Intervista a Paolo Fonda di Rita Corsa. Dopo il disgelo Vulnerabilità e resilienza nella psicoanalisi dell’Est Europeo. Previous item LA FUSIONALITÀ - UNO DEI... Next item NEKAJ SODOBNIH POGLEDOV...

Puro vento fa fremere l’abete,

pura neve ricopre le campagne.

Più non ode il passo del nemico,

riposa la mia terra

 (Anna Achmatova, Liberata, 1945).

Il tema della Vulnerabilità, affrontato in questo fascicolo, mi ha subito evocato le traversie della nostra disciplina nei paesi dell’ex blocco orientale. Una storia di repressione e di sofferta marginalità, che ha indebolito il tessuto sociale e impoverito e reso vulnerabile il pensiero libero. Ma, come vedremo, è anche una storia di straordinaria resilienza e di volontà di rinascita.

Il tributo alla storia della psicoanalisi offerto dagli analisti dell’Est europeo è stato di incommensurabile valore. Sándor Ferenczi, Viktor Tausk, Max Eitingon, Lou Andreas Salomè, Sabina Spielrein, Wilhelm Reich, Sándor Radò, Michael Balint e molti altri hanno iniettato linfa alla psicoanalisi delle origini, introducendo pensieri innovativi che sarebbero maturati nel tempo. A ben pensarci, pure Sigmund Freud era di origine orientale, essendo nato a Pribor nella Repubblica Ceca, e così tanti dei suoi pazienti divenuti celebri, primo fra tutti «Serguei Konstantinovich Pankeev (1886-1979), figlio di un proprietario terriero di Kherson in Ucraina, noto nel mondo analitico come l’Uomo dei lupi» (Pushkareva e Romanov, 2002, 116).

L’alba della stessa psicoanalisi italiana è stata rischiarata dalla luce di levante. Il padre di Edoardo Weiss proveniva dalla Boemia e la pediatra Vanda Shrenger, moglie di Edoardo e prima donna a professare la psicoanalisi in Italia, era di Pakrac, una cittadina della Croazia (Corsa, 2017). 

Il regime totalitario sovietico ha oscurato il pensiero freudiano per quasi due terzi di secolo. Un’epoca buia per la nostra disciplina, che ha risparmiato solo l’Ungheria, dove la psicoanalisi è riuscita a sopravvivere non in clandestinità, tanto da ottenere dall’IPA il riconoscimento di Study Group già nel 1975 e di Component Society nel 1989[2].

La caduta del muro di Berlino, che sanciva la disgregazione dell’URSS, spalancò le porte alla psicoanalisi. Uno dei maggior artefici della rifioritura e della riorganizzazione, ancora in corso, del movimento freudiano nell’Est Europa è Paolo Fonda, lo psicoanalista italiano che, armato di… colbacco, si è avventurato nei territori più estremi del nostro continente, per sostenere la germinazione di semi rimasti troppo a lungo sotto il ghiaccio. Andiamo a conoscere la sua tenace, generosa e illuminata opera.

Per 12 anni tu hai diretto il PIEE (Han Groen Prakken Psychoanalytic Institute for Eastern Europe), avviato nel 2002 insieme a un gruppo di colleghi europei e americani,  voluto dall’IPA e dalla FEP. In un tuo lavoro sull’International Journal of Psychoanalysis del 2011, descrivi i primi sviluppi della psicoanalisi nell’Europa dell’Est dopo la caduta della cortina di ferro, precisando che sarebbe più corretto, però, riferirsi all’area storico-politica post-comunista, piuttosto che al più generico termine geografico Est Europa.

Infatti in tale area erano compresi anche alcuni paesi dell’Europa Centrale e del Sud (le allora Cecoslovacchia e Jugoslavia, oltre a Romania e Bulgaria) e alcuni paesi extra-europei, sorti dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica (Armenia, Georgia, Kazakhstan). Si tratta di un territorio di vastissime dimensioni, abitato da 420 milioni di cittadini, che ha in comune non molto di più che decenni di regime totalitario, delle consegueti difficoltà economiche e di ostracismo nei confronti della psicoanalisi. Una parte di questa zona, con circa 120 milioni di persone, è entrata ora nell’Unione Europea.

Ci spiegheresti perché in quell’articolo tu definisci il PIEE un istituto di training “virtuale”?

“Virtuale” perché a differenza degli altri Istituti dell’IPA non ha sede né in un edificio, né in uno stato, ma è un gruppo di lavoro che svolge delle funzioni in un’area geografica. L’organigramma è stato però fin dall’inizio molto ben definito[3]. Il PIEE è stato fondato e pensato come un’iniziativa a termine. Mano a mano che nelle regioni coinvolte dal progetto si venivano a formare degli Study Groups, il PIEE si ritirava, sciogliendosi un po’ come neve al sole. L’Istituto che ho diretto fino al 2014 è stato pertanto successivamente ridotto e ristrutturato nelle sue attività. Rinominato European Psychoanalytic Institute (EPI) è ora guidato da Igor Kadyrov di Mosca con un mandato analogo, ma per un’area e con un budget più limitati, visto che ora in numerose nazioni ci sono degli Study  Group o già delle Società IPA con i propri Istituti di training. Si auspica che l’EPI riesca a completare l’opera entro il 2023. L’IPA e la FEP in oltre un ventennio hanno sborsato più di un milione di euro per sostenere il piano per l’Est[4]. Una cifra considerevole, che ben spiega il conflitto tra la pressione a terminare e il desiderio di completare al meglio l’iniziativa. Oggi possiamo però serenamente constatare che il grosso del lavoro oramai è stato fatto, e che anche gli investimenti ritornano sotto forma di quote associative sempre più numerose.

Esaminiamo le origini storiche del PIEE, che vedono come momento cruciale il 1989, data che racchiude una drammatica trasformazione dell’area post-comunista.

Fino al 1989 in URSS la psicoanalisi, considerata una pratica borghese, era interdetta come la religione. Appena crollato il muro, l’ateismo di stato si è dissolto e le chiese sono proliferate. E così pure, sorprendentemente, la psicoanalisi.

Si è affacciata allora all’Ovest un’ampia e diffusa richiesta di informazione sulla psicoanalisi da parte di tanti gruppi dell’Est, che si erano improvvisati sulla spinta di una curiosità e un interesse molto entusiastico e genuino per le teorie di Freud.

Colte alla sprovvista, l’IPA e la FEP, così come alcune importanti Società occidentali, direttamente contattate, hanno dovuto attrezzarsi da un giorno all’altro per rispondere all’inaspettata richiesta proveniente da questi luoghi a lungo segregati entro i loro confini ed esclusi da un dialogo con il mondo esterno.

I primi ad attivarsi furono l’olandese Han Groen Prakken, allora presidente della FEP, e l’ungherese Gyorgy Hidas, liaison officer dell’IPA per l’Europa dell’Est, che, già nel 1987, organizzarono un primo incontro con i rappresentanti di potenziali candidati orientali a Budapest, un paese di gloriosa tradizione psicoanalitica. L’anno successivo, Han Groen Prakken ed il finlandese Eero Rechard furono invitati in Lituania. La grande avventura era cominciata!

Una fiammella che ha alimentato un fuoco che continua a divampare, ardendo negli angoli più sperduti del Levante.

L’iniziale meeting di Budapest ebbe un gran successo e allora si decise di rinnovarlo annualmente, chiamandolo Seminario Psicoanalitico dell’Est Europeo, e di farlo migrare nei vari stati orientali.

Nel 1990 si tenne a Belgrado e vi partecipai per la prima volta. Ne seguì, tra l’altro, l’istituzione di un Comitato SPI per il sostegno dello sviluppo della psicoanalisi in Croazia e Slovenia, che contribuì negli anni successivi alla formazione della prima società IPA al nostro confine orientale.

Ai seminari annuali sono poi seguite le Scuole[5] e, a completamento, nel 2002 l’istituzione del PIEE, divenuta una vera e propria fucina di psicoanalisti dell’Est[6].

Gli anni ’90 segnarono una prima fase di conoscenza reciproca, di preparazione e progettazione, ma fu anche il decennio della grande crisi economica seguita al crollo politico, che aveva estremamente impoverito le popolazioni dell’Est, ponenedole in un’umiliante posizione di bisogno e d’impotenza. La situazione migliorò notevolmente solo nel decennio successivo (quando anche il contributo finanziario degli orientali al bilancio del PIEE divenne significativo).

Quali erano le resistenze dell’IPA e della FEP? Immagino che ci fosse una drammatica fragilità economica delle genti dell’Est, da un giorno all’altro private di tutti i risparmi e dei beni più preziosi, ma anche una vulnerabilità psicologica e identitaria.

Le resistenze erano principalmente legate ai dubbi sulla possibilità di realizzare un training rigidamente conforme alle norme che si erano andate perfezionando nell’IPA nel corso dei decenni precedenti, vista anche la disastrosa situazione economica dell’Est negli anni Novanta. A dirla tutta, però, tra alcuni analisti dell’Ovest serpeggiavano all’inizio anche dei dubbi circa la capacità culturale e la resilienza dell’Est necessarie per impiantare la psicoanalisi. Ma tali perplessità non riuscirono a smorzare la passione e l’eccezionale motivazione degli orientali, né a scoraggiare i tanti analisti occidentali che ne erano rimasti affascinati.

Avevamo di fronte popoli gravemente traumatizzati da generazioni. Un destino segnato da tremendi traumi cumulativi: nell’esaminare i curricula dei candidati e i casi clinici da loro discussi (ho dato un’occhiata a oltre 200 vite), mi ha turbato rilevare l’enorme quantità di severi traumi sociali, di laceranti perdite e separazioni, patite da loro e, ancor più, dai loro ascendenti, a causa non solo della guerra, ma anche della repressione sovietica. Un altro aspetto, sempre collegato al regime comunista, fu la dispersione degli individui sui vastissimi territori dell’URSS. Per esempio, gli studenti dopo la laurea dovevano lasciare la città d’origine per essere impiegati altrove, i militari e le loro famiglie traslocavano continuamente: un rimescolamento che significava una perdita delle radici, delle origini e dell’identità, con famiglie smembrate, e i bambini spesso allevati dai nonni o dalle istituzioni. Per il singolo, lo Stato e non altri era l’interlocutore diretto e privilegiato.

Quindi, l’Est post-comunista portava in sé una vulnerabilità latente, frutto dei violenti e pesanti traumi sofferti, che marcavano anche la storia personale di molti candidati.

D’altronde ben sappiamo che, nella sua storia, la psicoanalisi non si è sviluppata nei momenti di calma, di stasi socio-politica, bensì in quelli più tormentati. Ricordo le bellissime pagine di Giorgio Voghera (1980), dove cerca di render ragione dell’enorme successo della psicoanalisi tra i cittadini e gli intellettuali triestini, nell’immediato primo dopoguerra. La psicoanalisi serviva proprio a ritrovare le coordinate interne entro le quali collocare il trauma della guerra e per ridare senso allo sconvolgimento identitario del finis Austriae.

Concordo pienamente con quello che hai detto, che vale anche per il “ciclone psicoanalitico” che ha investito l’Est post-sovietico. Io credo che ci sia un profondo bisogno di elaborazione non solo storica, ma anche psicologica gruppale e individuale dell’accaduto. Molte cose sono state interiorizzate e l’individuo ci deve fare in qualche modo i conti. Non è semplice, è un lungo lavoro ancora in corso e che esigerà molto tempo.Uno dei fattori in ballo è che, nei periodi di turbolenza sociale, molte persone perdono la “nicchia protettiva”, dove potevano vivere senza troppo pensare. Una caratteristica  del funzionamento gruppale nelle dittature è quello di conformarsi, di adattarsi in maniera acquiescente all’idea dominante. Le persone non usano il gruppo per pensare, ma per ritirarsi in una nicchia anonima, che garantisca loro una sorta di difesa. 

Mi fai venire in mente i concetti di “ambiguità” sociale, di “conformismo” e di “adattamento alla violenza sociale”, teorizzati dall’Amati Sas (2020). L’analista argentina introduce l’idea di “conformismo”, che i regimi basati sul terrore instillano nel gruppo, al fine di ottenere l’assestamento su un piano di tolleranza convenzionale e di adattamento opportunistico, che generano ambiguità, indifferenziazione e confusione.

Nei totalitarismi, l’individuo tende ad abdicare al bisogno di capire e tende a rinchiudersi, delegando il pensiero al governo, che censura le idee del singolo e le sostituisce con il pensiero unico, onnipresente e onnipotente. Una grande madre, fusionale e crudele, che però dà risposte a tutto e che offre una nicchia dove ripararsi. La fusione simbiotica, sebbene prometta sopravvivenza, certezza e continuità, inibisce il pensiero individuale e limita la crescita e la creatività. Il prezzo da pagare è quello dell’immobilità imposta dall’esterno. Ma quando avvengono i grandi mutamenti, quando la situazione sociale precipita, come accaduto nel 1989, le convinzioni e le sicurezze si frantumano. La nicchia si crepa minacciosamente e si originano ansie che necessitano di mentalizzazione e contenimento. La mente umana, per lungo tempo paralizzata nell’ingessatura di un’ideologia tirannica o di un fanatismo religioso, somiglia agli ingranaggi di quei macchinari rimasti per decenni fermi, che quando vengono rimessi in moto si rompono con estrema facilità. Le menti che riemergono dalla palude delle dittature sono molto vulnerabili. Il ribaltamento di prospettiva cui sono obbligate, invero, non è solo esterno, ma specialmente interno: l’individuo deve cominciare a distinguere il fuori dal dentro, a cogliere la nuova realtà e a rianimare la propria soggettività. Le persone, gettate nella mischia, devono per forza mettere in gioco tutte le loro risorse e sostenere pesi cui non erano avvezze, compreso quello di una relazione autonoma con gli altri. D’altra parte, lo stesso Kaës ci rammenta che il processo di soggettivizzazione non può prescindere da un insieme intersoggettivo, al quale il soggetto è debitore e dal quale non potrà mai svincolarsi completamente (2007). La meraviglia, ma anche il vincolo, intrinseci a tutti i rapporti umani liberamente scelti. A mio avviso, pure questo aspetto emotivo/relazionale, a lungo controllato in ogni sua piega dallo stato autoritario, ha contribuito a motivare l’importante richiesta di aiuto psicologico.

Ma i popoli dell’Est possiedono una straordinaria resilienza, ben rappresentata dall’immensa cultura e potenza creativa dei suoi figli. Nel mondo sovietico, «la cultura ha giocato un ruolo fondamentale come fosse una seconda pelle sia a livello individuale che a quello socio-gruppale» (Pushkarova, 2019, 10). La cultura avrebbe avuto la funzione di una sorta di rivestimento protettivo, ma si è pure rivelata una miniera inesauribile di creatività e di consapevolezza. Un habitat naturale per aiutare la mente a sopravvivere, a comprendere e a riparare. È su questo terreno propizio che ha potuto attecchire nuovamente la psicoanalisi, contribuendo a sua volta a fortificare la cultura, la libertà di pensiero, di dialogo e di confronto tra individui e mondi diversi.

Torniamo ora all’azione del PIEE e del più recente EPI.

Come accennavo prima, negli anni ‘90 i Seminari Est Europei e le Scuole svolti a rotazione nei paesi orientali avevano una frequenza annuale: dapprima un weekend, poi una settimana, durante i quali gli analisti dell’Ovest e gli aspiranti candidati dell’Est discutevano di psicoanalisi e approfondivano la reciproca conoscenza. Lo scopo era principalmente l’outreach.

Iniziando il training vero e proprio, le Scuole annuali sono passate da una a tre, alle quali sono stati aggiunti poi quattro Seminari annuali per Candidati in lingua russa (in parallelo per gli orientali c’erano appositi seminari in inglese anche ad Amsterdam e a Helsinki). Le Scuole durano sei giorni e comprendono 30 ore di insegnamento, in cui si articolano lezioni plenarie seguite da dibattiti in piccoli gruppi, discussioni di casi clinici, workshops, consultazioni individuali sul lavoro clinico, proiezione e commento di film. Ad ogni scuola partecipano dai 60 ai 110 studenti e dai 10 ai 20 insegnanti-analisti di training dell’Ovest (ma ora sempre di più anche dell’Est). Le Scuole sono diventate poi anche il luogo dove i candidati si incontrano con il Board e lo Staff del PIEE-EPI, dove si svolgono le selezioni e le valutazioni. Ho partecipato a una cinquantina di queste scuole e le ritengo uno strumento estremamente utile sia nella formazione dei candidati, che nell’apertura alla collaborazione e al confronto internazionale.

Insomma, era maturo il momento per strutturare il training.

Nel 2002, l’IPA (con Wildlocher e Gibeault) e la FEP (con Tuckett) si accordarono di costituire The Han Groen Prakken Psychoanalytic Institute for Eastern Europe (PIEE), conglobandovi le attività degli East European Committees della FEP (sostanzialmente le Scuole e i Seminari) e dell’IPA (le competenze sul training), attribuendogliene delle nuove, quali la ricerca, e dotandolo di ulteriori mezzi, quali i prestiti finanziari per candidati. L’ambito geografico di attività del PIEE era quello degli stati dell’Europa dell’Est dove non c’erano ancora Società dell’IPA, dunque non in Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia e Serbia, poiché queste avevano già formato propri istituti di training durante gli anni ‘90, né in Romania, che era stata riconosciuta Study Group nel 2000.

Luoghi lontanissimi e spazi immensi. Quale training analitico può essere sperimentato in una condizione così complessa da sembrare estrema?

Da trent’anni si percorrono decine di migliaia di chilometri per partecipare alle varie Scuole e Seminari. Per frequentare una scuola in Bulgaria alcuni Russi si fecero, tra andata e ritorno, ben sei giorni in treno, altri si fecero 100 ore di autobus!

Quanto al training, le vie dell’Est per ottemperare ai criteri dell’IPA sono state fondamentalmente tre. Il primo era l’esilio: gli aspiranti analisti si trasferivano all’Ovest, per svolgervi la propria analisi personale, le supervisioni e gli anni di scuola. Di solito però i giovani candidati trovavano lavoro e mettevano su famiglia nella nazione di accoglienza e non tornavano in patria. Questa strada richiede notevoli mezzi economici e comporta una pesante perdita di risorse umane e di competenze per l’oriente.

Un’altra via è quella avvenuta in Bulgaria, dove i candidati hanno potuto fare un’analisi standard a quattro sedute settimanali nella loro lingua con Nikolai Kolev, analista di training della Società svedese di origine bulgara, che si era ritrasferito a Sofia per alcuni anni. Un’esperienza felice, ma praticamente unica.

La terza via, la più battuta dai candidati orientali, è stata quella delle famose shuttle analysis. 

Nel 1996 Werthmann e Kaechele, insieme ad altri colleghi tedeschi e grazie a un corposo sostegno economico della DPV, avviarono a Frankfurt e a Ulm le prime shuttle analysis di alcuni candidati moscoviti. Inizialmente si svolgevano in blocchi di tre periodi annuali di circa sei-otto settimane, durante i quali il candidato risiedeva in occidente, nella città del suo analista, e faceva un numero di sedute settimanali superiore alle tradizionali quattro, in modo da raccogliere nell’arco di un anno non meno di 100 sedute[7]. Si sono aggiunte altre modalità, quali sedute concentrate in dieci giorni di ogni mese o quattro sedute concentrate in due giornate del week-end. L’assunto che ci ha guidato era che tutti i pionieri dell’Ovest avevano fatto delle analisi che si discostavano di molto dai rigorosi standard odierni. Vista la complessità della situazione orientale, perché si sarebbe dovuti essere più esigenti con loro che con i nostri padri fondatori? Le circostanze imponevano una certa elasticità e, dopo un paio di decenni di tale esperienza, che ha interessato circa il 70% dei candidati nel PIEE (gli altri hanno potuto avere delle analisi standard), il bilancio tratto dalle valutazioni nelle seconde interviste, dalle opinioni dei supervisori e dalla qualità delle analisi erogate a loro volta dai candidati shuttle, è assolutamente positivo e sembra soddisfare i requisiti del training. I benefici delle shuttle analysis sui candidatisono evidenti: possono mantenere il legame con il luogo d’origine, con la famiglia, con il lavoro e anche con i propri pazienti, che però diventano a loro volta dei pazienti shuttle in quanto subiscono le interruzioni durante l’assenza dei loro terapeuti.

Si tratta di una forma di training che mi pare, comunque, estremamente dispendiosa sul piano personale e lavorativo, anche se con dei chiari vantaggi rispetto all’abbandono definitivo della propria terra. Il problema della separazione è una questione nodale in queste shuttle analysis.

Tale problematica, infatti, è tenuta in primo piano nella selezione dei futuri shuttle analizzandi, ponendo molta attenzione a quelle storie personali segnate da violente perdite e da abbandoni traumatici. Vi era un prezzo da pagare, lo sapevamo, ma era l’unico modo per riuscire a formare un primo nucleo di analisti e, tutto sommato, abbiamo visto che la cosa ha funzionato. Rimane, tuttavia, una forma di analisi che va ulteriormente studiata, anche perché può essere usata in altre aree, in altri continenti. Negli ultimi anni le shuttle analysis si sono notevolmente ridotte, parallelamente allo sviluppo degli Study Groups e all’istituzione di Società locali, con i loro training regolari. Abbiamo constatato, con soddisfazione, che molti membri, dopo la qualifica, hanno continuato la loro analisi e alcuni sono ricorsi ad una seconda analisi, magari nella lingua nativa. Un po’ come avviene all’Ovest e come Freud stesso ha consigliato. È da notare che, se all’inizio ci si poteva anche preoccupare che l’eccesso di entusiasmo potesse indurre a bruciare le tappe, in realtà la durata dei training con shuttle analysis si compie mediamente in 8-10 anni. 

Al di là delle shuttle analysis, come avviene la selezione dei candidati?

La selezione dei candidati da parte del Comitato non è semplice, poiché spesso si devono superare gli ostacoli linguistici e le diversità socio-culturali tra intervistatore e intervistato. C’è, poi, la difficoltà legata all’assenza di riferimenti collaudati nel valutare l’idoneità ad un’analisi con un setting particolare come quello shuttle (Sebek, 2000).

Meno arduo è stato affrontare l’organizzazione dell’insegnamento seminariale teorico, ben soddisfatto dalle Scuole e dai Seminari del PIEE e dell’EPI. Una quarantina di analisti di training europei ed americani, ma ora sempre più anche orientali, con un progressivo ricambio, vi insegnano, offrono consultazioni cliniche individuali, collaborano nelle interviste e nelle valutazioni. È da sottolineare che in 30 anni non è mai stato un problema trovare degli insegnanti molto qualificati, anche analisti “di grido”, che dedicassero una settimana al lavoro gratuito in una Scuola. Anzi, qualcuno si è anche risentito se non è stato invitato nuovamente.

I candidati dell’Est hanno il privilegio di svolgere un training davvero internazionale e con un ventaglio di approcci teorici e clinici diversificati ed integrati!

Questo è un aspetto che mi preme molto rimarcare. I candidati sono da sempre nutriti da svariati analisti di tutto il mondo (Europa, Israele, Stati Uniti e Sud America) e crescono raffrontandosi dialetticamente con molteplici indirizzi teorici. Lo staff transnazionale educa a un costante dialogo e al confronto tra scuole differenti. I futuri analisti vengono così precocemente inseriti nell’ambiente psicoanalitico internazionale. Abbiamo spesso invitato alle Scuole dei candidati dell’Ovest, anche degli italiani, che sono rimasti colpiti assai positivamente sia dall’atmosfera, che dal livello dei meetings (Amadori, 2007).

A proposito della qualità degli analisti sfornati dal training dell’Est, nel tuo paper sull’International sfiori l’argomento del pregiudizio che li vorrebbe analisti di serie B.

Questo è un argomento molto interessante. Anche all’Ovest ci sono analisti che vengono considerati di serie A e altri di serie B. Lo stesso vale per le Società e ne abbiamo una riprova dall’esplosione dei conflitti tra Società dell’IPA avvenuta con la recentissima messa in discussione di alcuni aspetti del modello Eitington. Si tratta di un problema di ordine generale: vi è un elitarismo di certi Centri, qualcosa di strisciante che è sempre presente. Tornando a noi, non mi sento di smentire l’asserzione che a volte gli analisti dell’Ovest hanno dei pregiudizi per quelli dell’Est. La presenza di preconcetti è un fatto abbastanza comune e io penso che ogni gruppo etnico e sociale tenda a costruirsi degli stereotipi ben radicati al suo interno, ardui da superare pure nel mondo analitico.

Io ritengo che la psicoanalisi nell’area dell’Est sia molto maturata negli ultimi due decenni[8]. Ormai può contare oltre 400 membri e in un prossimo futuro si può ipotizzare che, tra quelli più dotati, spiccheranno prima o poi delle menti brillanti e creative, che apriranno la strada ad una o più “psicoanalisi dell’Est”, con la specificità e l’originalità proprie delle culture orientali. Del resto ciò è successo alla originale psicoanalisi Centro Europea, quando si è diffusa in Francia, Inghilterra, America. La psicoanalisi del XXI° secolo sarà diversa per l’apporto di nuove aree culturali, tra le quali l’Est Europa è certamente una qualificata ad arrecare degli arricchimenti.

Tale tipo di training fortemente internazionalizzato tiene lontano dai pericoli insiti nelle eredità familistiche, che producono all’interno delle Società arroccamenti e lotte fratricide. Trattandosi spesso, però, di piccoli gruppi, divisi da grandi distanze, credo sia alto il rischio di isolamento. E nei piccoli gruppi isolati è facile che si creino conflitti. La storia della psicoanalisi, anche di quella italiana, ne è piena di esempi.

Vero. Questo è un punto delicato. Conflitti, campanilismi e rivalità emergono, talvolta portando finanche a dolorose scissioni. Sono dinamiche gruppali che accompagnano la storia della psicoanalisi dappertutto. Si è cercato di ovviare al pericolo che nella vasta area dell’Est si originasse un cluster di piccoli gruppi autarchici e autoreferenziali, nei quali potessero prendere spazio tendenze narcisistiche di leader locali. Per questo io sconsiglio di formare Study Group di soli 4 analisti (il minimo richiesto dall’IPA), poiché le tensioni tendono ad accentuarsi. Per esempio, basta l’opposizione di uno solo per paralizzare tutto. Se invece c’è almeno una decina di membri, nel caso uno non sia d’accordo spesso prevale il timore di rimanere emarginato dal resto del gruppo. Ho riflettuto a fondo su tale fenomeno, che in una lettera circolare per il PIEE ho chiamato “la sindrome del progenitore” (2004). Quando un individuo è il primo, il fondatore, è facile che si lasci sedurre dalla fantasia onnipotente di essere il padrone delle anime della regione, dando per scontato poi che i suoi allievi non potranno mai diventare colleghi alla pari. Entro certi limiti una simile fantasia mi sembra inevitabile e non è un problema finché rimane tale, ma diviene un serio inconveniente se si sposta sul piano concreto della vita reale. Gli Sponsoring Committees servono anche ad arginare e a gestire simili problematiche. Comunque la tendenza degli analisti alle scissioni affiora anche all’Est. Proprio per questo, io sono un sostenitore dell’idea della “massa critica”, poiché nelle Società grandi c’è più scambio, confronto e profitto, che nelle piccole, e i soggetti più capaci si giovano maggiormente di un brodo di coltura più vario e stimolante (quale è stata per anni la “comunità” dei partecipanti alle Scuole dell’Est).

Solo ora comincio a capire una tua confessione di qualche anno fa che mi aveva molto colpito. Eravamo relatori a un convegno storico a Trieste e ricordo che le tue parole d’esordio erano state più o meno le seguenti: “Non amo la storia della psicoanalisi. La ricostruzione delle vicende antiche mi attrae assai poco”. Alla fine di questa nostra conversazione mi par finalmente d’aver inteso cosa tu intendessi allora. A te piace fare la storia. Negli ultimi decenni tu hai contribuito a fare la storia della psicoanalisi dell’Europa dell’Est e a gettare le fondamenta per il suo futuro. Un autentico “progenitore”.

Ebbene sì, lo ammetto, ci stavo per cadere anch’io nella “sindrome del progenitore”! Pensa un po’, mi ero persino comperato un colbacco, che mi faceva somigliare a un nobile di tante pagine della grande letteratura russa. Un giorno mi son risvegliato e mi sono chiesto: ma cosa stai facendo? Tu non sei un principe russo col colbacco: me lo sono tolto e, per dirla tutta, non mi è mai stato un gran bene!

Bibliografia

Amadori A. (2007),  7th Candidates Seminar of the Han Groen Prakken Psychoanalytical Institute for Eastern Europe: «Becoming, being and staying a psychoanalyst». Riga (Lettonia), 18-24 Febbraio 2006, in Rivista di Psicoanalisi, 53(2), pp. 565-569.

Amati Sas S. (2020), Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale, Milano, FrancoAngeli.

Corsa R. (2017), Vanda Shrenger Weiss – La prima psicoanalista in Italia. La psicoanalisi a Roma in epoca fascista, Roma, Alpes.

Fonda P. (2004), La sindrome del progenitore, lettera circolare ai Membri IPA dell’Istituto Psicoanalitico per l’Est Europa, 2004.

Fonda P. (2011), A virtual training institute in Eastern Europe, in International Journal of Psychoanalysis, 92, pp. 695-713. 

Fonda P. (2019), Rapporto sulla situazione della psicoanalisi nell’Est Europeo – 2019, relazione a uso interno IPA, 11,10, 2019.

Kadyrov I.M. (2005), Analytic space and work in Russia: Some remarks on past and present, in International Journal of Psychoanalysis, 86, pp. 467-482. 

Kaës R. (2007), Un singulier pluriel, Paris, Dunod [Un singolare plurale, Roma, Borla, 2007].

Pushkareva T., Romanov I. (2002), Die Geshichte der Psychoanalyse in der Ukraine: ein Jahrzehnt der Veranderungen, in Collection of papers presented at the congress of the German Psychoanalytical Association “Entgrenzung-Spaltung-Іntegration”, pp.115-125. 

Pushkareva T. (2019), Ruined lives: some considerations on the Motherhood and Femininity in the period of repressions in Soviet Union, paper presented at IPA 51th Congress, The Feminine, London, 24th-27th July 2019.

Sebek M. (2000), Transmission of Psychoanalysis and Psychoanalytical Psychotherapy in Eastern Europe, paper presented at the EPFF Conference, Oxford, April 2000.

Voghera G. (1980), Gli anni della psicanalisi, Pordenone, Studio Tesi.


[1] Intervista pubblicata su Psiche (2020/1).

[2] Esiste una commissione ad hoc dell’IPA per la costituzione di nuovi gruppi: 4 membri associati possono chiedere di diventare Study Group (SG), che è il primo gradino. Se l’IPA valuta che il gruppo funziona e ha prospettive di sviluppo concede lo status, e poi manda un comitato di supervisori, lo Sponsoring Committee, costituito da 2-3 analisti di training, che si reca in loco due o più volte all’anno per supervisionarne le attività, per almeno 5 anni. Se, dopo questo tempo, lo Study Group si è ampliato, qualche suo socio è diventato analista di training e il gruppo è in grado di organizzare un valido training, si può passare allo stadio di Provisional Society (PS). La Società Provvisoria è ancora sottoposta per un lustro al controllo annuale del comitato dell’IPA e soltanto alla fine di questo severo iter, se supera l’esame finale, può divenire un’autonoma Component Society (CS).

[3] Nei 12 anni di vita (2002-2014), il PIEE ha avuto come Direttore Paolo Fonda, affiancato da un Board composto da quattro Direttori Associati: G. Diatkine di Parigi, A. Laine di Helsinki, T. Štajner-Popović di Belgrado e G. Szonyi di Budapest, oltre a uno Staff di collaboratori e di consiglieri.

[4] Negli anni, l’iniziativa si è inoltre giovata dei più svariati sovvenzionamenti, tra cui la celebre campagna che invitava a devolvere un’ora di analisi a favore del progetto. 

[5] Nel 1994 si svolse in Estonia la EPF East European Summer School of Psychoanalysis, la prima di oltre una cinquantina di scuole, tenute finora in vari paesi. L’obiettivo primario era di outreach, cioè di raccogliere e stimolare la motivazione a un eventuale training analitico, ma pure di dare un’informazione più esatta, che evidenziasse le differenze tra una psicoanalisi di qualità, quella col “marchio IPA”, e le imitazioni più o meno selvagge, che stavano proliferando in tutta l’area. Nel 1999 partì la EPF East European School for Child and Adolescent Psychoanalysis, che per 13 anni si è tenuta in Croazia e poi in Slovenia, che nel 2009 si è trasformata nel training ufficiale PIEE per la psicoanalisi infantile. Nel 2000 iniziò, sempre in parallelo con le altre, la terza Scuola annuale: l’EPF East European Psychoanalytic School for Candidates che proseguì fino al 2014.

[6] Il ridestato interesse per la psicoanalisi è testimoniato dall’inarrestabile espansione dell’editoria psicoanalitica: ormai è a disposizione una vasta letteratura analitica, specie in lingua russa che è la lingua franca nell’area dell’ex Unione Sovietica. Spesso i traduttori sono gli stessi candidati e soci orientali (Kadyrov, 2005).

[7] Va precisato che sedute via Skype o telefono non sono vietate durante gli intervalli dei periodi shuttle, ma numericamente non possono essere conteggiate ai fini del training.

[8] Ad oggi, la Romania e la Croazia (che ha inglobato, pro tempore, i membri e i candidati della Slovenia e dalla Bosnia) sono Component Society, la Lituania è Provisional Society, così come l’Estonia e la Lettonia – che si sono unite in una Società transfrontaliera: la Società Psicoanalitica Estone-Lettone. A Mosca c’è da tempo la Moscow Psychoanalytic Society (CS), selettiva e di ottimo livello e c’è anche il Moscow Group of Psychoanalyst (PS). A loro volta la Bulgaria e l’Ucraina sono ancora Study Group. La piena funzione di training dell’EPI si svolge tuttora in alcune città russe (S. Pietroburgo e Rostow-Stavoprol), in Siberia, in Bielorussia, in Moldavia, che è collegata anche alla Società rumena, in Kazakhstan, in Georgia e in Armenia (Fonda, 2019).