CENNI SULLE FASI PRECOCI DELLO SVILUPPO PSICHICO Previous item Rivisitazione di alcuni... Next item THE MIND AT WAR

PREMESSA 

Questo lavoro nasce da osservazioni cliniche che mi hanno spinto a riflettere e a cercare aiuto nell’elaborazione teorica di diversi autori. (Questa è una prima parte a cui seguono quelle dedicate ai traumi precoci e alle loro conseguenze, che però oggi non verranno trattate.) Ne risulta pertanto uno sfondo teorico abbastanza eterogeneo, poiché il mio scopo non è stato quello di costruire delle considerazioni teoriche sistematiche e coerenti tra loro, ma quello di tentare di dare un senso alle osservazioni cliniche, di collegarle a delle ipotesi patogenetiche e di trarne delle indicazioni tecniche da applicare nella tipologia casistica considerata. Pertanto decollo ed atterro nella clinica. Come spesso avviene in questi casi, la teoria viene “piegata” alle necessità della pratica. L’analista si trova ad operare soprattutto con la sua “teoria privata”, a scoprire di aver scelto ed in qualche modo integrato nel proprio preconscio: lavoro clinico, letture ed opinioni di colleghi. E il tutto avviene in un costante processo di revisione, rimodellamento e risignificazione. E’ un viaggio pericoloso, tra la Scilla della teoria astratta, che rischia di forzare la realtà dei pazienti, e la Cariddi dell’eclettismo selvaggio, che accosta concetti tra loro incompatibili. Ma non posso sottrarmi a questo rischioso percorso. Con questa chiave di scrittura userò e accosterò pertanto dei concetti1 appartenenti a teorizzazioni diverse. Tali accostamenti potranno a volte apparire eccessivamente disinvolti. Per attenuare tale impressione, preciserei che con l’accostarli non intendo assolutamente sostenere che siano equivalenti, che si possano semplicemente “tradurre”, poiché mi rendo ben conto che ogni concetto può avere un suo preciso significato solo nel contesto in cui è nato. Pur tuttavia ogni concetto contiene anche delle parti di verità che sono valide in generale. L’accostare concetti eterodossi ha dunque soltanto il significato di sottolineare che hanno “qualcosa” in comune, ma soprattutto che nel lavoro clinico può essere utile lasciarli emergere ed agire nelle catene associative dell’attenzione fluttuante e considerarli nel loro, pur parziale, valore esplicativo. 

1 Per non appesantire la lettura ho usato spesso il termine oggetto al posto di relazione oggettuale, pur intendendo in genere questa seconda, dando per scontato che le introiezioni riguardano le relazioni oggettuali, cioè l’oggetto nel contesto della relazione con il soggetto. 

Sono usati in genere come sinonimi i termini: madre – oggetto primario – oggetto accudente. 

Ho anche usato le seguenti abbreviazioni: IP – identificazione proiettiva, D – posizione depressiva, SP – posizione schizoparanoide, F – posizione fusionale. 

Rifletterò sui traumi che avvengono in epoca precoce, sostanzialmente preedipica. Tenterò di descrivere quello che mi appare come uno scenario possibile della situazione della psiche infantile in tale periodo e degli effetti che possono 2 

esplicarvi situazioni traumatiche. Mi soffermerò in particolare sui sistemi di difese che si vanno a formare e sulle conseguenze che queste hanno poi sul funzionamento mentale nei periodi successivi. 

LE FASI PRECOCI DELLO SVILUPPO PSICHICO 

Ripercorrerò brevemente alcuni aspetti dello sviluppo psichico precoce, quello preedipico, per poter poi meglio discutere gli effetti dei traumi precoci. In particolare mi preme evidenziare la presenza ed il ruolo del versante fusionale del rapporto bambino-oggetto accudente, perché l’indispensabile ampiezza iniziale di tale versante – inversamente proporzionale al sentimento di separatezza che nella maturazione si va poi estendendo – rende il bambino particolarmente vulnerabile. 

La situazione edipica presuppone, per innescarsi, ma soprattutto per compiersi, che il bambino sia uscito da una relazionalità così ampiamente connotata dalla fusione. Solo dopo che il maschietto si sentirà sufficientemente separato dalla madre potrà rivolgersi a lei come oggetto d’amore, senza correre eccessivi rischi di ricadere nella modalità indifferenziata di rapporto, che in così larga misura connotava le fasi precedenti. Tale pericolo continuerà però ad essere sempre presente e dovrà essere tenuto costantemente sotto controllo. Per il maschio la motivazione del tabù dell’incesto non viene solo dall’esterno, dalla minaccia di castrazione del padre, ma anche dall’interna profonda paura della regressione e della perdita di identità. Ciò concorre a spiegare la relativa rarità degli incesti madre-figlio, in paragone alla frequenza degli incesti padre-figlia. Parallelamente anche per la madre, il giungere alla percezione del figlio come essere sostanzialmente separato, comporta una elaborazione più faticosa rispetto a quella più facile che ha il padre in tale compito nei confronti della figlia. Il rapporto d’amore oggettuale del maschietto con la madre può essere percorso solo se la sottile e difficile passerella edipica, che riesce a reggere solo il piano simbolico, è sufficientemente consolidata sopra le torbide acque dell’indifferenziazione. Quando tale solidità non è raggiunta, vediamo che il bambino si ferma prima, non vi sale e ristagna nelle acque basse, dove la diadicità tende allora a strutturarsi in una relazionalità simbiotica. Lì la sessualità non può maturare, ma può al massimo imboccare i vicoli ciechi degli sbocchi perversi. 

Nella bambina, che invece al momento edipico deve cambiare l’oggetto d’amore, ciò, da un lato può costituire un’aggiuntiva difficoltà rispetto ai compiti del maschietto, ma dall’altro le permette, una volta svincolatasi sufficientemente dall’abbraccio materno, di percorrere il rapporto d’amore con il padre senza l’incombente pericolo di cadere nella regressione materna. Tutto ciò la espone però maggiormente al pericolo dell’incesto. 

Parto dal basilare fairbairniano bisogno del cucciolo umano di stabilire e mantenere un rapporto con un oggetto umano. Tale rapporto serve a garantire la 3 

sopravvivenza fisica del bambino e a strutturarne l’apparato mentale. Solo in uno stretto e del tutto peculiare rapporto con un oggetto possono attuarsi quei complessi e delicati meccanismi, che portano all’acquisizione delle fondamentali strutture psichiche, consentendo così al bambino il lento sviluppo di una certa autonomia di funzionamento mentale. 

Negli ultimi decenni lo sviluppo dell’infant research ci fornisce dati sulla precocità della presenza di certe funzioni nel neonato. Per contro riesce difficile attribuire all’infante l’autonomia che tali funzioni presupporrebbero. Stern (1985) sostiene che i neonati hanno un’innata capacità preformata di distinguere fra sé e gli altri, ma non di distinguere fra il loro primo schema di sé e degli altri e le loro successive rappresentazioni di sé e dell’oggetto. Vanno pertanto distinti, anche se sono funzionalmente connessi, il livello neuropsicologico, più prossimo al hardware neurologico, da quello rappresentazionale, più pienamente pertinente al software psicologico. Il neonato sarebbe, sì, capace di percepire l’altro, ma non certo ancora di rappresentarselo, né tanto meno di rappresentarsi la relazione tra sé e l’altro, rappresentazione fondamentale nella vita mentale. 

Kumin (1996) precisa inoltre: “Mentre i bambini possiedono dunque l’innata capacità cognitiva di distinguere fra esperienze sensomotorie di sé e dell’altro, questa capacità può essere paradossalmente promossa e sostenuta dall’ambiente supportante non percepito e in ampia misura indifferenziato che la madre sufficientemente buona fornisce.” Gli abbozzi di differenziazione, separatezza, possono pertanto svilupparsi grazie al substrato di indifferenziazione fusionale dato dalla matrice madre-bambino. 

Si prospetta un quadro complesso in cui sin dagli inizi della vita coesistono e si completano, non solo ovviamente substrato neurologico e dimensione mentale, ma anche, in quest’ultima: pre-oggettuale e oggettuale, fusione e separatezza, (e un po’ più in là) pensiero concreto e quello simbolico. Emerge la necessità di una visione integrata, Ogden (1992) direbbe dialettica, in cui è essenziale evidenziare la coesistenza e il reciproco completamento di livelli, o funzioni, che apparentemente si contrastano o addirittura si escludono. Appare necessario sostituire la consequenzialità temporale di certi concetti (come per esempio quello di fusione globale che si esaurirebbe con l’acquisizione della separatezza) con modelli di integrate e interagenti compresenze. 

Quando, per esempio, si contrappone il pensiero concreto a quello simbolico, si fa una semplificazione che, se si dimentica di considerarla tale, può essere fuorviante. Infatti ogni pensiero umano è costituito da un miscuglio di elementi concreti e simbolici in varia proporzione, parallelo alla compresenza in varia misura delle posizioni SP e D. L’espressione “concreto” significa pertanto che la parte simbolica, pur presente, è però minoritaria, e viceversa. 

Fonagy (1991) rileva sperimentalmente nei bambini appena dopo i 4 anni la consapevolezza che esistono delle menti diverse dalle loro, che è possibile che qualcuno pensi in modo diverso da loro. Significando ciò l’acquisizione di una più piena separatezza e di un consolidarsi di D, può apparire in contraddizione con il fatto che l’instaurazione della posizione D venga collocata invece nella seconda metà del 4 

primo anno. In realtà si tratta degli effetti di una crescente presenza e significatività di D, accanto a una posizione SP ancora forte seppure decrescente. Tant’è che ancora negli adolescenti la posizione SP è tutt’altro che trascurabile, se ne sottende la caratteristica propensione alla visione del mondo diviso in buoni e cattivi, al tutto o nulla ecc. 

A questo riguardo potremmo, come spesso accade, anche dire che non è poi qualcosa di assolutamente nuovo, se pensiamo alla metafora di Freud – a proposito del susseguirsi delle fasi libidiche – sull’esercito che conquistando nuovi territori non abbandona quelli acquisiti, ma vi lascia delle guarnigioni. Così come possiamo anche ricordare che la Klein chiamò posizioni e non fasi, quelle che già a suo avviso, oltre che susseguirsi, continuamente si alternavano (anche se non del tutto allora ancora si “integravano”). 

Posso così forse indulgere, con meno timore di sentirmi superato, nel considerare gli aspetti indifferenziati, fusionali, del rapporto madre-bambino (Fonda, 2000a). Tali aspetti connotano quella “relazionalità pre-oggettuale” che Kumin (1996) pone alla base dello sviluppo mentale. 

Non riprendo qui il percorso delle teorizzazioni in questo senso, che ci porterebbe dalle considerazioni di Freud (1929, pp. 557-565) sul “sentimento oceanico”, alla “madre-ambiente” e al “illusione di unione onnipotente” di Winnicott, al pensiero di Gaddini (1968), alla simbiosi della Mahler (1967), alla “matrice psichica madre-bambino” di Loewald (1988) ecc. Mi soffermo sul fatto che, in un modo più o meno esplicito, viene comunque delineata l’idea di una parte del rapporto madre-bambino che si fonde o con-fonde in una indifferenziazione, nella quale il bambino vive sia la presenza sensoriale della madre, che il suo funzionamento mentale, come presenti al proprio interno (o meglio: all’interno dell’unione indifferenziata madre-bambino). Il rapporto fusionale, l’essere “dentro”, è essenziale perché consente alla madre di cogliere “dall’interno” del bambino messaggi e sfumature che altrimenti non sarebbero percepiti. Sono infatti gli ampi spazi fusionali, privi di confini del Sé, che permettono la diffusione e il travaso di contenuti grezzi (Bion direbbe elementi beta) dal bambino alla madre. All’inizio è questa pressoché l’unica modalità di comunicazione che egli ha a disposizione. Tale modalità fusionale di passaggio di contenuti è, in ultima analisi, anche affine alla comunicazione inconscio-inconscio, ipotizzata già da Freud (1912) nella situazione in cui l’analista ha un’attenzione fluttuante e il paziente si lascia andare alle libere associazioni. 

Ma i “canali fusionali” non sono a senso unico ed è in atto un passaggio, pur in diversa proporzione, di elementi indifferenziati anche dalla madre al bambino. Questo ci interessa poiché, oltre che fornire al bambino un corredo di essenziali elementi utili, per quanto inconsci, può veicolare anche elementi traumatici o tali da provocare distorsioni dello sviluppo del bambino. Ci può interessare anche (pur non occupandocene qui) perché riguarda l’interrogativo su quanto e che cosa passi nel paziente dei contenuti dell’analista al di fuori del suo controllo cosciente. 5 

Le identificazioni proiettive (IP) sono lo strumento di comunicazione privilegiato durante le fasi precoci dello sviluppo. Per forzare i confini dell’oggetto ed insinuarvi dei contenuti dobbiamo prima cercare un varco nei suoi confini per ampliarlo e instaurarvi una microarea di fusione. Una certa quota di tali aree è comunque esistente tra noi e i nostri “simili”, il che rende possibile la comunicazione. Un “alieno” ci fa paura proprio perché non avendo nulla di “simile”, di “coincidente”, ci pone in una situazione di isolamento, di impermeabilità e di incomunicabilità totali e pertanto in una totale impotenza di controllare il rapporto. Gli umani avrebbero un’innata propensione ad offrire all’altro aree di similitudine-coincidenza-fusione e a ricercarle, così come a provocarle ed ad ampliarle. Nell’infanzia tale funzione è in parte sostenuta da un corredo innato di recettività ed espressività (il riconoscimento del viso, la tendenza all’imitazione ecc.) ma anche dal contato pelle-pelle e dalle percezione propriocettive della muscolatura (che concorrono a fornire informazioni sull’atteggiamento muscolare di chi sta in contatto corporeo – il handling). 

Ciò che è però fondamentale è che la madre, all’interno di questa parziale unione, funziona con ben altre capacità di quelle del bambino, in quanto è capace di riconoscere e regolare le pulsioni e gli affetti, di usare il pensiero simbolico, di svolgere la funzione di contenimento. E queste e altre funzioni materne sono sentite dal bambino come a sua disposizione al proprio interno. 

Il bambino vive dunque, come se avvenisse sostanzialmente dentro di lui (poiché a quel tempo il dentro e il fuori sono percepiti vagamente) ciò che avviene nella madre: i processi del contenimento e delle funzioni di regolazione affettiva e pulsionale. Questo crea la situazione ottimale per indurre le circostanti congrue parti del Sé infantile – provvidenzialmente geneticamente predisposte a una precoce e rapida maturazione – a svolgere la stessa funzione. E’ in tali circostanze che avvengono gli aspetti più precoci della gadiniana imitazione-introiezione-identificazione (Gaddini, 1969). Il funzionamento dell’oggetto trova il bambino pronto ad imitare, a “duplicare”. 

La mano del maestro di tennis tiene e accompagna la mano dell’allievo, voglioso di imitare-imparare, nel muovere la racchetta. L’autore del movimento è dapprima più chiaramente il maestro, che forza le grezze asperità dello scoordinamento muscolare dell’allievo, ma poi diventa sempre più indistinto chi è l’autore, man mano che i due movimenti coincidono – si fondono. A questo punto, raggiunta la fusione, essa stessa non è più necessaria, almeno a livello concreto, e il maestro toglie la sua mano, poichè l’allievo è in grado di riprodurre da solo il movimento, sentendolo ora pienamente pertinente al proprio Sé. Il tutto passa attraverso una necessaria transitoria fase di parziale fusione, durante la quale si costituiscono e si consolidano nell’allievo dei circuiti neuronici (analoghi a quelli già esistenti nel maestro), che consentono il consolidarsi degli schemi motori. Si sarà allora stabilita l’identificazione che, seguendo l’imitazione e l’introiezione, conserva una parte della fusione (l’allievo si sente sempre un po’ anche il maestro, pur 6 

giocando autonomamente). Ma ora il residuo di fusione è in atto con la rappresentazione interna del maestro e non più tanto con il maestro reale. 

Così, parallelamente e grazie anche alla maturazione del substrato neurologico e dei presupposti per la strutturazione di un’Io sempre più funzionante, avviene nel bambino una lenta “duplicazione” dell’apparato per pensare materno, che alla fine può essere progressivamente separato-estratto dalla matrice comune. Ciò sarà tanto meno traumatico, quanto più sarà stata completa e funzionante “l’installazione del programma per pensare i pensieri”, che consente l’autocontenimento, l’autoregolazione degli affetti e delle pulsioni e pertanto una vita autonoma. L’emancipazione anche nella normalità non sarà mai totale, poiché – come ci ricorda Kohut (1971) – il bisogno di oggetti Sé, pur riducendosi e diversificandosi, non si estingue mai nella vita umana. Abbiamo infatti sempre bisogno di elaborare parte di ciò che avviene in noi (e anche attorno a noi) in collegamento con menti diverse dalle nostre (siano ciò singoli individui o/e gli psichismi dei gruppi a cui apparteniamo). A ciò concorre la componente fusionale dei rapporti oggettuali durante tutta la vita. 

Ciò che viene duplicato sembra però essere solo fino ad un certo punto la pura funzione, poiché, come ci insegna la teoria degli oggetti interni, l’introiezione riguarda sempre la relazione oggettuale. Verrebbe “installata” pertanto la funzione unitamente ad aspetti della relazione con l’oggetto (e pertanto anche dell’oggetto stesso). Ogni programma installato avrebbe allora la firma del suo produttore (lo stile del “maestro di tennis”) e conterrebbe anche l’atmosfera relazionale (libidico-emotiva) dell’epoca in cui è stato prodotto. L’oggetto lascia così nel soggetto il suo “stile” (Bollas, 1987) in virtù del quale questi, anche dopo la separazione, potrà continuare a sentire, nel bene e nel male, una certa concordanza – appartenenza alla “scuola”. Ciò installa delle affinità (anche quelle culturali, se consideriamo un contesto più ampio) che rendono più agevoli i “riallacciamenti”, ogniqualvolta se ne presenti la necessità, e che orientano la ricerca di oggetti affini (quelli che, secondo Kohut, hanno funzioni di oggetto-Sé) nelle epoche successive (per esempio il partner). Ma naturalmente si installano anche i malfunzionamenti dell’oggetto, con le conseguenze dei traumi che questi ha subito e non elaborato. 

Sottolineerei che, secondo questo punto di vista, la presenza della madre “nel” bambino ha due finalità: la gestione immediata dei contenuti che man mano si presentano, finché non è completata la seconda finalità, che è l’interiorizzazione dell’apparato per pensare che consentirà una sostanziale autonomia futura. 

Nel quadro descritto, tra il bambino e la madre abbiamo a che fare sia con aspetti fusionali realmente esistenti (sensazioni mentali), che con fantasie di fusione (rappresentazioni mentali), quali “l’illusione di unione onnipotente” di Winnicott. Le seconde si ampliano nel bambino con lo sviluppo della capacità di rappresentare ed è importante seguirne lo sviluppo, poiché può imboccare la via della simbolizzazione, della rappresentazione di parola, oppure ristagnare nel pensiero concreto, nella rappresentazione di cosa, la quale ultima eventualità rende la separazione problematica e porta a legami patologici di tipo simbiotico. In ciò appare fondamentale la capacità materna di usare il pensiero simbolico e di evocare tale 7 

capacità nel bambino. Oltre che la generale capacità della madre di pensare simbolicamente, tale funzione pare a volte esplicarsi in diverso grado con ciascuno dei figli, a seconda delle vicende peculiari di ognuno di questi rapporti. La fragilità di un figlio, connessa magari a una sua malattia fisica, può indurre una difficoltà di separazione, con conseguente scarsezza di assenze-frustrazioni ottimali, che non creano sufficienti possibilità di usare le rappresentazioni mentali e il pensiero simbolico. La capacità della madre di usare il pensiero simbolico è parallela alla sua capacità/possibilità di vivere il rapporto al contempo sia sul piano fusionale che su quello della separatezza. Ciò è vicino alla descrizione che Kafka (1989) fa della capacità della madre di vivere e di trasmettere al bambino una “realtà multipla”. 

Vorrei usare e un po’ adattare, e perciò lo riassumo brevemente, il modello winnicottiano, rivisitato da Ogden (1985). Si parte dal holding e si passa dall’illusione di unione onnipotente alla disillusione con lo svezzamento psicologico, per arrivare al formarsi dello spazio potenziale. 

L’holding comprende, oltre alla preoccupazione dei genitori di proteggere il bambino dagli aspetti traumatici della realtà fisica, anche la cura di evitargli sul piano mentale un precoce contatto con eccessivi vissuti di impotenza, che gli susciterebbero angosce di annichilimento. Il bambino vive così avvolto in un’inizialmente spesso e protettivo mantello di sensazioni e/o illusioni di unione onnipotente con la madre (omologo per certi aspetti allo scudo protettivo di Freud, che altri autori chiamano anche “schermo paraeccitatorio”), al riparo da una prematura eccessiva consapevolezza di una madre-oggetto separata da lui stesso-soggetto separato (e pertanto dipendente ed impotente). L’illusione di onnipotenza è accuratamente preservata dalla madre, che sente di dover evitare al bambino bruschi e violenti confronti con la realtà, che suscitando annichilenti paure avrebbero effetti disgreganti sui primi abbozzi del suo senso di sé. 

– Disillusione e spazio potenziale 

Si sa che se il bisogno viene a coincidere istantaneamente con la risposta, non c’è spazio per il pensiero, si ha soltanto un vissuto sensoriale di appagamento nell’ambito di un’esperienza fusionale di onnipotenza. Perciò ad un certo punto è compito della madre di disilludere il bambino con delle frustrazioni ottimali, delle non coincidenze tra lei e il bambino, che sono la fonte dei primi abbozzi di esperienze di separatezza. L’oggetto-madre viene così ad emergere progressivamente dalla madre ambiente e a trovarsi a una certa distanza, non eccessiva, dal soggetto-bambino. In un’atmosfera di affidabilità, di cui la madre abbia già dato sufficiente prova, il bambino può utilizzare le tracce mnestiche di precedenti soddisfacenti esperienze da lei procurategli e riempire temporaneamente con queste (proto)rappresentazioni il breve spazio che lo separa dalla madre assente, che prima o poi tornerà per soddisfarlo. Si costituisce così lo spazio potenziale nel quale si forma la rappresentazione dell’oggetto-madre, cioè un simbolo, che per un certo 8 

tempo può sostituire la madre reale, in quanto costituisce un ponte di rappresentazioni che lega il bambino a lei. Ciò rende tollerabile la distanza e la dilazione della soddisfazione. La possibilità per il bambino di ricreare a volontà in questo spazio l’immagine dell’oggetto-seno-madre rafforza la sua illusione di onnipotenza, diminuisce il senso di dolorosa impotenza e rende tollerabile la separatezza. Si crea così l’immagine della relazione con un oggetto, sostanzialmente buono, la cui progressivamente acquisita persistenza-costanza nel mondo interno del bambino diventerà fondamentale per tollerare le esperienze della propria esistenza come essere separato. E’ questa la creazione del primo oggetto interno mediante introiezione. Lo spazio potenziale è creato collusivamente dal bambino e dalla madre, la quale istintivamente si preoccupa di salvaguardarlo e di incrementarlo. La capacità di riempire tale spazio con simboli-illusioni progressivamente sempre più complessi (supportati anche dagli oggetti transizionali) consente all’essere umano di sopportare sempre maggiori distanze dagli oggetti appaganti. 

Per funzionare lo spazio potenziale necessita di due condizioni basilari: che si sia creata una sufficiente affidabilità dell’oggetto e che ci sia un grado ottimale di frustrazione, né eccessiva, né assente. Questa tende ad erodere l’ampiezza dei vissuti di fusione incrementando quelli di separatezza. La rappresentazione del rapporto con l’oggetto che comincia a formarsi, grazie allo spazio potenziale, consente di collegare e sempre più di sostituire i vissuti concreti di fusione con l’illusione di unione onnipotente. Comincia così a diventare più pronunciata e funzionante la coesistenza di vissuti e di fantasie fusionali da un lato, con i vissuti e le rappresentazioni di separatezza dall’altro. Potremmo anche dire che, alle già esistenti posizioni F e SP, si aggiunge D e inizia il funzionamento integrato e dialettico di tutte e tre. 

Permane sempre forte la tentazione di evitare la separatezza, di sostituire lo spazio potenziale, e i rapporti (simbolici) con le rappresentazioni degli oggetti che vi si rappresentano, con il rapporto diretto (concreto) con l’oggetto, annullandone la distanza sia nella dimensione del tempo che nello spazio. Da questo punto di vista si renderanno perciò necessari successivamente i basilari divieti: quello di toccare (Anzieu, 1985) e quello edipico, per sostenere lo sviluppo del pensiero ed evitare che lo spazio potenziale collabisca. 

La disillusione – lo svezzamento psicologico – è un passaggio difficile per la coppia madre-bambino, che espone più di altri al rischio di situazioni traumatiche, potendo non avvenire con la dovuta gradualità e mediante le fisiologiche frustrazioni ottimali. Una prematura separazione rischia di troncare i canali di rapporto fusionale quando sono ancora massicciamente funzionanti e ancora indispensabili alla strutturazione dell’apparato mentale del bambino. 9 

Altri fattori di crescita 

Durante tutto lo sviluppo della ricerca psicoanalitica, ma in particolare negli ultimi decenni, si è andato accumulando un vasto e ricco panorama di fattori che determinano o influenzano la maturazione mentale del bambino. Questo ha ovviamente anche ampliato i campi in cui si possono individuare sia i traumi propriamente detti, che altri fattori che possono alterare lo sviluppo. 

Giocano un ruolo importante gli aspetti costituzionali, a cui Freud stesso accennava, e ai quali la genetica oggi comincia a dare dei contorni più definiti. Dalle modalità di attaccamento, alle ricche sfaccettature del rapporto con i primi oggetti, viene evidenziata una sempre più stretta interdipendenza bambino-oggetto accudente e un loro reciproco spiraliforme influenzamento e condizionamento. In ciò gioca un ruolo importante la “permeabilità” del bambino, la lassità delle maglie dei sui confini, che lo rende particolarmente recettivo, nel bene e nel male, a tutto ciò che gli perviene dagli oggetti. 

Una recettività amplificata è presente pure nei genitori, predisposti a ciò anche da un corredo innato, che si potrebbe avvicinare all’idea di un istinto genitoriale. Questo si esprimerebbe nella “preoccupazione materna primaria”, nell’attivarsi delle modalità di risposta alle richieste di attaccamento del bambino, nella (pre)disposizione ad aprire ampi varchi nei propri confini per offrire fusione al bambino e recettività alle sue identificazioni proiettive. In una tale atmosfera relazionale influiscono sul bambino le modalità di gestione della vicinanza-distanza, le distorsioni della comunicazione, le singole fantasie così come le organizzazioni fantasmatiche presenti nel genitore, ma hanno un peso anche le non risposte e le mancate offerte, le continuità e le discontinuità nell’attenzione e nella disponibilità empatica. 

Esiste, anche se in analisi viene poco evidenziata, l’influenza delle fantasie inconsce del livello gruppale-culturale (radicate nei miti e negli ideali collettivi). Queste sono attive inizialmente tramite i genitori e poi sempre più direttamente, man mano che il bambino viene esposto al contatto diretto con l’ambiente sociale. Servono a soddisfare le esigenze di funzionalità del gruppo, che preme perché siano allevati individui, nei quali determinate caratteristiche della personalità siano amplificate e altre ridotte. Per fare un esempio, senza scomodare la transculturalità, basti pensare a quanto sia diversa l’immagine del “bambino sufficientemente buono” nel gruppo e nella mente dei genitori di oggi, rispetto a quella che nel nostro stesso gruppo prevaleva settanta o cento anni fa. Quanto potevano essere diverse nell’allevamento dei bambini le modalità proposte per la gestione delle pulsioni e degli affetti (e parallelamente “come sono cambiati i nostri pazienti”). 

Winnicott disse: “Non conosco un infante, ma solo una relazione madre bambino.” per sottolineare l’assoluto bisogno che un bambino piccolo ha di qualcuno 10 

che si rapporti a lui per esistere. Quest’affermazione si potrebbe estendere, dicendo che non può esistere neanche una coppia madre-bambino, totalmente al di fuori di una cultura di gruppo, che fornisca gli schemi di allevamento, le tecniche di sopravvivenza, un codice linguistico e tutto quanto permette l’esistenza e il funzionamento di un gruppo umano. 

Per illustrare ciò potremmo utilizzare l’immagine di una cipolla (Fonda, 1991b), dove il bambino si trova al centro, avvolto e contenuto dalla madre. Questa è a sua volta contenuta dal padre del bambino e dalle altre foglie concentriche rappresentate, procedendo verso l’esterno, dalla famiglia allargata, dall’ambiente di gruppo più prossimo (amici, vicini ecc.), dai vari servizi e istituzioni, come la scuola, la religione e via via tutto il sistema di gruppi con la loro cultura e le loro specifiche funzioni, fino al gruppo etnico e al gruppo umano come tale. Ogni foglia fornisce verso l’interno parte degli schemi di allevamento dei bambini e più in generale parte dei codici per la soluzione dei problemi dell’esistenza che continuamente si pongono. Tra queste foglie c’è un duplice rapporto: innanzitutto ogni foglia esercita per la foglia più interna una funzione di contenitore bioniano; in secondo luogo ogni foglia funge anche da schermo protettivo del contenuto nei confronti degli strati più esterni. 

L’interazione continua di tutti questi ed altri fattori crea un quadro estremamente complesso e pressoché impossibile da ricostruire nella sua interezza. Ma simili difficoltà, come si sa, non hanno mai scoraggiato noi psicoanalisti, che – a differenza di molti altri ricercatori – siamo abituati a lavorare tenendo conto dell’esistenza di una parte sconosciuta, e per una certa parte anche sempre inconoscibile, dell’oggetto delle nostre indagini. E’ il lavoro clinico che ci inchioda a questa realtà globale dei pazienti. 

– Le relazioni oggettuali interne 

Il vitale corredo di funzioni interiorizzate (le modalità di contenimento, di regolazione e di gestione dell’angoscia, degli affetti e delle pulsioni) è strettamente connesso alle relazioni oggettuali introiettate. Queste sono l’espressione della storia delle relazioni tra il soggetto e il mondo oggettuale. Ribadirei che, non trattandosi dell’introiezione dell’oggetto ma della relazione soggetto-oggetto, tale introiezione contiene anche tutto ciò che è pertinente al bambino. Non tutto viene pertanto dall’esterno, poiché una parte è costituita da funzioni del bambino attivate nel rapporto con l’oggetto, così come l’oggetto introiettato contiene anche le proiezioni e le distorsioni percettive e rappresentazionali del bambino. Gli oggetti interni potrebbero essere intesi come delle sequenze diacroniche di introiezioni, nelle quali sono incardinate le modalità di funzionamento (dell’apparato per pensare ecc) che hanno caratterizzato ognuna delle sequenza temporali. Ogni sequenza conterrebbe anche delle varianti sincroniche dovute a vissuti scissi (la madre buona e quella 11 

cattiva) o conflittuali (relazioni distanti, soffocanti, seduttive, di critica ecc.) presenti nello stesso tempo. 

L’oggetto interno-madre sarebbe allora costituito da una serie concatenata di modalità relazionali che vanno dalla madre ambiente, alla madre oggetto in via di differenziazione, alla madre edipica, a quella post-edipica, a quella dell’adolescenza. 

Il tronco della relazione originaria con l’oggetto primario avrebbe una radice nella primordiale indistinzione con l’oggetto stesso e a questa si aggiungerebbero le sequenze relative ai periodi successivi. Su tale tronco si innesterebbero gli oggetti successivi, che si svilupperebbero poi con delle ramificazioni proprie. (L’immagine dell’innesto vuole significare che ogni relazione successiva a quella originaria contiene anche una parte del transfert dell’oggetto primario materno, come dice scrive anche Winnicott (1971). 

Questo insieme diacronico (e sincronico) può essere armonioso e ben integrato, ma può anche contenere sequenze inceppate o deformate che non possono armonizzarsi con le altre. Sarebbe questo il caso degli esiti delle vicende traumatiche. 

Mi sembra che una tale rappresentazione degli oggetti interni possa essere più adeguata, rispetto ai bruegeliani scenari di vetero kleiniana memoria, in cui una moltitudine di oggetti, rappresentati in modo eccessivamente concreto, entra, esce, si scinde, si divora, si accoppia, si uccide. 

Esisterebbe nel mondo interno una soffusa e generale attivazione funzionale di base di tutte le relazioni oggettuali interiorizzate, che concorrerebbe a creare una caleidoscopica Gestalt generale, uno degli sfondi su cui soltanto può prendere forma l’attività rappresentativa più “nobile” dell’Io. 

Facciamo l’esempio, dove l’incontro con un oggetto reale, in virtù di alcune similarità, attivi alcuni particolari segmenti della concatenazione diacronica (e sincronica) materna e con essi una serie di sensazioni, affetti, aspettative ecc. Sullo sfondo generale dell’attivazione funzionale di base di tutte le relazioni oggettuali, si attiverebbe un secondo, più specifico sfondo, costituito dalla più intensa attivazione di tutta la concatenazione oggettuale e pre-oggettuale materna. Su questi sfondi si attiverebbe-evidenzierebbe poi il nucleo rappresentativo centrale del movimento transferale, espressione soltanto di alcuni segmenti della concatenazione materna. Potremmo avere così in primo piano sulla scena transferale la madre edipica (e non quella “diacronica” preedipica). Ma anche in questo caso ci sarà al centro della scena la madre amata, mentre potrà essere appena celata tra le quinte la “sincrona” odiata madre traditrice della scena primaria. 

Tutto ciò formerebbe, con diversi gradi di esplicitazione, lo scenario del transfert. Questi, non solo è ubiquitario come dice Loewald (1980), ma è anche indispensabile per dare senso, colore, spessore e significato a qualsiasi relazione d’oggetto. In ogni vissuto del presente ci sarebbe pertanto una fisiologica interazione-integrazione di tutti gli strati del passato. I segmenti del passato sono infatti tutt’altro che archiviati, poiché anche il passato più remoto nell’inconscio è presente, vivo ed attivo. Così il nostro bambino interno – nelle sue varie esperienze ed età – è 12 

costantemente chiamato in causa per collaborare anche nelle attività più adulte e sofisticate, e non solo nel gioco dell’adulto. 

Un’ulteriore versante dell’attivazione funzionale, si ricollega alla concezione di Ogden (1989b)2 sul rapporto dialettico ed integrante tra le tre posizioni (F-SP-D) in ogni esperienza umana. Solo dopo avere diacronicamente sviluppato e consolidato il funzionamento di tutte e tre le posizioni, queste possono pienamente interagire tra loro e concorrere nel costituire gli elementi della descritta attivazione funzionale di base. Solo con una tale interazione dialettica l’essere umano può proporsi al rapporto con l’altro, su tutti i livelli, comprendenti segmenti del Sé che si caratterizzano – in un continuum – dall’assenza totale di confini fino ai confini ben definiti le cui maglie, contemporaneamente in diverse aree del Sé, si serrano, si allargano o si dissolvono (Fonda, 2000a). 

E’ fondamentale, per garantire la piena funzionalità della mente, per una vita normale, che l’attivazione di tutto questo complesso scenario di sfondi e primi piani possa svolgersi senza impedimenti, liberamente ed armoniosamente, ogniqualvolta si renda necessaria. E’ questa una delle funzioni che vengono inceppate dai traumi.