ALCUNE   CONSIDERAZIONI   SULL’INVIDIA Previous item O vlogi stapljanja v ljubezni Next item “La trincea: crisi del...

            Il concetto di invidia è da sempre esistito. Lo troviamo sia nella parlata quotidiana che nella letteratura. Nella religione cattolica ha trovato posto addirittura tra i sette peccati capitali.

            Dobbiamo tenere però presente, che il significato della parola “invidia” nel linguaggio quotidiano spesso non coincide con quello usato in psicoanalisi. I pazienti possono infatti usarla per esprimere significati differenti. Così è perlomeno dubbio quanta attinenza abbia con il concetto psicoanalitico di invidia la frase: “Che bella macchina ha, come lo invidio!”  Potrebbe infatti significare: “Non mi dà alcun fastidio che lui abbia una bella macchina, ma desidererei averne una anch’io!”, oppure: “Mi fa veramente rabbia che ce l’abbia. Non avrò sollievo finché non si schianterà da qualche parte!” La prima versione – più innocente – può essere definita più ammirazione che invidia. Potrebbe però nascondere – e allora sarebbe una difesa da – l’invidia inconscia ed inespressa. La seconda versione è invece vera e propria invidia. Ma anche su di essa si potrebbe obbiettare, che essendo espressa così consciamente, possa non del tutto coincidere con la vera, profonda ed inconscia invidia primaria.

            Cerchiamo di accennare sommariamente lo sviluppo del concetto di invidia nel pensiero psicoanalitico. Nei suoi primi cinquant’anni la psicoanalisi si è concentrata quasi esclusivamente sul conflitto di Edipo. Freud ha descritto su questo piano l’invidia del pene, che ha avuto un ruolo relativo, per certi aspetti anche infelice, nello sviluppo del pensiero psicoanalitico.  Già nel 1919 Abraham aveva descritto l’invidia come un fattore importante nella reazione terapeutica negativa ed anche altri autori si erano più o meno superficialmente soffermati su di essa. Ciò è però importante più da un punto di vista storico. Si deve infatti arrivare a un momento, quando qualcuno comprende più ampiamente un concetto, lo approfondisce e lo inserisce in un contesto più generale, che nel frattempo è diventato più adatto a recepirlo. Solo allora il nuovo concetto può influire sullo sviluppo di un certo campo di ricerca. Questo è avvenuto al Congresso psicoanalitico internazionale di Ginevra nel 1955, quando Melanie Klein lesse il suo lavoro sull’invidia. Due anni più tardi pubblicò il libro “Envy and Gratitude“(1957). Solo allora il concetto di invidia acquisì quel significato e quel ruolo di cui discutiamo ancora oggi. Ciò fu favorito dal fatto che stava maturando lo spostamento dell’attenzione dalle fasi edipiche a quelle preedipiche, dove l’invidia nasce, ha le sue radici e dove gioca un ruolo importante.

            Accennerò ai primi dibattiti sull’invidia per poi passare a una serie di articoli apparsi più recentemente sull’International Psycho-Analytical Journal.

Melanie Klein e l’invidia primaria

            Melanie Klein accettò fin dall’inizio la teoria freudiana dell’istinto di morte. Lei sosteneva che subito dopo la nascita – nella posizione schizo-paranoide – il bambino si libera di una parte della distruttività dell’istinto di morte, proiettandola nel mondo esterno, tramite l’identificazione proiettiva, creandovi dei fantasmi persecutori. Un’altra parte viene diretta nei confronti degli oggetti parziali che il bambino, a seguito della scissione, identifica come oggetti cattivi. La parte restante dell’istinto di morte rimane nel mondo interno ed è messa a disposizione del super-io nella sua forma più arcaica e primitiva. Con essa questi attacca l’Io, quando questi cede eccessivamente agli istinti.

            Nel 1955 Melanie Klein aggiunse a questo schema un’ulteriore parte dell’istinto di morte, che direttamente e distruttivamente attacca gli oggetti buoni, proprio in quanto tali. Ed è proprio questa secondo lei l’invidia. Nel suo libro (Klein, 1957,17) la definisce così: “L’invidia è un sentimento di rabbia perché un’altra persona possiede qualcosa che desideriamo e ne gode – l’impulso invidioso mira a portarla via o a danneggiarla.” Il senso dell’invidia consisterebbe proprio nell’attaccare distruttivamente l’oggetto a causa della sua bontà e non perché esso sia frustrante. Già nella prefazione del suo libro ritiene che “l’invidia sia l’espressione sadico-orale e sadico-anale di impulsi distruttivi, che essa entri in azione fin dalla nascita ed abbia una base costituzionale.”(Klein, 1957, 9)

            Definì anche le differenze tra invidia, avidità e gelosia. Gli ultimi due sentimenti contengono in sé una componente di invidia, ma non coincidono completamente con essa.

            “L’avidità è un desiderio imperioso ed insaziabile che va aldilà dei bisogni del soggetto e di ciò che l’oggetto vuole e può dare (…) il suo scopo è l’introiezione distruttiva; l’invidia invece cerca (…) anche di mettere ciò che è cattivo (…) nella madre (…) allo scopo di danneggiarla e distruggerla.”(Klein, 1957, 18)

            La gelosia si manifesta nella situazione dove interagiscono tre soggetti e dove il concorrente del soggetto si è appropriato – oppure esiste il pericolo che possa farlo – dell’amore che il soggetto sente gli debba appartenere.

            Annoterei in margine che in “Invidia e gratitudine” la Klein descrive ampiamente il ruolo della gratitudine, il che darebbe al libro un tono ottimistico se non fosse basato sul concetto di invidia innata e così primariamente distruttiva.

            Una concezione della psiche umana nella quale l’istinto di morte e il suo derivato – l’invidia, abbiano un tale ruolo, suscitò molti dubbi anche tra coloro che si erano formati nei circoli kleiniani, come ad esempio Paula Heimann e Donald Winnicott. Quest’ultimo aveva magistralmente descritto e sottolineato l’importanza determinante, durante lo sviluppo, dell’interazione complessa e delicata tra la madre e il bambino. Difficilmente perciò si accorda con la visione winnicottiana il concetto di un’aprioristica e genetica distruttività dell’invidia, che scatenerebbe i suoi attacchi contro il seno subito dopo la nascita, a prescindere dalla qualità delle vicende del rapporto tra il seno-madre e il bambino.

            Sulla Klein piovvero critiche da tutte le parti. Fu accusata, tra l’altro, di avere una concezione dell’essere umano troppo pessimistica, avendo l’uomo, secondo questa impostazione, una specie di “peccato originale”, una propensione al male, di cui non potrebbe mai liberarsi del tutto. Si dovrebbe riconoscere che l’invidia esiste, rassegnarsi a convivere con essa, cercando di mitigarla, il che diventerebbe anche il fine ultimo dell’analisi.

            Nel 1969 ebbe luogo a Londra un dibattito sull’invidia. Il più lucido oppositore alla teorizzazione kleiniana sull’invidia fu W.G. Joffe (1969), il quale sostenne il punto di vista che l’invidia fosse solamente una delle possibili risposte al dolore mentale derivante dal divario tra la visione ideale e la visione reale di sé. Tale divario produrrebbe tra l’altro anche depressione ed invidia. Secondo Joffe l’invidia non potrebbe però mai essere ricondotta esclusivamente ad una fonte istintiva. Anche Winnicott in quell’occasione criticò la tesi in base alla quale l’invidia sarebbe  principalmente espressione di un fattore genetico.

            I kleiniani si chiusero nella loro cerchia e per lungo tempo fu possibile solamente constatare le differenze, senza poterle però superare.

Punti  di  vista  più’  recenti  sull’invidia

            Se scavalchiamo due decenni poveri di nuove acquisizioni sul tema, arriviamo ad un dibattito sull’International Psycho-Analytical Journal, dove possiamo osservare degli sviluppi e degli avvicinamenti, nonostante esistano ancora delle importanti differenze. Possiamo anche rilevare che nella pratica clinica al giorno d’oggi la maggior parte dei kleiniani accetta l’idea che non sia sempre utile interpretare ai pazienti l’invidia in modo continuo e diretto.

            Nel 1987 Horacio Etchegoyen pubblicò assieme ai suoi collaboratori l’articolo “On Envy and How to Interpret It“.

            Il ramo argentino della scuola kleiniana, al quale appartengono gli autori, ha fornito parecchi contributi originali, questo articolo però sembra ricollegarsi al tradizionale pensiero kleiniano e suona più come un avvertimento a non cedere alle posizioni più innovative. Etchegoyen sostiene, che sia profondamente sbagliato considerare l’invidia come una reazione a una qualche frustrazione, essendo l’invidia secondo lui una forza distruttiva innata e non derivata da esperienze postnatali. L’invidia pertanto attacca l’oggetto a prescindere da quale sia il rapporto che si è stabilito tra oggetto e soggetto. Afferma che, se non accettiamo il concetto dell’invidia primaria, non ne rileveremo la presenza nel materiale clinico e scivoleremo quasi inevitabilmente dalla terapia analitica a quella di supporto. L’articolo viene concluso con la seguente tesi: “L’invidia deve essere interpretata sempre e senza alcuna esitazione ed è sbagliato attardarsi sui dubbi riguardo al tatto ed al timing.” E ancora: “…quando si trova dinanzi all’invidia, la posizione dell’analista deve essere tale da assicurare l’interpretazione adatta dell’invidia, con la speranza che l’analizzando non reagisca di nuovo con invidia; ma deve anche rendersi conto che le reazioni invidiose dell’analizzando non possono essere cambiate da nessuno.” L’unico risultato auspicabile dall’analista può di conseguenza essere solamente che “egli possa togliere all’invidia tramite l’interpretazione (solo) le caratteristiche onnipotenti della sua distruttività.”

            Come possiamo vedere, questi sono i punti di vista dei kleiniani più tradizionali, che come dei “cacciatori di invidia” ne seguono implacabilmente le tracce, ma allo stesso tempo prendono anche pessimisticamente atto del fatto, che essa non sia eliminabile e neanche sufficientemente trasformabile.

            Nell’articolo di Etchegoyen c’è però anche qualcosa di nuovo, quando accenna una critica alla Klein, sostenendo che la sua “tendenza a far derivare l’invidia dall’istinto di morte certe volte fa pensare come se l’impulso fluttuasse nell’aria e perdesse il suo collegamento (…) con i rapporti oggettuali”.

            Elizabeth Bott Spillius, che lavora negli ambienti kleiniani di Londra, ha pubblicato nel 1993 l’articolo “Varieties of Envious Experience“.

            In questo lavoro è già più percepibile (anche se in modo incompleto) il passaggio dal concetto di invidia come istinto al concetto di invidia come sentimento e ciò già più chiaramente all’interno dei rapporti oggettuali.

            Come aveva già preso posizione H.A.Rosenfeld (1987), sembra che anche per la Spillius l’invidia non sia tanto espressione diretta di un impulso geneticamente definito (l’invidia costituzionale), quanto un sentimento che può manifestarsi durante il complesso processo di strutturazione dello schema vitale “del dare e del prendere”, nel quale è allo stesso modo importante sia il ruolo di chi dà (il genitore), che quello di chi prende (il bambino). L’autrice descrive molto lucidamente le interazioni di tale schema (che in parte ricorda l’approccio di Winnicott). Lo schema è complesso poiché al giorno d’oggi sappiamo che non è a senso unico, poiché entrambi – bambino e madre – si trovano a vicenda nel ruolo di quello che dà e di quello che prende, pur in un diverso rapporto quantitativo.

            La Spillius sottolinea in questo rapporto l’importanza della “consonanza” o della “dissonanza” nel rapporto iniziale madre-bambino. Maggiore è la “dissonanza”, maggiore diventa la possibilità che si sviluppi il circolo vizioso dell’invidia. Lei però non sostiene che l’invidia si venga a creare in questo modo, ma solamente che così essa tenda ad “incrementarsi”. Può così lasciare la porta socchiusa al concetto di invidia costituzionale innata. Scrive così: “E’ mia opinione – e penso che essa vada d’accordo con l’approccio di Melanie Klein – che l’esperienza e la manifestazione dell’invidia, come anche quella dell’amore e dell’odio in genere, vengano a galla e si sviluppino nei rapporti con gli oggetti. Non possiamo perciò mai incontrare la componente costituzionale dell’invidia senza che sia già stata trasfigurata dalle esperienze. Nella situazione analitica non possiamo neanche esprimerci riguardo alla quantità di invidia costituzionale del paziente, quanta parte di essa si sia sviluppata in base alle esperienze con gli oggetti e quanto essa risulti essere il prodotto dell’interazione tra le due”. La Spillius mantiene dunque un – del resto non del tutto chiaro – rapporto tra il sentimento di invidia e l’istinto di morte, il che le consente di rimanere comunque all’interno dell’approccio kleiniano.

            Scrive inoltre: “Nella situazione psicoanalitica i pazienti oscillano tra la posizione depressiva e tra quella schizo-paranoide. E’ più probabile che l’invidia si manifesti in modo più acuto – talvolta anche consciamente – quando ci si avvicina agli schemi della posizione depressiva, nella quale sono presenti tendenze all’integrazione e alla consapevolezza della separatezza dell’oggetto.” Con ciò si avvicina al punto di vista secondo il quale la manifestazione del sentimento di invidia è connessa al dolore che può provare il bambino, quando si rende conto della propria separatezza dalla madre e può cadere traumaticamente dall’illusoria unione onnipotente con lei,  il che avviene alle soglie della posizione depressiva o, come direbbe Winnicott, nella delicata fase dello “svezzamento”.

            Quando la Spillius parla di “consonanza” è – a mio avviso – in ciò almeno in parte implicita l’esistenza di un rapporto con componenti fusionali, che la “dissonanza” può più o meno traumaticamente dissolvere. Nonostante i kleiniani non parlino di fusionalità né di simbiosi, in questo caso ci siamo vicini. Il ruolo degli aspetti simbiotico-fusionali ci introduce al articolo seguente.

            Nel numero di aprile del 1994 dell’International Psycho-analytical Journal è stato pubblicato un articolo che è, a mio avviso, fondamentale nel dibattito sull’invidia. Eliahu Feldman di Tel Aviv e Heitor De Paola di Rio de Janeiro nel lavoro “An Investigation into the Psychoanalytic Concept of Envy” difendono le seguenti tesi.

            L’invidia non è un impulso diretto o un derivato di qualche istinto, ma è un sentimento universale e complesso, la cui intensità deriva da una serie di interazioni tra soggetto ed oggetto, che si creano nel corso della differenziazione-separazione. Bersaglio dell’invidia non è l’oggetto buono come tale, ma l’oggetto idealizzato-onnipotente, in quanto il bambino lo vive come irraggiungibile, il che gli causa un’insopportabile sensazione di perdita. Ma questa non può essere superata con l’elaborazione del lutto, perché la sua psiche immatura non è a ciò ancora attrezzata.

            Quando nel bambino inizia a manifestarsi una più larga e integrata “consapevolezza” (che potremmo anche considerare come inconscia) della sua differenziazione-separazione “dall’onnipotente oggetto idealizzato, ci troviamo nel momento più delicato, quando si può arrivare alla rottura traumatica del vissuto ricco di fusione. Qui siamo in uno “stretto passaggio” dall’ampia – anche se sempre incompleta – unione indifferenziata, alla condizione dove l’onnipotente unione quasi non c’è più. In questa fase per il bambino tempo e spazio non hanno ancora senso e l’assenza dell’oggetto può significare per lui un non-essere, un “buco nero”, la presenza di un oggetto cattivo al proprio interno. La Tustin (1986) descrive molto bene come una tale prematura separazione dalla madre sia per il bambino simile a un’amputazione, che forma un “buco nero”. Al di fuori dell’unione onnipotente il bambino si sente completamente impotente, non ha nulla da dare ed è incapace di sopravvivere. Percepisce la perdita di qualcosa di indefinito e di infinito, che è in stretta relazione con la sua sopravvivenza o con la sua morte.

            Per il bambino l’oggetto appena separato risulta onnipotente e depositario di tutti i beni. Perciò lo percepisce come una specie di ladro che lo ha derubato di tutto ciò che prima – nell’unione con l’oggetto – era stato suo. L’oggetto, se da un lato mette a disposizione del bambino i propri beni “divini”, dall’altro gli fa sentire che non sono di sua proprietà.

            Per il manifestarsi della reazione invidiosa è essenziale l’esistenza di un insopportabile divario tra l’onnipotente ed irraggiungibile oggetto da una parte ed il bambino specularmente impotente ed umiliato dall’altra. In questa drammatica situazione una delle possibilità è proprio quella che nel bambino si manifesti l’invidia e cioè che i sentimenti aggressivi si indirizzino verso l’oggetto e lo vogliano distruggere. In tali condizioni l’oggetto è infatti fonte di dolore insopportabile e la sua distruzione diventa l’unica possibilità per la sopravvivenza psicologica del soggetto-bambino.

            Quindi Feldman e De Paola così definiscono l’invidia: “…la consideriamo come un sentimento complesso che si sviluppa del tutto solamente all’inizio della posizione depressiva. Tale sentimento ha origine dalla perdita parziale o totale dell’identificazione (fusione) con l’oggetto onnipotente-idealizzato (seno-madre), da noi chiamato ‘perdita senza nome’. Essa si crea nel periodo quando esisterebbe un’indifferenziazione (relativa) tra il Sé e l’oggetto e quando non c’è (ancora) un vero sentimento di frustrazione. Esiste piuttosto il sentimento che al Sé qualcosa manchi o che l’oggetto lo abbia depredato di qualcosa (…) ciò avviene in un periodo talmente precoce della vita, che a causa dell’immaturità dell’apparato psicologico, la perdita non può essere elaborata mediante il lutto.”

Alcune considerazioni in consonanza con Feldman e De Paola

            Il manifestarsi del sentimento dell’invidia è per gli autori dell’ultimo articolo citato strettamente collegato al problema della separazione, cioè allo sviluppo della consapevolezza che soggetto ed oggetto – bambino e madre – sono due entità separate.

            Su ciò i punti di vista delle varie scuole psicoanalitiche sono piuttosto differenti. La Klein non accettava il narcisismo primario di Freud e dava per scontato che il bambino avesse sin dalla nascita almeno una parvenza di Io differenziato. Nei suoi scritti non è presente la parola simbiosi e anche la fusionalità è menzionata di rado, più che altro come risultato di processi regressivi. All’altro estremo Margaret Mahler (1967) sosteneva che il bambino si separasse-individuasse relativamente tardi e lentamente. Altri autori come Winnicott (1958), Gaddini (1987) e Ogden (1986, 1989) si trovano a metà strada tra questi due estremi. Stern (1985), sulla base delle proprie osservazioni dei neonati, sostiene che il neonato non vive mai dei periodi di simbiosi-indifferenziazione totale tra sé e l’oggetto, parla però comunque di una indifferenziazione relativa.

            Vorrei ricordare l’interessante articolo di Castairs (1992) che compara la Klein e la Mahler, giungendo alla conclusione che le loro posizioni non sono poi del tutto inconciliabili. La Klein infatti pur menziona fugacemente l’esistenza di momenti indifferenziati nello sviluppo del bambino, mentre la Mahler parla anche delle esperienze precoci di separatezza. Entrambe però non tengono poi conto nei propri lavori di tali accenni e non li sviluppano.

            Penso che su questo argomento si possa sostenere un’ipotesi più complessa, che presuppone l’esistenza nel neonato sin dall’inizio sia di esperienze di separatezza che di quelle di unione fusionale. Sarebbero proprio i rapporti quantitativi ed il carattere qualitativo di tali esperienze gli elementi di base che concorrono a formare le condizioni ottimali per lo sviluppo della psiche umana. E’ quindi tuttora adeguato parlare di una quantomeno parziale indifferenziazione del bambino dall’oggetto nelle fasi iniziali dello sviluppo.

            Winnicott descrive come una madre “sufficientemente buona” riesca in genere ad offrire il seno al bambino proprio quando lui ne ha bisogno e se lo sta perciò (più o meno distintamente) rappresentando. Ciò consente al bambino di provare il sentimento illusorio di essere lui a creare il seno e di vivere così l’illusione della propria unione onnipotente con lei. Nel contempo hanno pur luogo anche delle frustrazioni, delle non coincidenze, che sono i primi abbozzi di una separatezza, che si incrementerà poi a partire dallo “svezzamento”. Se queste delusioni-frustrazioni non sono “ottimali” e graduali, ma assumono aspetti traumatici, il bambino prova paure di annichilimento, perché è minacciata la sopravvivenza stessa della sua psiche.

            “L’apparato per pensare i pensieri” della madre, come lo chiama Bion (1962), è assolutamente indispensabile al bambino per il contenimento, per la mentalizzazione delle sensazioni primitive e non ancora discriminate. Se tale apparato non viene “estratto” dalla (parziale) unione fusionale madre-bambino con gradualità, man mano che nel bambino è venuto a formarsi un simile apparato, può lasciare un “buco nero” – un vuoto insopportabile nel funzionamento mentale. Credo sia la perdita traumatica di questo “apparato” materno, ciò che sta alla base delle fantasie della mancanza del seno prima e del pene poi. E’ la precoce perdita del rapporto con la funzione contenente materna ciò che suscita più facilmente le più primitive e profonde reazioni invidiose.

            Il sentimento dell’invidia non si manifesterebbe dunque subito alla nascita, ma appena in quei passaggi cruciali dello sviluppo del bambino, quando egli esperisce più chiaramente che l’oggetto è separato da lui, collocato al di fuori del suo Sé.

            Da questo punto di vista possiamo allora considerare l’invidia come una primitiva reazione di difesa, che tende alla distruzione dell’oggetto, quando il bambino lo vive come il detentore idealizzato di tutti i beni, ma al contempo anche irraggiungibile. L’oggetto diventa in tale condizioni fonte di insopportabili sentimenti di impotenza e di umiliazione. Solamente la distruzione-cancellazione dell’oggetto può alleviare l’insopportabile dolore, che altrimenti provocherebbe la disgregazione della ancora immatura psiche infantile.

            Per la psiche del bambino non è pericoloso solamente l’oggetto che tende a ritirarsi e a non essere più a disposizione, ma anche l’oggetto che si dà, ma non in coincidenza con i ritmi dei bisogni dell’infante. Pensiamo ad esempio come possa stimolare una reazione invidiosa una madre, che di quando in quando seduttivamente gratifica con grande intensità il bambino piccolo e poi per lunghi periodi lo ignora.       

            L’invidia deriva comunque dal bisogno di un rapporto soddisfacente con un oggetto, poiché è proprio questa necessità inappagata a scatenare la distruttività che la caratterizza. La distruttività invidiosa è in fin dei conti anche a servizio della sopravvivenza (della psiche del bambino). Se pensassimo in termini di pulsioni, ne risulterebbe che l’istinto di morte può dunque essere anche al servizio della vita. Nell’invidia sarebbero pertanto presenti entrambi gli istinti. In questo caso si porrebbe la questione su come definire in modo più preciso il rapporto tra gli istinti da una parte, che sono indubbiamente più vicini alla base biologica dello psichismo e dall’altra i sentimenti, che invece rientrano in una dimensione squisitamente psichica. Tuttavia il problema, se e come l’invidia sia connessa con il controverso concetto di istinto di morte, diventa meno pregnante, se non riflettiamo in termini di teoria delle pulsioni, ma ci muoviamo nell’ambito della teoria dei rapporti oggettuali, dove vengono posti più in evidenza gli affetti, mentre rimane più sfumata sullo sfondo la loro connessione con le basi biologico-istintuali.

            Ci sono dunque determinate situazioni nello sviluppo precoce del bambino, dove l’invidia si forma più facilmente. Sarebbe troppo semplicistico però collocarle in un ben definito momento dopo la nascita ed è perciò che, anziché di momenti, è meglio parlare di “situazioni”. Di esse è fittamente disseminato il periodo iniziale della vita, anche se la loro densità è maggiore in determinati passaggi chiave. Se in queste situazioni il rapporto tra “dare e ricevere”, tra madre e bambino, è troppo disturbato, può sorgere l’invidia. Se tali malfunzionamenti si ripetono abbastanza spesso ed in modo intenso, l’invidia finirà con l’avere un ruolo molto importante nei rapporti oggettuali che il bambino introietta in quel periodo. Questi rapporti intrisi di invidia potranno poi introdurre la stessa invidia in tutti quei rapporti oggettuali successivi, che, a causa di consonanze, mobiliteranno e riprodurranno – tramite l’esteriorizzazione transferale – questi rapporti originari.

            Il primordiale sentimento di invidia nasce e si manifesta, come abbiamo visto, agli albori dell’esistenza umana. A quell’epoca i rapporti oggettuali vengono introiettati in modo ancora assai poco mentalizzato, in larga misura preverbale e si attivano spesso – anche nelle fasi successive della vita – in modo quasi automatico, istantaneamente e con grande rapidità, condensando le sequenze di cui sono costituiti. Non è strano perciò che l’invidia possa essere stata scambiata con un impulso istintivo.

La reazione terapeutica negativa

            Dei rapporti primari intensamente intrisi di invidia possono portare alla tragica ed estrema situazione, nella quale per il paziente diventa impossibile accettare qualsiasi forma di aiuto. Egli infatti non può ammettere, che all’infuori di sé possa esistere un oggetto, che possiede qualcosa che egli non ha e di cui egli ha bisogno. La dipendenza stessa, a prescindere da come sia l’oggetto (in questo caso l’analista), gli rievoca il dolore insopportabile del passato. Nel presente egli ci appare eccessivamente sensibile ai sentimenti di umiliazione. In lui prevale l’insopportabile consapevolezza di non valere nulla in rapporto all’analista, che gli si offre e gli si mette a disposizione. Non ha sufficiente fiducia che l’analista possa non approfittare del rapporto del dare-ricevere per suscitargli delle insostenibili umiliazioni. Tenta perciò in continuazione di attaccare invidiosamente l’analista, di svalorizzarlo e gli distrugge ogni tentativo di intervento, a volte fino all’interruzione-distruzione-cancellazione della terapia. Ciò è definito come “reazione terapeutica negativa”. Fin dagli inizi della psicoanalisi essa ha preoccupato gli psicoanalisti che la collegavano all’istinto di morte e poi ai fenomeni estremi dell’invidia primaria. Credo che al giorno d’oggi potremmo superare tale “primarietà”, anche se siamo comunque ancora lontani dal poter risolvere i casi più gravi di reazione terapeutica negativa, dove a volte l’invidia ci impedisce pressoché qualsiasi forma di collaborazione con il paziente.

            Una delle sfide più dure per l’analista è proprio quella di riuscire a trovare durante una reazione terapeutica negativa, lo spazio – nel proprio spazio mentale prima di tutto e più tardi in quello del paziente – per la rappresentazione di quella parte del paziente che è così impotente e così travolta dal dolore, e ciò proprio mentre il paziente si difende attaccando invidiosamente con violenza l’analista. Tali attacchi suscitano nell’analista un’immagine del paziente come estremamente potente nella sua distruttività, che è un’immagine del tutto opposta all’impotenza che ne sta alla base. In questa situazione il terapeuta  sente soprattutto la propria impotenza e non gli è facile prendere consapevolezza, che si tratta anche dell’impotenza del paziente proiettata in lui. In queste situazioni nel controtransfert sono molto intensi i sentimenti aggressivi dell’analista, che spesso gli rendono arduo il mantenere un’adeguata distanza emotiva e l’uso appropriato del suo spazio mentale.

L’approccio terapeutico

            L’approccio terapeutico all’invidia non è facile, perché è difficile ricostruire il giusto ordine delle sue fasi (il bisogno dell’oggetto > il vissuto di insopportabile irraggiungibilità di esso > la reazione invidiosa distruttiva) e dare a ciò delle forme interpretative adeguate, perché diventino terapeuticamente efficaci. A mio avviso questo è più possibile nelle fasi più profonde di regressione della nevrosi di transfert. Credo sia possibile interpretare l’invidia con successo, solamente se aiutiamo il paziente a riconoscere anche l’insoddisfatto bisogno di un rapporto d’amore con l’oggetto, che è stato all’origine della reazione invidiosa. Altrimenti c’è il rischio che il paziente rimanga confinato ad un livello conoscitivo razionale, che si limiti a sapere che l’invidia in lui esiste, il che può rendere più profondi i sensi di colpa che l’accompagnano e più intensi i meccanismi di difesa che la nascondono.

            Ne consegue che quando incontriamo l’invidia durante il lavoro psicoanalitico, non è tanto importante interpretarla subito, quanto considerarla con grande attenzione come segno, che siamo vicini ai basilari ed arcaici sentimenti di insopportabilmente dolorosa impotenza (la “Hilflosigkeit” di Freud). L’invidia è infatti la difesa più elementare di fronte a questo intollerabile sentimento e il risultato terapeutico non verrà raggiunto soltanto interpretando l’invidia, poiché ciò non farebbe che accrescere nel paziente il vissuto di una sua cattiveria essenziale e di conseguenza anche della sua impotenza a suscitare, creare e mantenere rapporti di amore. E questi sono in fin dei conti l’unica modalità con la quale gli esseri umani possono evitare la disperazione di una impotente solitudine.

            Essenziale è che l’analista riesca a stabilire un rapporto empatico con il dolore insopportabile di quella parte umiliata del paziente, che dietro la reazione invidiosa strenuamente si nasconde.

            Solo in questo modo possiamo riuscire a stabilire nel rapporto analitico una base di comprensione profonda ed affidabile. Solo su una tale base empatica il paziente potrà sentire, che questa sua parte estremamente dolorosa è accettata e che può fruire di un benefico “holding” e di un adeguato “contenimento”. Solo a questo punto egli potrà di nuovo attivare lo sviluppo e la crescita delle parti di sé bloccate in un passato remoto in modo traumatico.

            Tutto questo processo richiede tempo e fatica, perché sarà necessaria una fase molto lunga, affinché la dolente parte impotente del paziente possa rivivere prima di tutto nella mente dell’analista. Solo in un secondo tempo il paziente potrà, con l’aiuto delle interpretazioni, ma sempre all’interno di un profondo rapporto empatico, accogliere tale parte di sé, nel proprio spazio mentale e iniziare a svilupparla e a integrarla.

Conclusione

            Nel corso del suo sviluppo la ricerca in psicoanalisi è finita perlomeno due volte in un vicolo cieco e si è, almeno in apparenza, arenata sugli “scogli” della biologia. La prima volta è avvenuto con il concetto freudiano dell’invidia del pene, la seconda invece quando Melanie Klein ha ancorato l’invidia sulla “primarietà” genetico-costituzionale dell’istinto di morte. In entrambi i casi potremmo utilizzare le parole di Freud nella “Analisi terminabile ed interminabile”, dove sull’invidia del pene scriveva: “…dopo aver attraversato tutte le stratificazioni psicologiche, siamo giunti alla roccia basilare, e quindi al termine della nostra attività. Ed è probabile che sia così, giacché, per il campo psichico, quello biologico svolge veramente la funzione di una roccia basilare sottostante. In definitiva il rifiuto della femminilità non può essere che un dato di fatto biologico, un elemento del grande enigma del sesso.” (Freud, 1937, 535)

            Secondo Freud, così come la donna non potrebbe superare l’invidia del pene, anche l’uomo non potrebbe superare il ripudio della passività femminile in sé stesso. Una tale impasse aveva allora posto la ricerca in questo ambito su un binario morto per parecchio tempo.

            Possiamo dire che questa “base rocciosa” è stata superata, perché al giorno d’oggi possiamo andare oltre l’invidia del pene, fino alle sue radici psicologiche preedipiche. Il citato articolo di Feldman e De Paola sull’invidia dà un contributo al superamento della “base rocciosa” dell’invidia costituzionale primaria ed apre al concetto di invidia ulteriori spazi psicologici, che possono essere esplorati e che lasciano sperare in approcci terapeutici meno pessimistici.

            Rimane comunque il fatto che l’invidia è uno dei sentimenti umani più elementari e che non è possibile trascurarne il ruolo nella terapia analitica. E per questa conoscenza dobbiamo comunque essere grati a Melanie Klein.

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Riassunto

L’Autore considera lo sviluppo del concetto di invidia nella teoria psicoanalitica, in particolare dopo il basilare contributo di Melanie Klein. In accordo con Feldman e De Paola, l’invidia non è considerata come un espressione primaria dell’istinto di morte, ma una reazione a frustrazioni precoci del bambino di fronte all’immagine di un genitore idealizzato onnipotente. Ciò apre la possibilità, per quanto difficile, di risolvere le reazioni invidiose, evitando di dovervisi soltanto rassegnare. Questo è però concepibile soltanto in un rapporto analitico intensamente empatico, poiché l’invidia è, da questo punto di vista, sostanzialmente una difesa nei confronti di insostenibili sentimenti di impotenza.

Summary

The Author considers the development of the concept of envy in the psychoanalytic theory, especially after the basic work of Melanie Klein. In agreement with Feldman and De Paola, he doesn’t consider envy a primary expression of the death instinct, but a reaction to early frustrations of the child in front of an idealised omnipotent parental imago. This opens the possibility, however rather difficult, to resolve the envious reactions and not only to resign and accept their existence. It may be conceived only in an intense empathic analytic approach, as envy is, from this point of view, mainly a defence against unbearable feeling of powerlessness.


[1] Fonda, P. (2001). Alcune considerazioni sull’invidia. Psicoterapia Psicoanalitica, 8, 1, 134-148.