesa, alla guerra o alla conquista per sopravvivere, poiché comporta il serrare le file, una forzata omogeneizzazione all’interno del gruppo, l’individuazione di un nemico comune, l’intensificarsi dell’investimento affettivo all’interno del gruppo stesso e dell’investimento aggressivo verso l’esterno. L’attestarsi in questa posizione assolve anche la funzione di preservare il gruppo dalla ulteriore regressione nella posizione ambigua, nella quale l’identità si confonderebbe, il gruppo si disgregherebbe cessando di esistere e i suoi membri si disperderebbero, paralizzati dall’angoscia catastrofica di aver perso la nicchia socio-ecologica in cui vivevano.

Per fare un esempio, basti pensare a come l’addestramento militare avvenga fondamentalmente in una posizione schizo-paranoide, in cui il nemico è disumanizzato e presentato come portatore di un’aggressione crudele e ingiustificata. Quando durante un operazione militare (quale quella americana in Vietnam o quella sovietica in Cecoslovacchia nel 1968) le truppe d’invasione cominciano a scoprire che il nemico non gli aveva aggrediti, che ha un volto umano, che desidera vivere in pace a casa propria e che loro non sono lì per difendere qualcuno, ma sono essi stessi gli aggressori – quando l’aggressività proiettata nel nemico viene così riconosciuta come propria – si ha il passaggio dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva, insorge il senso di colpa e la capacità combattiva crolla, rendendo necessaria la sostituzione delle truppe e determina alla fine la sconfitta.    

LA SCOPERTA DELLO STRANIERO INTERNO

Le situazioni di confine sono un laboratorio di studio ricchissimo di dati, per chi si interessa alla psicologia dei gruppi e ai conflitti etnici. In società più omogenee molti fenomeni rimangono occultati nello scontato o non diventano oggetto del pensare perché non sono connessi a conflitti. Nelle aree etnicamente miste, invece, tali contenuti spesso si impongono per il loro ipertrofico investimento affettivo e per la loro macroscopica distorsione.

Vivo a Trieste, dove tra i gruppi etnici, che vi coesistono, c’è una conflittualità perdurante nel tempo, pur con periodiche esacerbazioni ed attenuazioni. Vi erano immersi i nostri genitori e lo sono già anche i nostri figli, come parte viva di vicende che ci suscitano emozioni ed angosce, a volte anche intense.

Poiché sono parte di una minoranza, quella slovena, che dispone di pochi strumenti concreti, atti a contenere le pressioni della maggioranza, è naturale che sia nato in me il desiderio di capire, di decifrare, di interpretare ciò che accade, per tentare, più o meno illusoriamente, di avere un qualche controllo sugli avvenimenti, se non altro sulle loro ripercussioni nel mio mondo interno.

Da una tale esigenza, sostanzialmente difensiva, nasce il tentativo di usare lo strumento psicoanalitico come chiave di lettura dei fenomeni gruppali nei quali sono coinvolto. 

In un membro di una minoranza etnica (e oggi in Europa ciò comprende alcune decine di milioni di persone), come pure in un figlio di genitori misti, è ovvio che si andranno depositando al suo interno elementi delle due culture alle quali è esposto. Ciò potrà far sì che le vicende della sua identità etnica possano essere tutt’altro che semplici. In una situazione del tutto serena e priva di pressioni, potrà riconoscere dentro di sé la presenza di elementi di tutte e due le culture. A un certo punto una potrà anche prevalere, permettendogli di identificarsi preminentemente con uno dei gruppi, di sentirsene parte, senza dover peraltro rinnegare l’altra componente della sua identità, l’altra sua parziale appartenenza. Questa sarebbe la situazione ideale e potremmo collegarla al prevalere della posizione depressiva nei vissuti dei gruppi che colà convivono.

Il più spesso però non è così, perché le tensioni interetniche e i frequentemente presenti traumi collettivi del passato tendono a rafforzare nello psichismo gruppale la posizione schizo-paranoide, con tutto ciò che questo inevitabilmente comporta: scissioni, dinieghi, proiezioni, idealizzazioni ecc. In questa posizione vige tra l’altro la legge del “tutto o nulla”, del “con noi o contro di noi”, per cui il singolo è forzato a riconoscersi in un solo gruppo e a perseguire la “purezza” della sua appartenenza. I mezzosangue tendono ad essere disprezzati da ambedue le parti e rischiano, in caso di conflitto, di non potersi avvalere della rassicurante protezione di nessuno dei due gruppi, rimanendo isolati ed esposti agli attacchi di ambedue. Diventano allora imperanti le “assimilazioni proiettiva ed introiettiva”, come le chiama Sacerdoti (1987), per cui ogni gruppo cerca di assimilare a sé il maggior numero di individui, specie tra quelli “misti”, come anche molti di questi cercano di assimilarsi a uno dei gruppi, di solito a quello dominante. Ciò comporta evidenti forzature rispetto a parti del proprio sé e della propria storia. Si vengono a creare – a questo livello – dei parziali falsi sé etnici e viene impedito il poter vivere ed esprimere liberamente le diverse componenti della propria identità.

A Trieste, dove per oltre un secolo ha largamente predominato un’atmosfera collettiva schizo-paranoide, ci si ritrova ancorati ad artificiali certezze sulle proprie identità etniche: sloveni “puri” da generazioni da una parte, italiani “italianissimi” dall’altra. 

E’ così che è potuto accadere a Trieste, che un italiano sia rimasto perturbato, quando la madre anziana colpita da un ictus cerebrale ha cominciato a parlare solo in sloveno. Lui non aveva mai saputo, che lei lo parlasse e che, per convenienza sociale, gli aveva sempre tenuta nascosta la propria madrelingua.

Capita di potersi sentire perturbati quando una parte rimossa della propria identità di gruppo emerge all’improvviso. Si può provare sconcerto anche quando, pur essendo riusciti con una faticosa elaborazione a rafforzare la posizione depressiva, si scoprono risvolti sconosciuti, o rimossi, della propria complessa identità etnica.

Solo recentemente, con mia grande sorpresa, mi è sorto il dubbio, che prima non mi aveva mai sfiorato, su quale sia stata la lingua in cui ho parlato con i miei genitori nei miei primi tre anni. Ho sempre dato per scontato che fosse stato lo sloveno, la lingua di ambedue i miei genitori e nella quale abbiamo sempre parlato in casa, da quando ricordo. Ho scoperto però un diario, che mia madre tenne durante il mio primo anno di vita, era il 1942, ed è scritto in italiano. Quanta tenerezza ed affetto espressi in una lingua, che poi per me sarebbe stata sempre e soltanto la lingua dell’ambiente extrafamiliare! Ma sì, non ci avevo mai pensato, i miei avevano camuffato la loro identità. Come avrebbero potuto spiegare a un bimbetto allora, che la lingua in cui parlava con sua madre, non si poteva far sentire in strada, perché ciò poteva essere pericoloso? E’ molto probabile che lo sloveno sia potuto ridiventare la lingua d’uso nella mia famiglia solo a partire dal primo maggio 1945. Devono essersi sentiti molto in colpa i miei di tutto ciò, per avermelo tenuto nascosto. Prima di allora lo sloveno doveva essere stato per me solo la misteriosa lingua dell’intimità dei miei genitori. Se però, come dicono recenti studi, le lingue imparate precocemente interessano aree cerebrali diverse da quelle imparate in età successive, dove sarà collocato il mio sloveno? Allora il nocciolo della mia identità etnica di che colore è?

Ma le insidie sulla certezza della propria identità non sembrano finire mai. Alcuni anni fa rimasi sconcertato da un incontro con una parente, che dopo l’infanzia vedo pressoché solo ai funerali. Pur avendo lei frequentato le scuole slovene fino al liceo, ora afferma di non saper più parlare lo sloveno: ha scelto di essere solo ed esclusivamente italiana. Anche se in un gruppo minoritario ogni defezione viene vista come un tradimento, poiché è proprio il numero uno dei punti deboli di ogni minoranza, mi ero “democraticamente” già rassegnato alla sua scelta. Ma ciò che quella volta mi infuriò era stato il fatto che voleva portare con sé “dall’altra parte” anche le mie radici. In quel incontro infatti affermò, è ne sembrava assolutamente certa, che nostro nonno era sempre stato italiano, che lei con lui aveva sempre parlato italiano. Al momento fui assalito dai dubbi: e se aveva ragione lei? Se tutta la slovenità della famiglia era un artefatto ed io ero stato ingannato? Eppure, non c’è dubbio, io da quando ricordo con i miei nonni avevo sempre parlato sloveno! O no? 

Proprio allora erano usciti quasi in contemporanea due libri sulla storia del paesino (oramai inglobato nella città di Trieste) in cui ero nato e cresciuto e in cui per secoli erano vissuti i miei avi. Ma i due testi sembrano parlare di due villaggi affatto diversi. In uno appare come se mai nessuno sloveno vi avesse abitato e il termine stesso “sloveno” vi è evitato con una fobica accuratezza. (E chi lo ha scritto è peraltro uno che in quel paesino è stato mio compagno di banco nelle scuole slovene dalla scuola materna alla fine del liceo!) Nell’altro, scritto dal cappellano, vi si descrive la ricca e variegata storia etnografica e culturale slovena dello stesso villaggio. Sono scissioni che rischiano di far perdere la bussola.

E una volta la bussola per un attimo la persi. Ero a Capodistria e parlavo con un appartenente alla minoranza italiana in Slovenia. La prima incertezza fu in quale lingua parlare, essendo ambedue bilingui. Scegliemmo lo sloveno. Quando però notai che lui parlava uno sloveno migliore del mio, ebbi una specie di vertigine e mi sentii annaspare internamente alla ricerca di un qualche punto di riferimento. La mia identità slovena era evidentemente in qualche modo basata anche sull’immagine complementare dell’identità degli italiani, che a Trieste per definizione non parlano lo sloveno. Lo stereotipo di un italiano che parlasse lo sloveno non era presente nei miei schemi culturali. Se lui parlava lo sloveno meglio di me, io ero meno sloveno di lui, ma siccome lui era italiano, allora io ero più italiano di lui? Un aspetto più profondo di quest’angoscia è legato al timore, sentendo vacillare ambedue le identità, di restare senza un’identità, senza una nicchia gruppale da riconoscere come propria e in cui esservi riconosciuto ed accettato.

Sciando nel Sud Tirolo alcuni anni fa mi era capitato di trovarmi ad aspettare una salsiccia davanti a un chiosco e di vedere serviti solo coloro che la chiedevano in tedesco. Preso da un’ira che sentivo sacrosanta, mi venne da battere il pugno sul tavolo e da gridare: “Qui siamo in Italia e si parla italiano!” Mi trattenni all’ultimo momento, perché quella frase mi suonava nota. Era la frase con la quale un ignoto passante cinquant’anni prima in una via di Trieste aveva appioppato uno schiaffo a mia madre adolescente, perché stava chiacchierando in sloveno con un’amichetta. Lo sconcerto sugli sci era dovuto a un intreccio di fattori. Mi aveva sorpreso soprattutto il fatto che, al di fuori del per me abituale contesto dei rapporti italiani-sloveni in cui mi identifico come sloveno, si fosse manifestata con tale intensità una mia parziale identità italiana, di cui non ero ben consapevole. C’era certamente anche una componente legata all’identificazione con l’aggressore (se si pensa all’episodio occorso a mia madre), ma anche una propensione ad identificarsi con un gruppo subalterno e minoritario, quali erano là gli italiani in attesa delle salsicce e più in generale, a volte per certi aspetti, gli italiani nel Sud Tirolo. Ancora più sottilmente vi si poteva scorgere il disagio per lo smascheramento di una mia nascosta possibilità di difesa, consistente nel potermi a volte inconsciamente camuffare da italiano per sgusciare, almeno nella fantasia, da una situazione subalterna in quella dominante. Essendo però ciò un colpevole tradimento del mio gruppo, poteva essere agito solo molto discretamente, in modo da restare inconscio. In quell’occasione con la foga mi ero evidentemente smascherato di fronte a me stesso.

Similmente un collega ebreo nato e cresciuto in Germania, raccontava come da adolescente gli fosse capitato di trovarsi in una piazza in cui manifestava una folla di giovani della Hitler Jugend e come a un certo punto si fosse accorto con sconcerto di star gridando con loro “Sieg Heil!”. Dieci anni dopo la guerra era tornato in Germania con la moglie americana, ma provò un acuto malessere quando si accorse, che le faceva vedere i monumenti della “nostra” storia, le “nostre” città, che cioè recava profondamente iscritta in sé anche una perturbante identità tedesca. 

L’INTROIEZIONE  DELL’IMMAGINE  NEGATIVA  

CHE  IL  GRUPPO DOMINANTE  HA  DI  NOI

Riprenderei il discorso sugli “oggetti interni alla cultura”, collegandolo ai concetti kleiniani di posizione. Anche nello sviluppo dell’identità dei gruppi etnici potremmo intendere uno sviluppo che comprende la capacità di rendere in progressione operanti tutte e tre le posizioni. Da un’iniziale ambigua indifferenziazione (riprendendo Bleger, 1967), in cui l’identità ancora non c’è, si passerebbe alla posizione schizo-paranoide, dove la scissione differenzia grossolanamente gli opposti, il me dal non-me (delineando così un’identità) e il buono dal cattivo. In questa pur indispensabile fase immatura si idealizza la propria patria e si proietta tutto il male nei nemici. Si formano i miti fondanti del gruppo, che sono in genere schizo-paranoidi. Poi si giunge – almeno si spera – a una posizione depressiva, la quale consente una visione più integrata, più realistica di sé e degli altri. A questa direttrice di sviluppo diacronico si aggiunge poi una costante oscillazione sincronica tra le posizioni, che comprende purtroppo anche la possibilità di massicce regressioni (per es. il nazionalismo fascista).

Credo che il nazionalismo e il razzismo consistano in sostanza nel vissuto del proprio gruppo e degli altri gruppi in un’ottica in cui la posizione schizo-paranoide è ipertrofica. Nella misura in cui un gruppo ristagna a lungo in questa posizione, produrrà anche stereotipi schizo-paranoidi, che pervaderanno la cultura di gruppo e le menti dei singoli.  

Gli stereotipi, le immagini che la cultura di gruppo fornisce alle menti degli individui, diventano degli oggetti interni, o meglio delle immagini di modalità di relazioni con determinate categorie di oggetti (per esempio gli appartenenti al proprio e ad altri gruppi). Se questi stereotipi non si formano in un’atmosfera culturale, dove la posizione depressiva è ben radicata, ma prevale invece la posizione schizo-paranoide, saranno molto poco aderenti alla realtà: quelli che rappresentano gli altri saranno deformati da contenuti negativi di sé proiettati in loro, quelli che rappresentano sé e il proprio gruppo saranno invece esageratamente idealizzati e depurati di ogni difetto. Solo la posizione depressiva consente di vivere l’altro come simile a noi, dotato di una vita mentale indipendente, con cui sia possibile identificarsi, stabilire un rapporto empatico e nel contempo di tollerare il vuoto e la separatezza, il “non conoscere”, l’alterità, senza proiettarvi eccessivamente, senza viverla persecutoriamente e senza un eccessivo senso del perturbante.  

In certi periodi, a causa di situazioni storiche sentite come minacciose o di traumi collettivi non elaborati, possono instaurarsi posizioni schizo-paranoidi estremamente virulente e cariche di distruttività, quali quasi ogni popolo europeo ha purtroppo ampiamente sperimentato nel secolo che si è appena concluso (il fascismo, il nazismo, il comunismo). In queste maligne ipertrofie schizo-paranoidi l’altro, deformato dalle proiezioni, può alla fine perdere ogni caratteristica di positività, di similitudine, di umanità, per cui non è più possibile identificarsi con lui. Così assolutamente negativo, viene demonizzato e disumanizzato finendo con il diventare un giudeo, un bolscevico, un fascista, uno slavo, un muso giallo, un ustascia, un cetnico, un kosovaro albanese, un musulmano (e questo tragico elenco non sembra purtroppo mai esaurirsi), che non ha più nulla di umano, diventa un fantoccio e lo si può allora stuprare, torturare e uccidere, senza pietà, senza sentimenti di colpa.

Il ruolo dell’immagine disumanizzata dell’altro la possiamo ricollegare sia a quanto Levi Strauss (1967) ci ricorda: “l’umanità cessa alle frontiere della tribù”, sia a uno dei requisiti del perturbante di Freud, che “un essere apparentemente inanimato sia vivo davvero”. 

Potremmo immaginare che in una zona etnicamente mista come la nostra, dove per un secolo “l’altro” è stato disumanizzato e demonizzato (“barbari infoibatori slavo-comunisti” e “italiani torturatori fascisti”), possa essere particolarmente perturbante – a livello gruppale – gìa la sola presenza di quest’altro nella “nostra” città, nel “nostro” gruppo (ed ecco le separatezze e le reciproche chiusure che hanno  caratterizzato Trieste), sia – a livello individuale – la scoperta, addirittura dentro di noi, di parti dell’identità così negativizzata, disprezzata e devitalizzata dell’altra etnia. Cosa, quest’ultima, peraltro quasi inevitabile in chi, vivendo in una zona etnicamente mista, non può non assorbire elementi della cultura dell’etnia con cui è a contatto e nella quale ha frequentemente anche radici familiari. Tutto ciò tende a riaffiorare e richiede un costante dispendio di energia per mantenere la rimozione o la scissione.  Si configura così anche la situazione del “sosia”, poiché “l’altro”, l’appartenente all’altra etnia, viene a presentificare una parte di questo  ”familiare” rimosso (che magari è realmente un genitore o un nonno dell’altra etnia). Per rafforzare la rimozione sono allora necessarie difese, quali le formazioni reattive che si esprimono con iperboliche affermazioni di “italianissimità”, o con l’ossessiva cancellazione e “purificazione” della città da qualsiasi segno esteriore della esistenza dell’altro: scritte, parole pronunciate in sloveno ecc.

Un fattore importante nel fenomeno del “perturbante” sono i confini del Sé (sia gruppale che individuale). Il sosia li fa vacillare (“se lui è me, i miei confini vanno ben al di là di ciò che pensavo e lo includono: lui sono io?”). Ciò diventa perturbante se “lui”, non appartenendo alla “tribù”, è vissuto come qualcosa di non umano, che però scopriamo essere presente anche dentro di noi, esser parte di noi.

* * *

Ritorniamo al mondo interno di chi cresce e vive in ambienti dove coesistono più gruppi etnici con le loro culture. A differenza di quanto vale per gli appartenenti alla maggioranza, un membro di un gruppo etnico minoritario viene ad aver introiettato più immagini della propria (e anche della altrui) identità etnica. Troverà infatti inevitabilmente al suo interno due stereotipi della sua identità etnica: uno corrispondente a come il gruppo minoritario vede sé stesso, ma anche un’immagine della propria identità come la vede la maggioranza. Analogamente avrà introiettato anche due immagini della maggioranza: una di come se la rappresenta il suo gruppo minoritario e una di come la maggioranza si rappresenta sé stessa. 

Nelle situazioni in cui i nazionalismi predominano, queste immagini interne saranno strutturate su una base schizo-paranoide e pertanto molto divergenti tra loro. In particolare gli appartenenti alle minoranze, loro malgrado, vengono ad introiettare dalla cultura maggioritaria, con la quale vivono in continuo stretto contatto, essendovi praticamente immersi, inevitabilmente anche gli stereotipi più negativi relativi alla propria identità di gruppo.

Queste immagini negative di sé, della propria identità etnica, le troviamo prevalentemente nei membri dei gruppi minoritari, poiché questi vivono permeati anche della cultura maggioritaria, mentre i membri del gruppo dominante in genere non hanno contatti significativi con la cultura minoritaria, così che gli stereotipi negativi, che questa può produrre della identità della maggioranza, hanno nei loro confronti un basso coefficiente di penetranza. Infatti non esistono epiteti, con i quali un membro di una comunità più debole possa ferire chi appartiene a un gruppo più forte, mentre c’è sempre un ampio repertorio di denigranti espressioni, che feriscono profondamente i membri dei gruppi più deboli. Dire: “Negro!” ferisce, ma non certo il dire: “Bianco!” Il dolore e il turbamento sono risvegliati dall’evocazione del divario di potere, ma soprattutto di valore, che l’epiteto evoca (e qui entra in risonanza la fantasia di castrazione, che Freud collega con il perturbante). E lo evoca tanto più, quanto più risveglia, in chi ne è bersaglio, la faticosamente controllata immagine negativa di sé, già da tempo assorbita e continuamente rievocata e rafforzata dai messaggi svalorizzanti provenienti dalla cultura dominante.

Fornari scrive (1966, p.128): “Ciò che è condiviso da un gruppo di uomini ha in sé, in modo autonomo, la fonte della validità, indipendentemente dalle verificazioni nel mondo della realtà.” Su questa base si creano e si perpetuano i miti nazionali e religiosi, così come gli stereotipi sull’immagine di sé e degli altri. Il contatto con appartenenti ad un altro gruppo è perturbante anche perché, non condividendo l’altro le stesse credenze, gli stessi miti e gli stessi stereotipi, ne mette in crisi la validità, la scontatezza, il che mette in crisi l’identità del gruppo. Riconoscere l’altro come nostro simile, come attendibile, dà dignità di verità anche alle sue opinioni. Per difendere la coesione del nostro gruppo siamo così portati a screditare l’altro. 

E’ possibile così notare come gli sloveni che vivono in Italia provino una certa ansia e preoccupazione nel cercare, come una coazione a ripetere, continue conferme della propria esistenza. E’ quasi inevitabile che uno sloveno di Trieste di fronte ad un’enciclopedia vada a verificare se vi si trova la voce relativa a qualche personaggio della cultura o della storia slovena e che si senta sollevato già se la stessa voce “sloveni” esiste. La reazione emotiva di angoscia prima e di sollievo poi è collegata a un’immagine di sé introiettata dalla dominante cultura triestina italiana, che per oltre un secolo ha definito gli sloveni come un popolo senza storia, senza un solo personaggio a cui sia degno intitolare una via cittadina, con una lingua che è inutile se non addirittura vergognoso imparare, come una comunità che, non avente nulla di interessante da conoscere, in città – e così nella mente o nella cultura della maggioranza – non deve esistere. E’ pertanto profondamente introiettata in ogni triestino sloveno, oltre all’immagine della propria identità etnica idealizzata, anche la complementare immagine di sé svalorizzata, che gli proviene dalla cultura del gruppo triestino italiano e che deve essere costantemente tenuta a bada con un notevole dispendio di energie. La prima tende ad ipertrofizzarsi per compensare la seconda, ma in realtà non fa che rafforzare il senso di insicurezza, poiché tutto ciò ostacola il formarsi di una più realistica immagine di sé, che consentirebbe di viversi in modo più ricco ed integrato.

Qualcosa di analogo si riscontra oggi nelle scuole di tutta Europa, dove ci sono sempre più bambini immigrati che vi arrivano improvvisamente, sradicati dalle loro culture di origine, delle quali di solito i loro compagni e gli insegnanti non sanno nulla e perciò in genere a scuola non se ne parla. E’ un po’ come se tali culture non esistessero, come se i neoarrivati provenissero dal nulla, portando con sé il nulla e questa specie di azzeramento pesa terribilmente sulle loro fragili autostime, caricate già del peso di non essere all’altezza dei loro compagni nella conoscenza della cultura che li ospita. Fortunatamente si stanno introducendo nelle scuole le figure dei mediatori culturali, che offrono a questi bambini una qualche possibilità di valorizzare gli elementi delle loro identità di origine e anche di farle conoscere ed apprezzare ai loro compagni europei.

Mi è sembrato di cogliere un esempio estremo del meccanismo dell’introiezione dell’immagine negativa del proprio gruppo, quando, a seguito del suicidio dello psicoanalista Bruno Bettelheim, un amico ebreo mi disse con grande inquietudine: “Lui non doveva farlo!” Il suo tono mi aveva sollevato una intensa angoscia e una terribile fantasia controtransferale che poteva suonare così: “Uccidendosi ha confermato l’immagine che gli è stata introdotta e cioè che, come ebreo, non aveva diritto alla vita!” Come se Bettelheim avesse lottato per anni, per poi soccombere, contro questo mortifero stereotipo della sua identità di gruppo, introiettato, suo malgrado, dalla cultura nazista, nella quale era stato costretto a vivere nel rapporto regressivo di totale dipendenza del lager. C.Bollas (1987) ha descritto la “identificazione proiettiva predatrice”, con la quale il torturatore riesce ad imprimere nella vittima, ridotta a una totale dipendenza, la propria ideologia e mentalità. Con le stesse modalità “predatorie” il carnefice può immettere nella vittima anche l’immagine che lui ha della vittima, come descritto anche da Silvia Amati (1998). 

Chi nasce e cresce con un’unica identità di gruppo, e vi si trova a vivere completamente immerso, vi è prevalentemente fuso e ciò non gli solleva particolari problemi finché vive in quel contesto. Ma non appena ne esce e si trova minoritario, e basta che perciò vada all’estero, dove si viene a trovare in una posizione di debolezza, diventa suscettibile di poter provare l’angoscia legata a un’immagine negativa di sé e di dover difendere gli aspetti gruppali della propria identità. Basta immaginare ciò che dovevano provare gli emigranti italiani fino a qualche decennio fa o anche ciò che a volte capita di provare agli italiani in qualche congresso internazionale, potendovi vedere negata la loro lingua o svalorizzata la loro identità. Quando si vengono improvvisamente a trovare nella condizione di minoranza.

NELLA  STANZA  DI  ANALISI

Uno dei fini del trattamento psicoanalitico è di rendere i pazienti sempre più liberi ed elastici nel poter spostare il baricentro del loro senso di sé sui vari oggetti interni. Per dirla con Grinberg (1976), di poter spostare dall’orbita al nucleo del sé e viceversa certi oggetti interni con cui potersi transitoriamente identificare. Potersi cioè sentire a libera scelta bambini, adulti, fratelli paritari, attivi, passivi, maschili, femminili, paterni o materni, a seconda delle circostanze esterne e delle esigenze interne. Così anche il senso di identità etnica, quando questa è composita, dovrebbe potersi spostare nelle sue varie componenti, per utilizzarle al meglio, per far vivere più riccamente tutti i risvolti del proprio Sé.

Una ventina di anni fa, in una tavola rotonda sul tema dell’identità etnica, mi ero chiesto, come mai nelle analisi dei miei pazienti italiani non comparisse pressoché mai la conflittualità interetnica, che pur infiammava la città e riempiva le colonne dei giornali locali. E sì che per molti pazienti io ero forse l’unico sloveno con cui avevano un rapporto significativo. Allora feci due ipotesi. Una era che forse ambedue colludevamo nel tenere fuori dall’analisi una tematica inquietante, l’altra era che forse quella etnica era invece una tematica gruppale, che aveva uno scarso ruolo nell’individuale, per il quale l’analisi è attrezzata. Non saprei ancora scegliere tra queste due ipotesi. Anzi, propenderei per considerarle ambedue valide, poiché una non esclude affatto l’altra.

In analisi compaiono a volte tematiche etniche, ma spesso solo come modalità narrative o rappresentative di altri contenuti. In particolare sui temi di vicinanza-distanza, maggiore o minore familiarità, come mezzo per rafforzare o difendersi da certi aspetti transferali.

Sono portato a credere che l’etnicità sia un fenomeno prevalentemente gruppale, che solo indirettamente entra nel rapporto duale della stanza di analisi, a meno che, come accennavo all’inizio, i contenuti gruppali non invadano lo spazio dello psichismo individuale in seguito a una loro particolare violenza, che riesca a rompere la barriera che separa e distingue il gruppale dall’individuale. In genere il gruppo nella sua funzione di contenitore, e da qui anche l’importanza di una appartenenza, tenderebbe anche a preservare il confine tra gruppale e individuale. Non è un caso che nei gruppi coinvolti in conflitti sia così forte il senso di aggregazione. Credo che ciò avvenga anche perchè un conflitto provoca una regressione ed un irrigidimento nella posizione schizo-paranoide, nella quale i confini tra l’individuo e il gruppo sono meno chiaramente definiti, la circolazione di identificazioni proiettive è molto più intensa e tutto ciò rende il gruppo più coeso ed omogeneo. Nella posizione depressiva i confini del Sé, anche nei confronti del gruppo, sono più definiti e ciò rende all’individualità maggiori spazi di autonomia e di libertà di esprimersi, c’è meno pressione ad omogeneizzarsi al gruppo.

I meccanismi psichici elementari, quali quelli legati alle citate posizioni kleiniane, sono comuni sia alle aree mentali individuali che a quelle gruppali. Pertanto aiutare un paziente a rafforzare la posizione depressiva, può avere indirettamente un benefico effetto anche nel funzionamento delle sue aree mentali gruppali, consentendogli così, tra l’altro, di vivere anche la propria identità etnica in modo meno rigido, meno univoco, potendo fruire anche della ricchezza di introiezioni eterologhe, che può scoprire dentro di sé. Lo scoprire uno “straniero interno” può non essere più inquietante, ma anzi arricchente.

Esiste naturalmente anche il problema di come poter aiutare i grandi gruppi, come quelli etnici, a rafforzare la loro posizione depressiva ed uscire dalle ipertrofie schizo-paranoidi. Non è certo questo un compito dei divani psicoanalitici. Credo sia precipuamente compito della cultura, nel senso stretto della parola, cioè di quello strato della società che pensa, riflette, elabora e nel quale anche gli psicoanalisti possono avere un loro posto. La cultura, così intesa, svolge infatti, a mio avviso, una funzione psicoanalitica nei confronti della società.

LA PAURA DELL’IMMAGINE  DI  SE’  DOPO LA  GUERRA

Mi proporrei di esaminare brevemente l’accadere mentale, sia sul versante individuale che su quello gruppale, nella posizione schizo-paranoide correlata alla guerra, per poi considerare le difficoltà che dopo il conflitto ostacolano il passaggio alla posizione depressiva, la quale consente un assetto mentale molto più adeguato ai periodi di pace. In particolare mi soffermerò sulla difficoltà di integrare, durante la pace, nell’immagine di sé ciò che si è sentito, pensato e agito nella posizione schizo-paranoide durante la guerra.

La guerra, uno dei cavalieri dell’Apocalisse, che ha da sempre accompagnato l’umanità e che sembra destinata, almeno per un bel po’, ad accompagnarla ancora, suscita negli individui e nei gruppi intense paure reali per i loro beni, per la loro libertà e per la loro stessa sopravvivenza. Tali paure sollevano anche severe angosce catastrofiche e spingono gli individui e i gruppi alla ricerca di un assetto mentale, che sia il più adatto a fronteggiare sia le paure e i pericoli esterni che le angosce interne. Sembrerebbe che l’evoluzione abbia selezionato nell’uomo lo schema di un tale assetto, un assetto di guerra, costituito dalla posizione schizo-paranoide. In questa la gestione delle fantasie, delle angosce, delle difese e in generale del rapporto con se stessi e con gli altri, sembra funzionale alla sopravvivenza a qualsiasi costo.

Il gruppo in guerra regredisce dalla posizione depressiva e si attesta nella posizione schizo-paranoide. (Sarebbe più esatto dire da un funzionamento prevalentemente in posizione depressiva a uno in cui prevale quello schizo-paranoide.) Ciò è anche una difesa, il che ne spiega allora l’estrema rigidità, di fronte alla minaccia di una regressione ancora più profonda e disgregante verso la confusione, l’indifferenziazione, la disintegrazione del gruppo. Con il massiccio abbandono della posizione depressiva lo spazio del pensiero concreto si allarga a spese di quello simbolico, la spinta ad agire si rafforza a scapito del pensare. Nella posizione schizo-paranoide oltre alla atemporalità e al tutto o nulla, dominano la scissione, la negazione, l’idealizzazione e l’identificazione proiettiva, che deformano profondamente l’immagine della realtà esterna.

Nella posizione depressiva i confini del Sé, anche nei confronti del gruppo, sono più definiti, il che rende l’individuo più autonomo e più capace e libero di pensare. In un gruppo in posizione schizo-paranoide c’è invece una forte pressione all’omogeneizzazione e alla coesione. I confini dei singoli Sé si attenuano, poiché massicci movimenti proiettivo identificatori fanno penetrare negli individui con forza contenuti gruppali ricchi di concretezza, che premono nel senso di una parziale fusione con il gruppo, poiché accomunano e rendono sovrapponibile il pensare e il sentire degli individui. Tali contenuti sono sempre più largamente accettati, anche se non sono passati per il vaglio dell’Io, anche se non verificati da un adeguato pensare simbolico, anche perché, come già ricordato, “ciò che è condiviso da un gruppo di uomini ha in sé, in modo autonomo, la fonte della validità, indipendentemente dalle verificazioni nel mondo della realtà” (Fornari, 1966, p.128). Possiamo dunque immaginare nel gruppo in posizione schizo-paranoide un imponente aumento di propaggini identificatorio proiettive e introiettive che penetrano i singoli individui i quali, avvinghiati da tali invadenti tentacoli, sono forzati ad assimilarsi al pensare comune. Solo pochi riescono a resistere, poiché aggrappati a incrollabili fedi ideologiche contrarie o perché espulsi dal gruppo paranoide.

Nell’agosto del 1991 ero in vacanza in Dalmazia sull’isola di Lussino. Stava iniziando la guerra in altre zone della Croazia. Ad ogni notiziario – si riceveva solo la televisione croata –  mi univo alla folla di persone che si assiepava attonita nella saletta della televisione dell’albergo. Con il passare dei giorni sentivo salire in me l’indignazione e l’orrore per tutto ciò che gli aggressori serbi commettevano sulla popolazione croata. Mi capitò in mano un giornale sloveno – la Slovenia allora era appena uscita a buon prezzo dalla guerra e cercava in tutti i modi di tirarsi fuori dalla “pentola balcanica”. Lessi di un paesino dove degli inermi abitanti serbi erano stati massacrati da dei croati. La notizia mi evocò una profonda angoscia. Mi accorsi che cercavo di liberarmene mettendo in dubbio la notizia o tentandone una impossibile giustificazione. Mi resi conto poi che mi stavo muovendo in una posizione schizoparanoide, che non tollerava la commistione di parti buone e parti cattive. L’entità del disagio, che a momenti assumeva il tono della sofferenza, mi fece pensare a quanto maggiore doveva essere la pressione a far quadrare tutto in un’ottica paranoide su un croato, su chi non si identificava con la situazione solo temporaneamente e venendo da lontano come me, ma ci viveva dentro.

Si insinua così nei singoli un’immagine della realtà molto deformata (soprattutto dalle proiezioni e dalle idealizzazioni) ma largamente condivisa. Ciò dovrebbe suscitare intensi timori riguardo alla propria identità, che ne viene limitata. Invece molto spesso gli individui provano, nella regressione dalla posizione depressiva alla posizione schizo-paranoide una specie di sollievo, poiché si sentono sollevati sia dalla sofferenza che il mantenimento di una posizione depressiva comporta (per i crescenti sensi di colpa derivanti dalla distruttività scatenata dal gruppo), sia dalla penosa (e anche pericolosa) separazione dal gruppo e conseguente solitudine, che avverrebbe se non vi si adeguassero. La perdita di una rilevante quota di autonomia mentale dell’individuo sembra compensata da una maggiore partecipazione di questi all’identità di gruppo. Un Noi più forte compensa un Io più debole. Suppongo che seppure rimossa, l’angoscia per l’essere inghiottiti dalla massa, per la parziale perdita di identità, debba comunque sussistere da qualche parte. 

L’intenso senso di impotenza che il singolo prova nei confronti del mondo minaccioso che lo circonda spinge l’individuo ad un salvifico rifugiarsi identificatorio nel gruppo. Il gruppo, che ha bisogno di rafforzare la sua coesione, a sua volta tende a coinvolgere e ad assimilare gli individui. Si crea così una sorta di attrazione fatale. Non c’è spazio né tolleranza per le diversità. In base al paranoide tutto o nulla, che nel gruppo suona o con noi o contro di noi, si crea una minaccia di espulsione e di identificazione proiettiva, che identifica-assimila il diverso con il nemico. Ciò rende estremamente difficile il collocarsi in uno spazio intermedio o neutrale tra due gruppi paranoidi in conflitto. Il non essere partecipi di un gruppo, in situazioni così estreme, priva anche della possibilità di utilizzare le reazioni paranoidi del gruppo come difesa da quelle proprie (Jacques, 1955). 

Nei conflitti etnici nella ex-Jugoslavia è stata estremamente angosciante la posizione di coloro che non si potevano pienamente identificare con uno dei gruppi in guerra, perché figli di genitori misti o anche semplicemente perché non volevano identificarsi con le aggressive posizioni paranoidi del proprio gruppo. Spesso venivano vissuti come traditori e nemici da tutti.

La forza con cui un gruppo nella posizione schizo-paranoide impone la propria posizione ai singoli individui spiegherebbe come mai tante persone sane ed oneste (molte di più di quanto poi si ammetta) si siano lasciate coinvolgere, o per lo meno ottundere e neutralizzare, da quei formidabili campi magnetici costituiti dalle estreme posizioni paranoidi del fascismo, del nazismo e del 

comunismo. Con quanta intensità queste avevano orientato il pensare e il sentire! Non si può sostenere riduttivamente che si sia trattato di un raggrupparsi di personalità patologiche.

Simon Wiesenthal (1988) sottolinea, che le SS non tolleravano nei loro ranghi delle personalità perverse e che tra loro singoli atti delittuosi, non in consonanza con le linee delittuose imposte dai comandi, venivano spesso severamente puniti. Più recentemente, i torturatori del regime militare argentino non erano reclutati tra le personalità devianti nelle grandi città, ma tra i “bravi”, e semmai un po’ sprovveduti, ragazzi dei paesi agricoli, duttili ad essere resi paranoidi mediante un addestramento ideologico-militare

In genere il gruppo in posizione depressiva, nella sua funzione di contenitore, tende a preservare il confine tra gruppale e individuale, la membrana semipermeabile a cui avevo accennato all’inizio. Nella posizione schizo-paranoide, specialmente in situazioni di grande tensione quali quelle delle guerre e delle dittature paranoidi, i contenuti gruppali possono invece rompere la barriera, che separa e protegge tali ambiti, e pervadere violentemente lo spazio dello psichismo individuale. Ciò si riscontra anche nel rapporto tra il gruppo in posizione schizoparanoide (con il suo immancabile capo idealizzato) e l’individuo.

Con gli stereotipi, le immagini che la cultura di gruppo fornisce alle menti degli individui, le rappresentazioni degli altri fortemente deformate e disumanizzate vengono immesse nel mondo interno dei membri del gruppo.   

La regressione paranoide è estremamente contagiosa e chi è vittima di una guerra aggressiva non vi si può sottrarre. L’imbarbarimento avviene pertanto inevitabilmente anche nella vittima che si difende.

Riassumo ora alcuni aspetti principali dell‘assetto mentale di guerra che è tipicamente schizo-paranoide. L’angoscia paranoide sovverte la scala dei valori. Domina la preoccupazione per la propria sopravvivenza, mentre la preoccupazione per l’altro viene meno. La profonda deformazione delle realtà interna ed esterna, che si ha nella posizione schizo-paranoide, finisce con l’essere molto funzionale allo svolgimento della guerra. Il mondo degli oggetti coinvolti nel conflitto viene ridotto ad un oggetto-gruppo cattivo-demonizzato e un oggetto-gruppo buono-idealizzato, di cui si è parte e dal quale si è scarsamente differenziati, visto l’incremento di coesione e di omogeneizzazione. Perciò combattere per il gruppo o per sé stessi in larga misura coincide. Anzi, viene esaltato il primato dell’identificazione con il gruppo, per cui sacrificare sé stessi per salvare il gruppo garantisce l’immortalità (degli eroi nella memoria del gruppo). Il deformante tutto o nulla consente di immaginare ed attuare anche il sacrificio della propria vita, poiché se non si raggiunge il tutto: la vittoria, la distruzione del nemico, il nulla: la sconfitta, l’essere dominati, fa apparire la vita insostenibile. La profonda perdita della capacità di integrare produce la deumanizzazione del nemico che, spogliato della sua qualità umana, non è più tutelato dal tabù di uccidere. Anzi ucciderlo diventa socialmente approvato e meritorio. La riparatività nei confronti dell’avversario diventa addirittura colpevole. La distruttività assume così una dignità, che mai in tempo di pace avrebbe e ciò apre dei varchi paurosi, poiché crea ampie aree di impunità per i crimini più efferati. Ma anche l’individualità dei membri del gruppo perde di valore nei confronti del gruppo stesso, poiché una quantità di individui (impensabile in una posizione depressiva) può essere sacrificata con relativa facilità, inviandoli a combattere in situazioni disperate.

L’IMMAGINE DI SÉ DOPO LA GUERRA

Vorrei ora mettere a fuoco il trauma costituito dalla dolorosa ferita che la distruttività agita (così come quella pensata) infligge all’immagine di sé dell’individuo e/o del gruppo.  

La fine della guerra sembra simile allo svegliarsi dopo un’ebbrezza patologica e trovarsi in mezzo alle rovine di ciò che si è distrutto. Dopo la regressione nella posizione schizo-paranoide, sia negli aggressori che negli aggrediti, in tempo di pace si deve recuperare la posizione depressiva. Ma questo compito non si presenta facile, poiché molti contenuti traumatici non possono essere integrati. Possiamo distinguere due tipi di traumi. Da un lato c’è ciò che abbiamo subito e dall’altro ciò che abbiamo commesso. Il trauma è costituito in quest’ultimo caso dalla dolorosa ferita che la distruttività esaltata ed agita infligge all’immagine di sé, sia dell’individuo che del gruppo. I due tipi di traumi sono presenti, pur in diverse proporzioni, in ambedue i gruppi, negli aggrediti e negli aggressori. Dalla guerra escono traumatizzati pertanto anche i carnefici.

Di solito però si ricordano più facilmente le atrocità subite. Le vittime, coatte a ripetere i traumi che hanno subito, li rievocano e li commemorano per decenni in un’atmosfera, che difficilmente riesce a superare gli schemi schizo-paranoidi e pertanto difficilmente si attiva un’elaborazione, che spesso è aldilà delle loro possibilità.

I traumi derivanti da ciò che si è commesso rimangono invece scissi e ancora più profondamente negati. Non se ne parla. I tentativi di rievocarli per elaborarli vengono fortemente contrastati e per lo più stroncati sul nascere, affinché non entrino in modo perturbante nel campo del pensato. Perciò nella cultura non sembra esserci molto spazio per questo tipo di traumi. O meglio c’è, ma soltanto nella cultura degli altri, di coloro che ne sono stati vittime. Si idealizzano le proprie gesta, i propri eroi e le proprie vittime (spesso denominandole “martiri”). Si negano e si proiettano nell’avversario demonizzato gli aspetti crudeli e negativi. La rappresentazione degli stessi avvenimenti, dei ruoli e delle immagini dei gruppi nella stessa guerra appaiono, così, sostanzialmente diversi nelle culture dei gruppi che durante la guerra si erano scontrati, nei libri di storia patria delle diverse nazioni.

Sul confine italiano orientale esistono così due storie affatto diverse della prima metà del Novecento. Gli italiani si descrivono sostanzialmente come innocenti vittime degli “infoibatori slavo-comunisti”, mentre gli sloveni si sentono altrettanto innocenti vittime dei “feroci fascisti italiani”. Finche ognuno continuerà a sentirsi soltanto vittima innocente dell’altro, sarà difficile una vera riconciliazione.

Dal 1945 in poi il termine “foiba” ha assunto per gli italiani una connotazione emotiva ben più ampia di quella prodotta dai pur terribili fatti ai quali si riferisce: le uccisioni di alcune migliaia di italiani avvenute durante e dopo la guerra da parte dei partigiani jugoslavi. A volte tale termine sembra esprimere l’orrore legato a tutte le tragedie occorse agli italiani durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra nelle terre del confine orientale. Credo che sarebbe necessario però differenziarne le varie componenti per poter elaborare e superare, nella misura in cui ciò è possibile, questo contenuto traumatico, che così facilmente solleva tanta angoscia ed impedisce di pensare, di elaborare il trauma, il lutto. 

Un’ulteriore componente dell’angoscia accumulatasi su questo termine è legata, a mio avviso, a un terrore catastrofico. All’inizio della seconda guerra mondiale, dopo la radicale “bonifica etnica” del periodo fascista, gli italiani consideravano di aver oramai schiacciato e ridotto ad un insignificante residuo il popolo sloveno. Ma questi, durante la guerra, da un oggetto oramai quasi inanimato-morto, si è in breve tempo trasformato in un soggetto perturbante, portatore di una gravissima minaccia. L’8 settembre del 1943 in particolare è stato per gli italiani un crollo catastrofico. Dal sentirsi parte di un impero, che aveva consentito loro di identificarsi con un arrogante ruolo di grande potenza, sono precipitati all’istante in una situazione di totale impotenza, in balia dei partigiani sloveni e croati, che spostando il confine verso occidente, separavano centinaia di migliaia di italiani dalla propria patria e minacciavano di vendicarsi per tutto quello che avevano subito nei venticinque anni precedenti. Credo che ciò abbia prodotto negli italiani un “terrore senza nome”, un trauma psichico catastrofico difficile da elaborare e che si è depositato nella psiche collettiva. 

Compare nell’angoscia collegata alle foibe anche l’orrore per il sovvertimento della struttura sociale, accentuato dalla rivoluzione comunista jugoslava. Mentre nelle zone miste del confine orientale gli sloveni e i croati erano sempre stati subalterni e gli italiani dominanti, improvvisamente i ruoli si sono ribaltati e ciò ha fatto disgregare la cultura di gruppo italiana, che per secoli si era strutturata ed identificata con la propria dominanza. Ciò è stato ancora più accentuato dalla concomitante rivoluzione comunista realizzata dagli jugoslavi. Anche il crollo della cultura di gruppo crea un’angoscia catastrofica.

C’è da considerare inoltre che, più grandi sono i crimini che si attribuiscono agli “infoibatori slavi”, in base a una logica schizo-paranoide, più grande è il “martirio” degli italiani, che così diventano esclusivamente vittime “buone”. Si possono così coprire i crimini perpetrati dagli italiani durante il fascismo e durante l’aggressione e l’occupazione militare della Jugoslavia, si può nascondere l’immagine negativa di sé che emergerebbe dopo la guerra. 

Analogamente gli sloveni e i croati, occupandosi esclusivamente di ciò che hanno subito durante il fascismo, possono negare o minimizzare i crimini commessi da loro stessi durante e dopo la guerra, perché si sentono esclusivamente vittime e pertanto soltanto “buoni”. 

Ambedue i gruppi proiettano tutto il male nell’avversario. In ognuno ha però un angoscioso effetto perturbante il riemergere di quella parte rimossa dell’immagine di sé che appare così criminosa e negativa. Non si intravede una soluzione, finché da tutte e due le parti non si sarà in grado di reggere il peso delle proprie negatività senza esserne schiacciati.

Tutto ciò ostacola pesantemente il consolidamento di una più adeguata e realistica immagine di sé. I traumi gruppali, in particolare, tendono a trasmettersi transgenerazionalmente, poiché sono iscritti nella cultura di gruppo che trascende la vita dei singoli. Tutto questo lascia pesanti ipoteche nelle relazioni tra i gruppi per generazioni.

Forse alla vigilia di una guerra l’orrore che si percepisce include anche un’intuizione di ciò che incombe, di un qualcosa che, comunque vada la guerra, rimarrà inelaborato e appesantirà nel futuro a lungo sia il funzionamento delle menti individuali che lo psichismo di gruppo.

Solo l’elaborazione del trauma potrà eventualmente consentire in seguito un ripristino della posizione depressiva in queste aree. Durante la guerra si ha pertanto un accumulo di traumi, sia nello psichismo individuale che in quello gruppale, che inchioda parti dello psichismo ad un funzionamento nella posizione schizo-paranoide e rende più difficile, arrivata la pacificazione, il recupero della posizione depressiva.

Nell’aprile del 1945 Marguerite Duras (1985) scriveva: “La pace, già la possiamo vedere. E’ la notte buia che sta scendendo, l’inizio dell’oblio.”

Alla fine di ogni guerra c’è un intenso bisogno di pace, di rappacificazione, di ricostruzione, di riparazione. La vita impone di conservare uno spazio sufficientemente libero da conflitti – almeno da quelli più terribili – per cui la scissione dei contenuti mentali inelaborabili viene ad essere un’inderogabile necessità.

Dopo la guerra, rinvigorita la posizione depressiva, quanto di ciò che è accaduto può essere pensato, integrato, senza correre il rischio di precipitare in una depressione che superi i limiti di ciò che possiamo tollerare? Ciò non appare molto dissimile dal baratro depressivo che si apre davanti a chi sta superando una crisi psicotica e deve prendere atto della sua immagine “pazza”, di ciò che ha creduto e fatto durante la crisi. Si sa che sono i momenti a più alto rischio di suicidio. Sembra avere quasi la ferrea costanza di una legge fisica la regola che rende impossibile integrare una quantità di colpa o di aspetti negativi maggiore di quanta sentiamo essere la positività del nostro Sé o del nostro gruppo. Siamo costretti ad evitare a tutti i costi – per sopravvivere mentalmente – che il piatto della bilancia degli aspetti negativi diventi il più pesante dei due e si abbassi. Per evitare ciò siamo obbligati ad usare il sistema scissione-negazione-proiezione per alleggerire il piatto e mantenerlo saldamente sollevato. Alcune aree del Sé, sia individuale che gruppale, possono pertanto riguadagnare la posizione depressiva solo relegando in aree scisse i contenuti traumatici inelaborati. Il Sé, che nel periodo di pace pure recupera in altre parti la posizione depressiva, ne è però indebolito, in quanto parti scisse e negate restano inutilizzabili.

Viene da pensare, quale enorme sforzo la storiografia onesta debba poi fare per contrastare questi condizionamenti, questi limiti della mente. Quanta parte di ciò che è realmente accaduto ci è dato conoscere? Quanto intense ed estese sono le scissioni e pertanto quanto offuscate, sbiadite e designificate sono certe consapevolezze? 

In Olanda sono cominciate a comparire nei mass media solo dopo più di quarant’anni, le prime testimonianze delle atrocità commesse dai soldati olandesi sugli indonesiani insorti per conquistare l’indipendenza. Con quanta fatica si sta svelando la sorprendente ampiezza dell’adesione dei francesi alla repubblica di Vichy. Le nazioni aggredite dal Giappone durante la seconda guerra mondiale non riescono a strappare neanche oggi ai governanti giapponesi qualche parola di sincero rammarico per le atrocità commesse. Peraltro neppure i vincitori sono molto disponibili ad elaborare le macchie sulla propria immagine di sé costituite da Hiroshima, da Dresda e da altri terribili lutti. Quanti milioni di tedeschi sono stati uccisi dopo l’8 maggio 1945? (Sack, 1993) In Italia si è fatto – giustamente – con grande clamore il processo ad Erich Priebke, il capitano delle SS che coordinò alla strage delle Fosse Ardeatine, ma nessun pubblico ministero, né la collettività, sembra aver mai sentito il bisogno di aprire un’inchiesta – per esempio – sulla rappresaglia per l’attentato a Graziani nel 1937, nella quale i soldati italiani uccisero più di tremila abitanti di Addis Abeba (Del Boca, 1995).

Ogni guerra finisce perciò con un’amnistia, o al massimo con quello che oggi chiameremmo un vantaggioso condono. Questo durante la guerra molti lo sanno già e ne traggono le spaventose conseguenze.

Dopo la Seconda guerra mondiale è come se si fosse creato un complesso gioco delle parti per imbrigliare e gestire il senso di orrore e l’insostenibile sentimento di colpa. Una parte consistente della cultura tedesca riconosce oggi le responsabilità della propria nazione e si interroga sulle proprie colpe, evitando però accuratamente le chiamate di correo, che pur numerose e pesanti potrebbero essere. Gli altri popoli si possono così nascondere dietro la malvagità nazista, perché “al loro confronto noi eravamo buoni” e si affrettano a dichiararsi paghi di questo autodafé tedesco (che pur essendo ammirevole, andrebbe indagato, capito più a fondo).  

Il 9 maggio 2005 un giornale intitolava: “Sessant’anni fa il bene ha vinto il male”. Il nazifascismo era certamente il male, ma il vincitore Stalin può essere incluso nel “bene”? Quanto il male perpetrato da Stalin ha potuto essere nascosto dietro il “male sconfitto”? E quanto ciò può essere valido anche per il dittatore jugoslavo Tito?  

Ci appare così lo scenario della fine di ogni conflitto: stipulato l’armistizio, negli stati coinvolti la voglia di nuovo fa eleggere prima o poi regimi nuovi, che si ritengono puliti, attribuendo le colpe di quanto accaduto a “quelli di prima” che non ci sono più (aldilà di qualche sfortunato capro espiatorio da esibire). I “nuovi e puliti”, di tutte le parti, possono tranquillamente stringersi la mano e riprendere la pacifica convivenza e la collaborazione: la vita continua! 

Si rimane certamente interdetti: e tutti gli orrori? le indicibili sofferenze? gli autori di crimini mostruosi? Scissi continueranno ad aggirarsi tra noi. Vittime e carnefici colluderanno nel non pensarci. Quelli che ci penseranno si rovineranno la vita tormentati dai rancori, dagli impossibili perdoni, dalle assurde idee di vendetta, dalle utopiche rivendicazioni. Ma i traumi rimarranno immagazzinati da qualche parte e – nei sussulti del carro della storia – non potranno non far sentire qua e là con il sordo brontolio la loro minacciosa presenza, pronti ad esplodere alla prossima occasione. Se l’aggressore non elabora il trauma e non integra in sé la propria distruttività, non può nascere una vera spinta riparatrice, che sola può, a sua volta, aiutare la vittima a superare la posizione schizo-paranoide, ad elaborare il trauma di ciò che ha subito (e poi anche di ciò che può aver fatto). Così nei Balcani, a ben mezzo secolo di distanza, sono esplosi i traumi subiti dai serbi per mano degli ustascia croati. Era dovuta alla scissione e alla mancata elaborazione la sorprendente tragica freschezza con cui questi antichi traumi hanno conservato tutta la loro carica dirompente. Quante mine come queste sono ancora seminate e innescate (non elaborate) in tutta Europa, in tutto il mondo? Quanta parte delle immagini di sé, traumaticamente ferite durante la seconda guerra mondiale, attendono ancora di essere elaborate?

Prendere coscienza delle proprie responsabilità e delle proprie colpe è uno dei compiti più difficili e spesso deve passare attraverso diverse fasi. La percezione più distorta della realtà appare nel paranoide totale diniego: “Nulla è accaduto!” o nella totale proiezione: “Tutte le responsabilità sono dell’altro gruppo!”. Un pensare meno paranoide ci permette di dire: “Tutti lo hanno fatto!” Ma ciò può facilmente significare “I conti sono pari, nessuno può rivendicare alcunché. Archiviamo tutto!” Questo è radicato nella primitiva legge del taglione “occhio per occhio, dente per dente”, che si basa su un pensiero concreto di matrice paranoide e che non consente alcuno spazio al sentimento di colpa. E’ sostanzialmente vicino al diniego. Questo fifty-fifty viene caldeggiato da coloro che vorrebbero semplicemente cancellare i conflitti relativi alla storia recente e disinvoltamente saltare in un futuro senza passato

Il passo successivo, che oltrepassa il diniego, è l’accettazione delle responsabilità del nostro gruppo, ma ancora con una parziale proiezione: “Lo hanno fatto loro.” dove loro sono la parte cattiva del gruppo. 

Nei gruppi, così come nell’umanità tutta, possiamo notare spesso questo meccanismo di difesa, il cui scopo é quello di salvare a posteriori la propria immagine. E’ una forma della elaborazione paranoide del lutto (Fornari, 1966, p.11): l’immagine del gruppo viene scissa in una parte buona (gli oppositori) e una cattiva (il dittatore e i suoi complici) ed è così possibile evitare i sentimenti di colpa, proiettando tutte le responsabilità nei cattivi. Quando questo loro è molto enfatizzato, appare come se i nazisti, i fascisti, i comunisti fossero degli alieni, arrivati dallo spazio e poi ricacciati là. Così in Italia la sinistra ha sempre denunciato i crimini dell’era fascista, ma sono sempre stati “loro” a commetterli, non si è mai sentito dire un “noi”, anche se, conti alla mano, quei “loro” dovevano essere, tra convinti-trascinati e succubi-colludenti, una larga maggioranza.

Può essere anche vero che noi non abbiamo collaborato, né abbiamo colluso con loro. Ma se condividiamo l’orgoglio per i poeti, gli scienziati e gli eroi della nostra nazione, allo stesso modo dobbiamo anche condividere la vergogna e la colpa per i nostri criminali, pur correttamente distinguendo il nostro ruolo dal loro.

L’ultimo passo riguarda le altre nazioni, l’umanità tutta. “Tutti noi, in qualità di esseri umani, condividiamo la vergogna, la colpa e la responsabilità, poiché terribili cose sono state commesse da altri umani, appartenenti al nostro gruppo più allargato: l’umanità.” Ciò implica la consapevolezza che tutti noi portiamo dentro di sé una terribile forza distruttiva. Solo se ne siamo consapevoli possiamo superare il nostro pensare razzista e nazionalista, mediante il quale tendiamo a proiettare negli altri la nostra distruttività. 

Ogni passo oltre il diniego contiene una parte di verità. La vergogna e la colpa vengono così distribuite, in corrette proporzioni, in cerchi concentrici via via più larghi. La consapevolezza di ciò può essere considerata una buona elaborazione, se nessuno dei cerchi viene usato per negare l’esistenza e il peso degli altri cerchi. 

Appaiono mirabili le righe della Duras (1985) quando – sempre ne Il dolore – dice, proponendo in sostanza un difficile passaggio dalla posizione schizo-paranoide a quella depressiva: “Se l’orrore nazista viene considerato un destino tedesco, non un destino collettivo, l’uomo di Belsen sarà ridotto a vittima di un conflitto locale. Una sola risposta per un tale crimine: trasformarlo nel crimine di tutti. Condividerlo. Come si condivide l’idea di eguaglianza, di fraternità. Per sopportarlo, per tollerarne l’idea, condividere il crimine.”

Qui ci avviciniamo ai confini oltre ai quali la nostra realtà umana rischia di apparirci troppo nuda, troppo cruda per le nostre fragili menti. Dobbiamo per forza coprirla con i panni dell’illusione, che unica riesce ad attutire l’abisso che c’è tra ciò che vorremmo essere e ciò che siamo, tra noi esseri illusoriamente onnipotenti e noi comuni esseri mortali, tra noi affettuosi e creativi membri del consorzio umano e noi potenziali tremende macchine di guerra e di distruzione.

Eppure tra le schizo-paranoidi scissione, negazione e proiezione – o la rimozione – da un lato, e l’inaccettabile annichilimento a causa delle schiaccianti colpe dall’altro, ci deve essere una via percorribile che ci permetta di salvaguardare un minimo di genuina umanità.

Nel generale panorama in cui vediamo l’umanità impegnata a “fluidificare”-simbolizzare i suoi contenuti mentali per meglio elaborarli ed integrarli, credo che anche noi psicoanalisti possiamo avere un ruolo come coattori dei processi della cultura, la quale è in sostanza deputata a svolgere la funzione analitica per la società. Il contributo che noi possiamo dare non è solo quello delle diecimila formichine (tanti sembrano essere su per giù gli analisti sul pianeta) che “masticano concreto e secernono simbolico”, ognuno dietro il proprio divano. Credo che proprio per la nostra particolare sensibilità ed attenzione per i contenuti scissi o rimossi, possiamo proporre – più o meno direttamente – alla cultura dei gruppi ai quali apparteniamo, più adeguate modalità di approccio ai contenuti pregni di angosce, quali sono quelli connessi alla guerra. Modalità che possano favorire tra questi contenuti assetti meno conflittuali, meno antieconomici, meno mutilanti ed impoverenti: in sostanza tali da preservare sufficienti parti di una più vera umanità e di consentire una sufficiente armonia interna, come anche una prospettiva di più profonda intesa tra i gruppi. Si tratta pertanto di aiutare sia le vittime che gli aggressori a riguadagnare più ampie posizioni depressive. Come analisti sappiamo che ogni individuo – e così ogni gruppo – ha una limitata capacità di prendere consapevolezza di contenuti mentali particolarmente dolorosi e che una quota di questi è anche indispensabile rimanga occultata all’Io, affinché non ne rimanga travolto. Qualsiasi interpretazione, per vera che sia, non potrà mai essere accettata da chi è troppo fragile per reggerla. Ma è altresì necessario non cedere di fronte alle resistenze e non rinunciare all’interpretazione di quei contenuti, che invece la forza dell’Io può reggere.

Potremmo perseguire un meno rigido rapporto tra ciò che può essere conosciuto e ciò che per il momento deve rimanere scisso ed occultato; una strategia dell’interpretazione-disoccultamento, che non sia eccessivamente traumatica, ma neppure collusiva con le resistenze e che pertanto sveli ciò che può essere svelato ed integri ciò che può essere integrato; una tolleranza del paradosso, cioè un vivibile rapporto tra le indispensabili illusioni e l’altrettanto necessaria conoscenza di una sufficiente parte della verità.

Tuttavia certi contenuti devono anche restare momentaneamente scissi, più che rimossi. Esiste una scissione non patologica. Questa ci permette di ricavare spazi sufficientemente liberi da conflitti per poter vivere, per poter ricucire quell’imprescindibile mantello d’illusioni con cui avvolgiamo l’immagine del nostro Sé e che viene così impietosamente squarciato dalle guerre. Al contempo dobbiamo mantenere uno spazio – pur separato o scisso, ma non del tutto negato – in cui conservare i contenuti del dolore e della vergogna, che non siamo ancora in grado di affrontare fino in fondo e che in parte saremo forse costretti a lasciare in elaborazione alle generazioni che ci seguiranno, poiché per noi ancora insostenibili. Come deponiamo i morti che ci sono cari in quegli spazi scissi, che sono i cimiteri, per poter continuare a vivere nelle nostre case, così ogni popolo e l’umanità tutta dovrebbe avere degli spazi della memoria dove deporre e dove andare a visitare periodicamente gli orrori e i crimini commessi, per elaborarli – man mano che ciò diventa tollerabile – e integrarli in un processo di lutto della nostra immagine di sé, che solo può salvaguardare in noi una genuina umanità. Potremmo forse scoprire catarticamente, che gli spazi del dolore e della vergogna sono il terreno su cui può nascere un vero incontro tra i gruppi e tra gli individui, dove può crescere un sincero profondo legame, che ci consenta un vivere assieme, che non sia soltanto un effimero tollerarci. Ora, nel nuovo secolo, sembra esserci una distanza di tempo e di generazioni che consente un più coraggioso tentativo di elaborazione, un più deciso passo verso un superamento delle posizioni schizo-paranoidi in cui le guerre passate ci hanno spesso costretto.

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