Ancora sul setting… e le sedute via Skype Previous item OD POHLEPA DO LJUBEZNI Next item Due volte alla settimana...

Citazione introduttiva: “Nessuno però dei nuovi congegni moderni ha assunto la straordinaria importanza del biciclo, sia come causa che come stromento del crimine; e a tal punto che se una volta si pretendeva (invero con un po’ di esagerazione) di trovare nella donna il movente di ogni delitto virile nel troppo celebrato: Cherchez la femme, — si potrebbe con minor forse esagerazione sentenziare ora: Cercate il biciclo — in gran parte dei furti e delle grassazioni dei giovani, sopratutto della buona società, almeno in Italia.” (da “Il ciclismo nel delitto” di Cesare Lombroso, «Nuova Antologia di Lettere, Scienze ed Arti», vol. CLXX. Roma, 1900.)

                                        

A. SUL SETTING

Nel primo secolo di vita della psicoanalisi possiamo vedere un sostanziale sviluppo nella concezione del setting.  Da un’immagine – pur geniale essa stessa – di un sofisticato strumento creato ad arte, simile a un’apparecchiatura da laboratorio, si è andata delineando l’immagine di un assetto di rapporto, consustanziale al rapporto stesso, e di per sé forte fattore di cambiamento e di sviluppo, avente una funzione attiva nel processo analitico. Dunque ben più di uno strumento per creare uno spazio asettico in cui operare al riparo da troppe variabili.

Ma al contempo mi sembra che il setting acquisti un carattere di maggiore naturalità.Il setting analitico non sarebbe in definitiva poi molto dissimile dagli altri assetti, che caratterizzano la varietà di rapporti – più o meno istituzionalizzati – tra i membri dei gruppi umani.

            Possiamo infatti constatare, che ogni relazione tra esseri umani ha una motivazione e un fine connesso alla soddisfazione di determinati bisogni. La relazione dura finche esiste il programma comune ai partecipanti, che consiste nel ricercare la soddisfazione di tali bisogni. Quando il fine è raggiunto, o anche quando si constata l’impossibilità di raggiungerlo, la relazione normalmente tende a sciogliersi. La separazione finale è poi un meccanismo complesso, ma normalmente elaborabile e superabile, quando il fine comune si dissolve.

            Ogni relazione umana si dota di regole, che sono indispensabili affinché abbia buone possibilità di raggiungere il fine che si è proposta e che l’ha costituita. Tali regole sono in genere le più adeguate per il raggiungimento dello scopo prefissato e per evitare che il sodalizio devii verso fini estranei al programma fondante.

            La cultura di gruppo ci fornisce degli schemi di regole – dei setting – abbastanza precisi e diversificati, a seconda che regolino i vari tipi di rapporto: tra genitore e figlio, tra coniugi, tra amici, tra insegnante e allievo, tra sacerdote e fedele, tra medico e paziente e, infine, anche tra psicoanalista e paziente. Tutte queste relazioni hanno regole peculiari e precise, derivanti dalle loro finalità e non derivano da rituali esoterici, tradizioni, appartenenze a scuole, cioè da elementi esterni alle finalità delle relazioni, ma dal loro interno, dalla loro stessa finalità. Regole estranee alla finalità possono a volte essere aggiunte, come incrostazioni non funzionali e disturbanti.

Si può così intendere il setting analitico come il più naturale ed adatto inquadramento e regolamento, che serve alla relazione analitica per raggiungere il fine prefissato e non deviare verso scopi estranei alla cura analitica.

In aggiunta a queste riflessioni, potremmo considerare i programmi comuni, che caratterizza le relazioni umane, distinguendoli schematicamente in rapporti con un programma che prevede un termine ed altri che non lo prevedono, che prevedono una relazione perenne. La durata preventivata del programma comune dipende naturalmente dal tipo di bisogno che concorre a determinare la relazione: dall’effimero andare a prendere insieme un caffè, al costruire una vita comune e allevare dei figli.

            Sono tipicamente a termine i rapporti genitori-figli, poiché il programma è proprio quello di rendere i figli autonomi e i genitori superflui, il cheè in armonia con la differenza generazionale, che prevede la morte dei genitori molto prima di quella dei figli.

In altre situazioni, del tutto normali, si strutturano invece rapporti costituiti su dei progetti aventi il carattere di perennità, quali per esempio il rapporto di coppia coniugale, i rapporti con alcune tipologie di gruppi.

I rapporti a termine potremmo chiamarli, con una metafora edilizia, di “costruzione o ristrutturazione” (la crescita o la guarigione), e rapporti potenzialmente perenni di “ordinaria manutenzione” (il continuo adattamento alle vicende della vita).

            Nel contratto analitico non si definisce mai la durata del trattamento, ma è altresì chiaramente implicito, che non è infinita e che dopo un imprecisato numero di anni l’analisi avrà termine. La relazione analitica rientra pertanto tipicamente tra le relazioni a termine e le regole del setting la strutturano in modo che sia tale.

Può naturalmente accadere che diventi perenne, cioè interminabile, nel qual caso però la coppia analitica ha deviato dal programma iniziale.

            Menzionerei qui un esempio di come da un elemento del setting possa dipendere il viraggio o meno da una relazione a termine a una perenne. L’agito sessuale tra i membri della coppia analitica, così come nella coppia genitore-figlio, imprime una violenta sterzata nel senso della perennità, in quanto attiva lo schema del rapporto di coppia coniugale. L’agito sessuale – sia tra genitore e figlio, che tra analista e paziente – rende estremamente più complessa, se non addirittura per certi aspetti impossibile, una separazione elaborabile.

            Da questo punto di vista possiamo considerare il tabù dell’incesto, che produce lo scenario dell’Edipo, anche come una regola del setting del gruppo familiare, che consente il raggiungimento dello scopo: lo sviluppo e l’emancipazione-separazione dei figli, cioè: la fine della relazione.

Le finalità della relazione analitica

            Tentiamo ora di formulare un’ipotesi su una delle possibili finalità della relazione analitica, per il cui conseguimento è poi necessario strutturare la relazione in un particolare modo, mediante quelle regole – il setting – che riteniamo le più adeguate al raggiungimento di tale fine.

            Freud si era genialmente emancipato dall’eccessiva concretezza dei contenuti riportatigli dai suoi primi pazienti, intuendo che le loro fantasie non erano necessariamente rappresentazioni di fatti concretamente accaduti. Poi, con la fondamentale scoperta del transfert, aveva svelato la doppia realtà che il paziente viveva nell’analisi: la riedizione dei rapporti del passato e il reale rapporto del presente con l’analista.

            Ogni oggetto con il quale ci relazioniamo si situa al contempo su diversi  piani. La dimensione umana, dalla limitata unidimensionalità della concretezza, si espande così nel potenzialmente infinito multidimensionale spazio del simbolico. Winnicott sottolinea la fondamentale accettazione del paradosso, che consente di acquisire la capacità di giocare e pertanto di muoversi  nelle dimensioni del pensiero simbolico.

            E’ dunque una necessità vitale per l’essere umano il poter vivere contemporaneamente molteplici piani di realtà, potersi muovere agevolmente tra loro, senza confonderli eccessivamente ma, come dice Ogden,  integrandoli dialetticamente.

Anni fa in uno scritto sul setting, riprendevo Winnicott, dove riconduce la formazione del pensiero simbolico allo spazio potenziale, che si crea a seguito delle frustrazioni ottimali in un’atmosfera di affidabilità. Solo lì può essere rappresentato l’oggetto assente.

Similmente il setting, con le sue frustrazioni ottimali in un’atmosfera di affidabilità, crea uno spazio potenziale dove il paziente può sviluppare delle rappresentazioni simboliche, che consentono di liberare la rappresentazione del transfert dai vissuti concreti e danno alle interpretazioni la loro piena  efficacia. 

            Sono dunque di primaria importanza quegli aspetti della relazione analitica – e del setting – che concorrono a strutturare, a favorire lo sviluppo e poi a mantenere funzionante, la capacità di simbolizzare.

Frustrazione ottimale

Menziono qui solo una delle tante frustrazioni imposte dal setting: il divieto di contatto fisico.

            Una regola precoce del setting familiare, che poi si estende per diventare una regola generale nei rapporti tra gli esseri umani, è il divieto di toccare. Anzieu (1985) descrive il fondamentale e strutturante divieto di toccare, che precede e anticipa la proibizione edipica. Con dei divieti si spinge progressivamente il bambino a sostituire il tatto con la vista e l’udito – nella funzione ricevente del rapporto – e a trovare delle parole, che siano equivalenti simbolici del tatto – nella funzione emittente – per ristabilire così, sotto forma simbolica, la comunicazione tattile primaria.            

Il toccare viene dunque sostituito prevalentemente dal vedere, dall’udire e dal parlare. In particolare ci interessa naturalmente, avendo in mente la stanza di analisi, il suono della voce nella sua funzione comunicativa equivalente al toccare. Anzieu stesso dice, che “lo scambio verbale, che delimita il campo della cura, è efficace solo perché riprende su un nuovo piano, simbolico, ciò che in precedenza è stato scambiato sul registro tattile e visivo”. 

            Il parlare, sostituendo il toccare, è un fattore di separatezza. Ma nel contempo rimane però anche un potente mezzo di contatto sensoriale. Fin dall’inizio della vita (anche nella vita fetale) il neonato è infatti immerso in un “bagno di suoni che… produce: uno spazio-volume comune che permette lo scambio bilaterale… e un legame di realizzazione fusionale reale con la madre…”(Anzieu, 1985). La modulazione, il timbro, il calore della voce e tutte le altre componenti infraverbali o metaverbali del parlare dell’analista sono sempre inevitabilmente presenti. Sono veicolo di importanti messaggi sensoriali ed affettivi. In buona parte sono automatici ed inconsapevoli e solo in una certa misura sono controllabili. Questi elementi possono conferire al parlare, e pertanto anche all’interpretazione, indipendentemente dal suo contenuto manifesto, un valore concreto analogo per esempio ad una carezza, uno schiaffo, un allontanamento od un avvicinamento ecc.

            Può così essere un problema tecnico non facile lo scegliere la dose di segnali, che l’analista da parte sua può emettere verso il paziente (il tono e la cadenza della voce, la frequenza del fatidico “Hm!”, la quantità di suoni e di svariati rumori, un sorriso all’entrata ecc.).

            Tale “ambiguità” del parlare –  e dell’interpretare – è simile pertanto a quella che ho descritto sopra per il setting stesso. L’interpretazione è infatti attiva su più piani: quello a cui di solito ci riferiamo, che è il comunicare al paziente in un modo rappresentabile – e spesso ottimalmente frustrante – ciò che riteniamo stia avvenendo a livello inconscio, ma anche quello sul quale il suono e il tono della voce possono costituire messaggi di affidabilità (“se l’analista parla c’è e si interessa a me”) e di fusione (“se sente ciò che sento io è parte di me”) ecc. Questo secondo piano, sul quale è pure attivo l’intervento interpretativo, assume spesso un’importanza preminente nelle prime fasi dell’analisi.

Ciò è parallelo alla oscura quantità e qualità di elementi sensoriali che continuamente si “depositano” nel campo analitico, sostanzialmente all’insaputa dei due membri della coppia.

Affidabilità

Poiché ci avviamo a discutere delle sedute virtuali, mi preme qui sottolineare il ruolo della componente non rappresentabile del setting – in larga parte sensoriale – nella strutturazione del vissuto di affidabilità.

            Il susseguirsi regolare delle sedute nell’ambito del setting, comincia a creare nel vissuto più profondo del paziente un senso di continuità e di sicurezza. Sempre più aspetti della relazione e del setting affondano così nello scontato e non pensato, andando a costituire lo sfondo su cui la relazione si svilupperà.

            Tale sfondo viene a costituire lentamente un rapporto sovrapponibile a quello con la madre-ambiente, dal quale soltanto potrà prendere poi forma una madre-oggetto, con la quale poter ripercorrere le prime vicende dei rapporti oggettuali.

            Bleger (1967) parla delle parti simbiotiche che si vanno progressivamente depositando, su quello che lui chiama l’inquadramento dell’analisi. Egli dice che “il setting costituisce la più perfetta coazione a ripetere… (e viene a rappresentare) quella parte dello schema corporeo del paziente non ancora strutturata e differenziata”. Mentre esiste, il setting sembra inesistente e se ne prende coscienza solo e proprio quando viene a mancare, poiché in sostanza è una simbiosi muta. Bleger afferma ancora che “le relazioni stabili o immobilizzate (le non-assenze) sono quelle che organizzano e mantengono il non-io e formano la base per strutturare l’io in funzione delle esperienze frustranti e gratificanti”.

Ma a questo punto riprenderei l’affascinante articolo Vincolo simbiotico e setting di Civitarese (2004), dove ricorda l’importanza che Winnicott dà al setting come fattore curativo e riprende Modell (1989), dove questi  avanza la suggestiva ipotesi che la funzione principale dell’interpretazione sia, non tanto quella di rendere conscio l’inconscio, quanto piuttosto di preservare il setting”. Ma poi Civitarese si sofferma soprattutto su Bleger e Ogden. Sottolinea come il nucleo psicotico di Bleger, definito da questi come non-Io o meta-Io, sia quello che fa da sfondo o base all’Io più differenziato (nevrotico). Al meta-Io sarebbe assegnato il compito di proteggere dalla separazione. Riporto ora alcuni capoversi del testo di Civitarese leggendo i quali mi sorgevano quesiti riguardo alle sedute skype.

  • Per tornare al setting, l’assunto principale di Bleger è che la relazione analitica, di per sé scomponibile in fenomeni processuali e non-processuali, cioè variabili e costanti, sia essenzialmente simbiotica — o debba, meglio, supplire a una simbiosi mancata o distorta — e che la terapia consista in un percorso graduale di de-simbiotizzazione o riduzione del nucleo agglutinato. Sarebbe l’organizzazione del setting a dar modo alla relazione primitiva e indifferenziata con l’oggetto (o meglio, a quella parte della personalità che, rappresentandone l’erede, ad essa corrisponde) di ripresentarsi sulla scena perché questo processo evolutivo possa compiersi.
  • Ad essere identificati nel setting … sono quegli elementi della relazione che non mutano. Per il senso di sicurezza che deriva dall’insieme delle regole che lo definiscono, il setting è la parte della situazione analitica che più si presta a fare da ‘depositario’ e da garante della simbiosi; inoltre, per la sua stabilità può essere considerato un’istituzione e, come ogni istituzione, costituisce il nucleo fondamentale, perlopiù muto, della personalità. … Riportiamone il punto chiave: l’alleanza terapeutica si stabilisce sì con la parte nevrotica (più sana), ma “ciò è vero per il processo, non per il setting: in quest’ultimo l’alleanza è con la parte psicotica (o simbiotica) della personalità del paziente (Bleger, 1967a, 253).

Come sappiamo, Ogden aggiunge alle due posizioni kleiniane quella contiguo-autistica. La mente funzionerebbe con una dialettica integrazione delle tre posizioni, tutte e tre sempre presenti, pur in diversa proporzione.

– Il punto essenziale è che questa primissima modalità di sperimentazione della realtà opera nel corso di tutta la vita ”in modo non consapevole, come matrice esperienziale di tutti i successivi stati della soggettività” (Ogden, 1989, 41, in nota). Proprio perché si configura come presimbolica, e a dominante sensoriale.

Qualità parziali dell’oggetto — odore, voce, elemento visivo — possono diventare una fonte di stimolazione sensuale cui aggrapparsi. Potrebbe non svilupparsi a sufficienza la funzione interna del contenere le parti del sé, né la capacità di essere solo o di autoconsolarsi.  

Con Ogden il modello di Bleger esce dalle secche … proprio agli elementi del setting .. alla loro “concretezza” si possa attribuire in misura sensibile la funzione di (ri)costruire quel ‘pavimento/base sensoriale’ che equivale al meta-Io di Bleger.

Quel sottofondo sensoriale, solitamente muto, dato dal sistema setting-corpo-ambiente, che normalmente possiamo solo presupporre. Si tratta di eventi compositi, riconducibili con ogni probabilità sia a livelli di intenzionalità inconscia (e quindi interpretabili come enactment), sia anche a stratificazioni dell’Io più asimboliche, a piani esperienziali non mentalizzati, che affiorano assieme ai segni di una lacerazione, e non senza di questi (così come simultanei sono, pure, i vari modi della mente di fare esperienza della realtà).

  • La parte psicotica appare, sorprendentemente, dapprima come il guardiano di un sentimento di continuità del sé (meta-Io o ‘cornice’ dell’Io), poi come un soccorritore che sa come gestire certe situazioni che si presentano quando l’Io si trova di fronte al pericolo di dissolversi.
  • Il passo decisivo di Ogden è di evidenziare quanto siano necessari l’attivazione e il mantenimento di livelli esperienziali somatopsichici, di ordine presimbolico, per tutta la vita. Così come per la psicologia della Gestalt la figura si può staccare percettivamente solo a partire da uno sfondo, analogamente l’Io non può che differenziarsi e conservarsi a partire da un non-Io o meta-Io. Per ricorrere a un’immagine, sarebbe come dire che si può camminare solo poggiando i piedi su un pavimento che conservi sufficienti caratteristiche di stabilità.
  • Sembrerebbe che il soggetto abbia dunque bisogno di esperire la realtà secondo una modalità “presimbolica, a dominante sensoriale” (Ogden, 1989, 40); di strutturare legami, vincoli simbiotici, anche da adulto, come garanti dell’identità.
  • Così, nella stanza d’analisi, nell’adeguarsi o meno alle coordinate spazio-temporali e dialogiche del setting, i pazienti testimoniano dello stato di questa loro vita simbiotica o meta-Io, delle irregolarità del ‘suolo’, delle condizioni generali di saldezza e affidabilità del loro ‘pavimento’. In alcuni, il bisogno incessante di una riparazione risulta ossessivo, tanto questa base sensoriale è sentita danneggiata, fino a sottrarre energie alle possibilità più differenziate e riflessive dell’Io.
  • Ciò vuol dire permettere alla simbiosi di stabilirsi, di essere sicura e affidabile. Quello che il setting — l’’alleato della parte psicotica’ — garantisce alla terapia sta proprio nella sicurezza di poter riprendere il rapporto dopo ogni separazione: questo fa sì che la relazione possa evolvere e Modell (1989) si attesta sulla stessa linea: quel che conta è che il paziente possa vivere il vincolo simbiotico in condizioni di sicurezza.
  • Da quest’angolatura, diviene essenziale la modulazione fine degli elementi di tipo sensoriale dell’incontro (penso, ad esempio, ad interventi dove assume maggiore importanza il tono della voce o la segnalazione di una presenza rispetto al contenuto) così come una certa sensibilità per l’aspetto concreto, pragmatico delle parole. L’attenzione al corpo, come luogo in cui la simbiosi si istituisce e agisce, e alla corporeità come luogo in cui, a seguito dell’interazione, si registrano emozioni che non possono ancora essere sentite come tali nel paziente e nell’analista, è uno degli aspetti più affascinanti del pensiero di Bleger.

Una domanda che sorge è: “Quanto di questa sensorialità primitiva e indifferenziata entra in gioco nelle sedute skype?” Il pavimento/base sensoriale si struttura anche via skype? In una certa misura certamente sì. Però forse non è superfluo chiedersi: quanto e come. Una carenza potrebbe forse limitare fortemente il processo analitico.

B. IL PROROMPERE DELLA QUESTIONE SKYPE-ANALISI

            I trattamenti che comprendono delle sedute via skype vanno allargandosi tra gli analisti a macchia d’olio soprattutto a causa della mobilità dei pazienti, in misura minore per la mobilità degli analisti, ma anche per interessi economici degli analisti.

           Ci sono situazioni in cui delle sedute via skype sono inequivocabilmente utili e giustificate (per es.: un paziente trasferito a un pozzo petrolifero nel deserto), così come ce ne sono altre chiaramente ingiustificate (“Piove, c’è il  traffico intasato, oggi la seduta si fa via skype?”). Tra questi due poli c’è poi da individuare il criterio in base al quale decidere la correttezza di una scelta della coppia analitica, anche se il criterio non è solo legato ad impedimenti esterni.

           In determinate circostanze ciò potrebbe anche diventare un problema etico (“abuso della buone fede del paziente fornendo un prodotto non funzionante” o discreditare la psicoanalisi e la sua pratica clinica) (e solo allora si potrebbe parlare di ciò che è “consentito” o meno). Ma in genere questo problema si pone più a un livello tecnico: quanto è “efficace” e soprattutto, a mio avviso, quanto e come le sedute nell’assetto “due persone in una stanza”, che chiamerò “in vivo”, possono essere intercambiabili con quelle “via skype”.

         Un altro livello ancora è quello delle analisi di training, dove compaiono le necessità istituzionali di definire le modalità dei trattamenti (e qui riappare il che cosa sia “consentito”).

         L’interrogativo principale però mi sembra quello di capire che cosa avviene quando una seduta, un trattamento o parte di esso si svolge via skype. Dunque non: “Skype: sì o no?”, ma: “Skype come, quando e quanto?” e di conseguenza indicazioni e controindicazioni.

        Interrogarsi su ciò ci costringe anche a precisare meglio il significato di certi parametri della tecnica psicoanalitica, che altrimenti rischiano di restare nell’ombra dello scontato e dell’ovvio, nella tautologia del “questo è analitico perché in analisi si fa così”.

        Le prime reazioni al sentire dell’esistenza di sedute skype mi hannno suscitato delle libere associazioni:

Un genitore potrebbe allevare un bambino via skype?

-Una coppia potrebbe vivere una relazione d’amore via skype?

       Questi esempi possono rendere l’idea, ma non del tutto, poiché non si può allevare un bambino o vivere una storia d’amore neanche in un setting analitico normale. Per questi due scopi nessuna delle due situazioni analitiche sarebbe soddisfacente.

-Una collega mi dice che una sua paziente in analisi, ritornando in studio dopo una settimana di sedute skype, dice: “Via skype è come essere allattati col biberon anziché al seno!”

-La differenza tra l’analisi in vivo e via skype potrebbe essere simile a quella tra una rappresentazione teatrale e una televisiva. Sono però necessarie una regia e delle impostazioni tecniche diverse, che devono essere studiate ed apprese. Non ci si può improvvisare cyber-analisti, come però ora inevitabilmente avviene.

-Nelle sedute via skype c’è una variazione importante: viene fatto carico al paziente, anziché all’analista, di una parte del setting: è il paziente che deve fornire una stanza, un lettino-divano e proteggere la seduta dai rumori, dal freddo, da intrusioni esterne. E’ in gran parte lui a decidere se partecipa il cane di casa, se è solo in casa o se nell’appartamento ci sono altre presenze.

-In analisi spesso avviene che il paziente senta il lettino come un prolungamento del corpo dell’analista, come lo stargli in braccio, che lo studio sia sentito come un contenitore fisico, un utero in cui essere accolto o soffocato o imprigionato. Durante le sedute skype il paziente può forse sentire ciò anche sul divano di casa sua, sul quale si stende, o nei confronti della sua stanza, però è diverso, perché quel letto-lettino, così come la stanza, sono suoi è sono a sua disposizione tutto il giorno, anche disgiunti dalla presenza dell’analista.

-Nell’assetto “in vivo” gli affetti (o le pulsioni) premono spesso per travalicare i limiti del setting, sia sul versante libidico che su quello aggressivo. La compresenza-vicinanza fisica li rafforza notevolmente. Sappiamo come può essere intenso il sentire nei momenti in cui il paziente, entrando o uscendo, dall’immobilità del lettino, si muove verso la porta camminando accanto o davanti all’analista. Come possiamo talora essere vicini a una sberla o a un abbraccio! In una seduta skype una parte della funzione di controllo pulsionale viene tolta ai protagonisti e delegata alla distanza imposta dal collegamento virtuale. E’ molto più difficile cedere alla tentazione di agire sessualmente via skype. Il rischio è indubbiamente minore. Il confronto con la tensione libidico emotiva, e la sua elaborazione, sono però i motori del processo analitico. Certo tutto ciò può in qualche misura avvenire anche via skype, ma in quale modo e con quale intensità? E’ anche vero che le tensioni libidico-emotive possono essere molto diverse anche in vivo, nei diversi assetti di coppia analitica (per differenza di sesso, età dell’analista ecc.).

-Si può forse ritenere che, più regressivo è il vissuto che sta emergendo, più siano importanti, per “dargli corpo”, gli appigli sensoriali reali.

-D’altronde, via skype, vista la lontananza dell’analista, certi contenuti possono essere pensati ed espressi con meno paura degli agiti, con meno vergogna e resistenza. Altri però potrebbero far più paura, se espressi senza il “conforto” della presenza reale dell’analista.

-Quali sono poi le modalità e le vie attraverso cui si trasmettono le IP? Certo passano anche attraverso skype, ma quali e quante? E come?

C.  LA “COSTANZA DELL’OGGETTO PARZIALE”

Nel setting analitico tradizionale si rinuncia a “un terzo” della relazione costituito dal contatto fisico, dai contatti oltre l’orario delle sedute ecc. Ciò deve essere supplito dalla rappresentazione interna, dalla capacità di immaginare.

Nel rapporto skype bisogna rinunciare a un altro “terzo”, rappresentato dal contatto sensoriale visivo e uditivo in vivo e dalla consapevolezza della presenza reale, con tutte le sue implicite potenzialità. Si rende dunque necessario un ulteriore ricorso alle risorse rappresentazionali interne.

Rimarrebbe solo un ultimo “terzo” di realtà, su cui appoggiare il lavoro analitico.

Potremmo parlare della “costanza dell’oggetto parziale”. Vediamo di cosa si tratta.

            Dopo un periodo di reale e piena presenza nell’analisi “in vivo”, l’analista si sdoppia in una parte presente per skype e una parte (sensoriale) assente (ma che prima era presente durante le sedute in vivo). Il paziente deve compensare con la rappresentazione interna la parte mancante (oltre al primo ora anche il secondo “terzo”). Non tutti i pazienti hanno la stessa capacità di farlo. E questo già potrebbe dirci qualcosa sulle controindicazioni alle sedute skype.  Con il tempo poi la rappresentazione interna tende a sbiadire e la parte di relazione via skype diventerebbe sempre più parziale, insufficiente. Si renderebbe allora indispensabile un “rifornimento sensoriale”, un periodo di sedute in vivo, per ri-vivificare la presenza ed attività dell’oggetto interno – analista, o meglio del suo secondo “terzo”. Insomma, bisognerebbe ricaricare le batterie.

Finora ho parlato di ciò su cui si basa il rapporto del paziente con l’analista. Ma esiste anche il reciproco. Anche l’analista, dopo aver già in principio rinunciato al primo “terzo” (i contatti fisici ecc), via skype anche lui rinuncia al secondo terzo, non solo non potendo “annusare” il paziente, ma anche rinunciando a portare nel rapporto ed usare parti del suo sé corporeo, come anche quelle parti del sé esteso, rappresentate dal suo ambiente inanimato: lo studio, il lettino, gli oggetti dello studio narcisisticamente così intensamente investiti. Via skype entra in rapporto spogliato di tutte queste parti di sè, che al massimo possono continuare ad esistere nella memoria del paziente, relativa ai periodi di analisi in vivo.

Da quanto scritto si desume che è difficile e surreale immaginare un’analisi iniziata, sviluppata e terminata totalmente via skype (né se ne comprenderebbe la reale necessità). Ritengo comunque le sedute via skype un ripiego, per certi limitati periodo dell’analisi, a cui ricorrere in situazioni di reale necessità. Appare invece fondamentale studiare il rapporto tra dei periodi di analisi in vivo ed altri via skype. E’ su questa seconda modalità che ci si dovrebbe limitare nella pratica e nella ricerca clinica. La domanda dunque non sarebbe analisi via skype o in vivo, ma come articolare le due modalità nella stessa analisi, quando ciò sia inevitabile. Le sedute skype susseguenti a quelle in vivo sarebbero totalmente e sostanzialmente diverse da quelle prive di una qualsiasi esperienza-memoria di sedute in vivo.

Riporto due brevi vignette cliniche per illustrare alcuni aspetti toccati dalle argomentazioni precedenti. 

  • Una giovane paziente al terzo anno di analisi (a proposito di sensorialità):

Inizia la seduta con un silenzio e poi dice: “Mi piacerebbe avere una coperta e addormentarmi.” Dopo un altro po’: “Mi scoccia dover uscire. Resterei qua tutto il giorno… Da bambina avevo sul lenzuolino dei Dumbo e mia madre mi rimboccava le coperte… Con mia madre si stà bene quando fa la persona umana e non la macchina.”

Un paio  di sedute dopo: “Quando vengo qua, a volte sento fame anche fisicamente!”

  • Un paziente, anche lui al terzo anno:

In una seduta aveva detto:

“Metto la giacca sempre nello stesso posto… Questo è come uno ‘spazio totale’ che è sempre esistito, solo mio. Ritrovare le cose come erano prima, come se fossero lì solo per me… Poi stare qui è come stare in una vasca fluida.”

Qualche settimana più tardi:

P: “Il mio primo paziente è omosessuale. Durante la seduta si è mosso sulla poltrona e mi ha colto il timore che potesse agire sessualmente! Se fosse stata una ragazza, magari una superfiga, sarebbe stato diverso. Non provo attrazione per gli uomini.”

A: “E se la provasse?”

P: “Sarebbe inquietante…  Quasi quasi resterei qua anche dopo la seduta. Prima invece, per un lungo periodo, venivo qua con l’attesa di schizzare via, ero rigido e sudato…  Mi viene in mente un sogno in cui con terrore stavo per essere mangiato dai cannibali. Mi sentivo mordere, strappare lembi di carne, ma per fortuna mi sono svegliato.”

Viene da chiedersi se e come le stesse o simili sensazioni avrebbero potuto essere provate via skype. Forse però se ne proverebbero altre?

CONCLUDENDO

I discorsi che toccano il setting analitico sono sempre difficili poiché questi sembra essere percepito come un elemento forte, su cui si aggrappa l’identità analitica. E’ una specie di meta-Io o sensory floor, senza il quale ci vacilla il terreno sotto i piedi. Rischiamo di non sapere cos’è veramente ciò che facciamo e di conseguenza chi siamo!

Ma questo baluardo (che sembra essere tale a causa della fluidità degli altri elementi dell’identità analitica), quanto potrà resistere inalterato alla rivoluzione digitale, alla crisi economico-sociale-culturale e anche al progresso delle conoscenze analitiche? Ciò che viviamo oggi, nel futuro molto prossimo potrà trasformare profondamente il nostro mondo e la nostra cultura. Forse bisognerebbe accettare la sfida e far dipendere la nostra identità da altri parametri, o da altri sistemi di parametri più complessi, ma anche più ricchi di potenzialità evolutive.

Citazione conclusiva: Tornando a noi, Baricco afferma che qualunque cosa stia accadendo, quando sentiamo in pericolo la nostra identità alziamo la grande muraglia. Noi di qua, i barbari di là. Pensiamo sia una battaglia che possiamo anche perdere, l’importante è non perdersi. In realtà non siamo di fronte ad uno scontro, siamo di fronte ad una mutazione; non un leggero mutamento, ma una mutazione per sopravvivere. Ci troviamo di fronte a homines novi: da loro viene l’energia per attuare la mutazione; da loro viene la convinzione che senza la mutazione saremmo dei dinosauri, finiti. E’ un cambiamento che qualcuno finge di non vedere, ma che a molti invece fa paura perché sembra un imbarbarimento senza contropartita: con stupore guardano affermarsi un’idea diversa di esperienza, la superficialità al posto della profondità, la velocità al posto della riflessione, la comunicazione al posto dell’espressione, il piacere al posto della fatica. E’ quanto sta accadendo intorno a noi: è l’invasione dei barbari. Ma è inutile cercare di non vedere e idolatrare un confine che non esiste: non c’è confine, non c’è civiltà da una parte e barbari dall’altra, c’è solo l’orlo della mutazione che avanza: “Siamo mutanti, tutti, alcuni più evoluti, altri meno, c’è chi è un po’ in ritardo, c’è chi non si è accorto di niente, chi fa finta di non capire… Ma eccoci lì, tutti quanti, a migrare verso l’acqua.” (Tratto liberamente da “I Barbari” – saggio sulla mutazione – di Alessandro Baricco)


[1] Relazione presentata al Centro Veneto di Psicoanalisi il 14. 12. 2013.